R-esistere hip-hop!

Un MIX evocativo per scoprire il valore pedagogico della cultura nata nel Bronx. Il testo completo della performance R-ESISTERE HIP-HOP di Skrim, Mastino e DJ Vigor.

Il testo è costruito attraverso un cut-up di citazioni riportate nel libro Pedagogia hip-hop. Gioco, esperienza, resistenza. Nasce come presentazione un pò originale del volume e si trasforma con il tempo in una vera e propria performance di spoken word, rap e live video mixing (qui se vuoi saperne più). Un mix evocativo per cominciare a riflettere sulle moltiplici potenzialità generative dell’hip-hop a livello personale e sociale.

THE BRONX 70s

A metà degli anni settanta
il reddito medio pro capite nel bronx era di 2.430 dollari,
appena la metà della media di New York
e il 40% della media nazionale.
Il tasso ufficiale di disoccupazione giovanile toccò il 60%.
I funzionari dei servizi sociali sostenevano però
che la vera cifra era più vicina all’80%..
(Jeff Chang)

Era un’epoca di divertimento,
eravamo un gruppo di adolescenti vivaci
che stavano diventando adulti in un periodo piuttosto turbolento.
La violenza, le gang e la droga infestavano le nostre strade.
Ma come diceva mia nonna, non c’è male che accade
da cui non possa nascere qualcosa di buono.
Il Bronx era disprezzato datutti,
compreso il presidente Carter.
Era un quartiere bruciato e abbandonato.
Non avevamo altro che noi stessi e la nostra cultura.
Non avremmo potuto fare altro che condividerla.
Da tutto quel male nacque qualcosa di così positivo
da contaminare il mondo intero.
(Joe Conzo)

Siamo gli avanzi nella sporca cucina
i resti del banchetto di ieri
frattaglie di cui ancora t’ingozzi
siamo quei bambini lisi, narcisi
i fanciulli della crisi
bighellonando nell’attesa d’appassire senza nulla a cui ambire
affiliamo l’arte di giocare con ciò che ci resta
finchè esplodiamo con la beffa di una festa non richiesta
(Skrim)

I dj pionieri delle feste in strada attaccando improbabili giradischi
e impianti audio all’alimentazione dei semafori
hanno modificato l’applicazione del divieto di transito in centro,
creando spazi comunitari dove non ce n’erano.
In quel luogo si aggregava tutto il quartiere:
giovani, famiglie, anziani e persino membri di diverse gang.
Era un meraviglioso posto d’incontro per tutta la comunità.
(Trac2)

Nel Bronx ci si mise a giocare.
E come ogni gioco che si rispetti non c’era un piano,
non c’era una finalità sociale o pedagogica,
non c’era nessun educatore o animatore a “far giocare”.
Si cominciò a giocare solo per il gusto di giocare.
Si giocava liberi, senza nulla da perdere,
con la voglia di trasformare e di essere trasformati.
Si imponeva un gioco che era impulso di vita,
pronto ad esprimere tutta la sua potenza, la sua radicalità.
(Davide Fant)

Fuochi di bivacco tra le scorie radioattive
si canta gioia ancora qui sull’orlo della fine
s’intingono versi nel grembo di un tramonto
di un’epoca che implora di riavere il suo racconto
asseta l’attesa nel deserto del reale
resa a questo bieco sfumare sarà
sfiancata eternità,
sbiadita umanità
canto del cigno che risplende a 10.000 watt
(Skrim)

La nostra volontà di sopravvivere
giocosa e canaglia
eccentrica e libera
cruda e inferocita
potevamo muovere montagne
e nazioni
e fondoschiena
(Walidah Imarisha)

BREAKING

I due tipi di colore fecero qualche passo in piedi
per poi andare a terra con un velocissimo gioco di gambe.
In risposta il ragazzo portoricano, Vinny, iniziò a fare toprocking,
poi dei movimenti che potevano rimandare al mambo
per buttarsi in seguito a terra.
Nei dieci minuti di durata della battle
la sfida
Vinny ebbe la meglio su entrambi i ragazzi di colore,
che mostrarono rispetto per il vincitore e gli strinsero la mano.
A quel punto il ragazzo portoricano se ne andò come se niente fosse successo…
La cosa mi intrigò parecchio!
(Trac2)

L’atmosfera mentale in cui ha luogo la solennità
è quella dell’onore,
dello sfoggio,
della millanetria,
della sfida,
si vive nel mondo dell’orgoglio tribale e cavalleresco,
del sogno eroico,
mondo in cui valgono bei nomi e blasoni,
e schiere di antenati.
Non è il mondo delle preoccupazioni per l’esistenza,
dei calcoli d’interesse,
dell’acquisto di cose utili.
(Huzinga)

Combattendo la colonizzazione del tempo
e lo spossessamento della propria vita
cercando un nuovo potere del corpo sullo spazio,
uno spazio che non solamente è lo spazio comune
ma un altro mondo,
questo centro è il luogo della creazione
(Hugues Bazin)

Sono forze contrapposte poste in un solo equilibrio
che danno fuoco al suolo quando stride per l’attrito
al ritmo della vita che si muove
ed è pulsazione come il battito del cuore
scorre dentro ad ogni sentimento
come sangue nelle vene è un movimento circolare come il tempo
è naturale come respirare
la spinta inversa a quella di un oggetto quando cade
invade orecchie testa scendendo sul collo
si snodano dinamiche annidate nel midollo
arrivano alle ossa, muscoli, tendini
muovendoli in simbiosi con la musica
è lei che ne ha le redini e dirige la rigidità in giro per il flusso
scorrevole impulso
leader indiscusso la corrente che rende possibile
prendere il tuo corpo e renderlo tagliente
Non so dirti esattamente cos’è che si mette moto in me,
segue l’accento del break fino a fondere
le note con le articolazioni del corpo
si sciolgono
quando la puntina è nel solco
(Musteeno)

WRITING

In fondo il bambino che gioca,
il puer ludens
non è proprio l’infaticabile costruttore di uno spazio intermedio
in cui il mondo viene rifatto, dislocato, simulato e rinnovato?
interpretato e sovvertito in modo da renderlo sopportabile, abitabile, anche nell’esercizio ripetuto delle crudeltà necessarie
nella sofferenza delle sconfitte e nell’euforia della lotta?
(Francesca Antonacci)

Ho tirato fuori i loop e i goccioloni,
poi writers come Stave 2 e SuperMug presero gli stili Soft Loop e Arrow,
aggiunsero altri loop,
presero le gocce e le trasformarono in spruzzi.
Checker 170 loopava tutte le lettere,
ancora oggi non riesci a leggere certi suoi pezzi.
John 150 faceva le lettere soft e wild con certi cambiamenti.
Io ho squadrato le mie lettere softie e ho fatto le lettere soft block,
che usavo in diversi stili.
Iniziai a capire il modo di creare un concetto o una lettera partendo da un altro.
Come i loop.
Tondi.
Rompo il loop a T, o lo faccio più triangolare.
Posso limitarlo a un lato solo.
Hi-C lo riprende, facendolo da tutte due le parti,
lo loopa di nuovo.
Vedo che lo si può squadrare o incurvare.
Così sono uscite le lettere meccaniche,
che vengono dalle lettere soft wild
(Phase II)

Erano militarmente strutturati per essere illeggibili,
erano armati,
noi non volevamo che la società vedesse
che stavamo buttando tutte le lettere all’aria.
Graffiti era la parola che voi ci avete appioppato.
Panzerismo iconoclasta l’unica definizione per spiegare
quello che abbiamo fatto sui treni della subway.
E’ questa la parola che dovrebbe essere usata.
Poi siamo arrivati al futurismo,
ai carri armati,
alle lettere con le quali ci siamo armati.
Da ornamento ad armamento.
(Rammellzee)

Skrim Def Dee come ai tempi del liceo
reo
niente galateo
a piedi sera tardi passi accorti come lince
nella sconcia pancia di provincia,
prima tag
ode al nome mio,
5 lettere sul muro
esistevo io
esistevo io
frammentato inquieto come wild style
ancora qui si vive
senza alternative
(Skrim)

MCing

Nel buio,
colto dal timore,
un bambino cerca riparo canticchiando.
Cammina,
si ferma al ritmo della sua canzone.
Sperduto si mette al sicuro,
si orienta come può con la sua canzoncina.
Essa è come l’abbozzo,
nel caos,
di un centro stabile e calmo,
stabilizzante e calmante.
Può accadere che mentre canta il bambino si metta a saltare
acceleri o rallenti la sua andatura
ma la canzone stessa è già un salto:
salta dal caos ad un principio d’ordine in quel caos,
che ancora rischia di sgretolarsi in ogni istante.
C’è sempre una sonorità nel filo di Arianna.
O nel canto di Orfeo.
(Gilles Deleuze, Félix Guattari)

Chiedi a lei – sacra scrittura
E’ lei che mi protegge sempre
Ogni volta che appare il buio
Fa parte di me
Mi ascolta quando non c’è scampo
In silenzio
chiede solo rispetto in cambio
(Musteeno)

DJING

La musica è soundscape:
panorama sonoro multiplo che miscela le diaspore timbriche,
strumentali, musicali,
secondo moduli non più legati alla mitologia delle radici (roots),
bensì all’attraversamento degli itinerari (routes).
Il transito dalle roots alle routes sente la svolta dislocante del sincretismo tecnologico
Il syn-tech è dislocante e diasporico.
senza termine, interminabile, inafferrabile.
Le diaspore syn-tech gemmano transculture.
I performers di nuovi soundscapes sono sperimentatori
che anticipano le nuove sensibilità non solo all’interno dei territori musicali,
ma anche al di fuori,
nelle de-territorializzazioni metropolitane:
le interzone dell’ibrido, del sincretico.
(Massimo Canevacci)

Sapevo cos’era perché studiavo elettronica a scuola.
Sapevo che nell’apparecchio c’era un interruttore a tre posizioni.
Quando è al centro la musica non si sente,
quando è a sinistra si ascolta il piatto di sinistra,
e quando è a destra il piatto di destra.
Andai in un magazzino in centro per cercare quell’interruttore a tre posizioni,
della colla per attaccarlo al mixer,
un amplificatore supplementare e una cuffia.
Saldai tutti i collegamenti e mi misi a saltare per la gioia,
ce l’avevo fatta! Ce l’avevo fatta!
(Grandmaster Flash)

Questa è la storia di come ho trovato il mio dj interiore
di come ho capito il concetto di consapevolezza campionata
in contrasto con la polizia della cultura autentica
che mi ha sbattuto a terra picchiandomi,
ripetendo: sei dei nostri, sei sei nostri?
noi campioniamo, mescoliamo,
sfumiamo una nell’altra le esperienze
remixando la definizione di sè
(Robert Karimi)

Il cambiamento di forma richiede la fluidità dei passaggi,
la capacità di mantenere e di perdere,
il rischio generoso e la prudenza del limite.
La razionalità fredda del calcolo che ha guidato l’esperienza moderna dell’occidente mal si adatta a questa esigenza.
Ci sono richieste nuove qualità
che stiamo appena cominciando ad apprendere.
Per passare da una forma all’altra senza esplodere,
per tenere insieme frammenti dell’imprevedibile,
sono richieste capacità di intuizione e di immaginazione
da sempre rinchiuse nei territori segregati del sogno,
del gioco, dell’arte, della follia.
Non c’è metamorfosi senza perdita e senza visione,
si può cambiare forma solo se si è disposti
a perdersi,
a cambiare
ad immaginare
(Alberto Melucci)

Fra teatro e fumetto. Un’attività espressiva per adolescenti che non amano esporsi

Lavorare sull’attivazione del corpo, la relazione, l’espressione di sè con una proposta che possa coinvolgere adolescenti particolarmente introversi, non a loro agio in attività di tipo teatrale.

Le idee in pillole:
1 – Lavorare sull’attivazione del corpo, la relazione, l’espressione di sè con una proposta che possa coinvolgere adolescenti particolarmente introversi e non a loro agio in attività di tipo teatrale.
2 – Proporre ai ragazzi di utilizzare i loro smartphone, con applicazioni semplici e intuitive, per creare narrazioni attraverso le quali esplorare il proprio mondo interiore
3 – Creare occasioni di espressione di sè in cui si garantisce al ragazzo la possibilità di proteggersi dall’esposizione diretta allo sguardo dell’altro, proponendo un’alternativa all’imperativo “mostrati!” della società attuale.

Riferimenti metodologici e ambiti di ispirazione:
Metodologicamente i principali riferimenti si possono ritrovare

– Nello storytelling digitale in una prospettiva di apprendimento esperienziale
– Nello psicodramma moreniano e in particolare il lavoro con la maschera di Mario Buchbinder
L’ideazione della proposta è sicuramente influenzata da pratiche quali il cosplaying, il gioco di ruolo e il LARP (Live action role-playing)


Mettersi in gioco per piccoli step

In genere quando si propone un’attività di tipo teatrale i ragazzi meno a loro agio con la corporeità, più introversi o magari con sintomi di fobia sociale, la risposta è (intuitivamente) un rifiuto. In un’ottica di “pedagogia nerd” una possibilità in questi casi può essere accompagnare a lavorare sugli obiettivi formativi che ci si è proposti (attivazione del corpo nello spazio, espressione del mondo interiore attraverso la fisicità, creazione di relazioni..), ma per piccoli step, dando loro la possibilità di rimanere protetti e mantenersi in un ambiente conosciuto e a loro congeniale (il mondo fantastico).
Quello che segue è un esempio di questo tipo di attività.

Se qualche collega è incuriosito e vuole provare a proporre qualcosa di simile non si scoraggi dall’utilizzo delle maschere (materiale non facile da avere a disposizione). Un lavoro simile si può fare anche realizzandole in cartone (come si vedrà in fondo al post) oppure utilizzando altri espedienti.

La scoperta delle maschere

I tavoli dell’aula dell’Anno Unico erano coperti di tante maschere diverse. Alcune orrorifiche, altre misteriose, altre curiose, altre ancora simpatiche e rasserenanti.
Ogni ragazzo era invitato a prenderne una che gli risuonasse. La consegna era “prendi la maschera che ti chiama.. fatti scegliere da lei..”.
Una volta scelta la proposta era di indossarla ed eventualmente completare il travestimento utilizzando stoffe e mantelli, e aggiungendo altri gadget come bacchette magiche, campanellini, armi in legno.. A loro disposizione c’era uno specchio, o in alternativa per guardarsi potevano utilizzare i loro cellulari in modalità “selfie”.

A questo punto la richiesta era di provare a immaginare chi fosse quella maschera, quale storia avesse, quale missione nel mondo, annotando appunti su un foglio. Ho utilizzato come stimolo una scheda personaggio simile a quella di un gioco di ruolo, o di un videogioco, sottolineando che non era obbligatorio compilarla tutta.

Inventare le storie a gruppi e realizzare i frame fotografici

I ragazzi erano poi invitati a guardarsi intorno, osservare gli altri e unirsi in piccoli gruppi facendo incontrare le maschere che secondo loro avevano “qualcosa da dirsi”.
Compito di ogni gruppo era inventare una storia i cui protagonisti fossero i personaggi nati dall’attivazione precedente.

La storia quindi doveva essere divisa in alcuni frames fotografici: i ragazzi mascherati dovevano mettersi in posa per rappresentare le diverse fasi della narrazione e fotografarsi utilizzando i loro cellulari.

Un editing digitale semplicissimo e dall’effetto immediato

A questo punto, utilizzando due app, Prisma e PicSay, i ragazzi avevano il compito di trasformare le foto in vignette. Prisma è un’applicazione per smarphone che permette di “fumettizzare” qualsiasi immagine. L’utilizzatore può scegliere tra opzioni di filtri diversi, alcune dalla resa grafica davvero efficace. PicSay invece permettere di aggiungere anche fumetti per dare voce ai personaggi (al momento in cui scrivo Prisma dovrebbe essere disponibile per Android e iOS mentre PicSay solo per Android, ma se ne trovano altre simili per iOS).
I ragazzi hanno così editato e realizzato il proprio fumetto, spesso stupendosi della bellezza delle immagini prodotte dall’intersezione tra la tecnologia e la loro sensibilità
I ragazzi che lo desideravano potevano utilizzare un’altra app, VideoShow, per creare uno slideshow di presentazione della storia, con la possibilità di aggiungere musica ed effetti sonori.

Momento riflessivo di condivisione

L’attività si è chiusa proiettando i lavori prodotti. In questa fase il mio compito di conduttore è stato quello di provare ad approfondire i contenuti, chiedendo ai ragazzi di dare un nome ai sentimenti dei personaggi, ai loro pensieri, ai motivi dei loro gesti. In un’ottica di mantenere la “copertura” non chiedo di uscire dalla metafora, di raccontare se gli autori ritrovano qualcosa di quanto raccontato nei loro vissuti personali, a meno che ciò non emerga spontaneamente. L’idea è quella di invitarli ad esplorare il proprio mondo interiore rimanendo ancora protetti dalla metafora.

Creare spazi protetti di convivialità ed espressività

Un’attività di questo genere comprende alcuni elementi tipici del teatro quali la narrazione, la relazione “incarnata” tra personaggi, il corpo come veicolo narrativo, può però essere utilizzata con adolescenti che non parteciperebbero mai ad una classica attività teatrale. In particolare ho scelto in diversi casi di proporla ragazzi che provenivano da una situazione di hikikomori (o ne erano a rischio), o che in generale vivevano disagio nell’esporsi all’altro. I 3 diversi livelli di protezione – la maschera, la mediazione della foto, la fumettizzazione – permettono loro di sentirsi sicuri e quindi facilitano il mettersi in gioco.
I ragazzi si muovono, esplorano gli spazi (le foto potevano essere fatte ovunque nell’edificio, e anche nel cortile), cooperano ad un obiettivo comune, interagiscono (e non è raro sentirli ridere insieme).

I ragazzi si espongono, comunicano rimanendo in uno stato di anonimato, ciò che importa non è il nome e il volto di chi manda il messaggio ma il messaggio stesso. Il prodotto artistico è un’opera collettiva che permette a chi l’ha creata di esprimere elementi importanti di sè, pur non svelando la propria identità.

Approcciare in modo attivo le tecnologie

Le applicazioni che sono state utilizzate contengono pubblicità, acquisti “in app” e le loro funzioni sono creativamente piuttosto limitanti: l’utilizzatore, può scegliere solo tra poche opzioni operative. Sono quindi agli antipodi rispetto al software libero, direzione imprescindibile in una prospettiva di Pedagogia Hacker.
Un’attività di questo permette però, a ragazzi che spesso vivono lo smartphone come oggetto di dipendenza, subendone passivamente la presenza, di cominciare ad invertire la rotta, scoprire che la tecnologia può essere utilizzata in modo attivo, creativo, può permettere loro di generare opere originali a partire dalla propria sensibilità e necessità comunicative.
Inoltre l’inversione di direzione è riscontrabile anche sul fronte dell’esposizione di sè. Mentre nei social network è fondamentale promuovere il proprio volto, la propria immagine, qui al contrario la regola è tenersi nascosti. Chi manda il messaggio è un’identità collettiva, un incontro tra persone che hanno lavorato ad un obiettivo comunicativo e artistico comune che trescende le singole individualità.

Le storie

Tra le storie realizzate da i ragazzi dell’Anno Unico c’è quella che racconta di Iris, un adolescente (con poteri magici) che per punizione è stato intrappolato in una foglia che non appassiva mai. Per questo rimase per anni attaccato ad un ramo, era “diventato un silenzioso osservatore del piccolo mondo che lo circondava e trascorreva le sue giornate pensando ad un modo per liberarsi”, era “centenario ma fisicamente appariva come al giorno in cui era stato intrappolato” (cit. dal testo dell’allievo). Iris cercava di chiedere aiuto ma, per colpa dell’incantesimo, era diventato afono, non emetteva alcun suono
Un giorno però Iris incontrò Peggy, un ragazzo molto solo, che aveva il dono di un udito finissimo. Peggy fu l’unico a riuscire a sentire le grida di aiuto di Iris, lo trovò, salì sull’albero e lo liberò. Dal quel momento naque una bellissima amicizia.

E’ facile uscire di metafora e riconoscere nel vissuto di Iris quello di tanti adolescenti che abbiamo incontrato. Ritengo inoltre che abbia una grande carica poetica, esaltata dalla realizzazione per immagini che pubblico di seguito:

Nella seconda storia che vorrei presentare i contenuti sono invece meno rassicuranti, come accade spesso quando i ragazzi sono liberi di inventare senza l’intromissione dell’adulto. Ad una prima lettura potrà sembrare una storiella banale, ma anche qui possiamo trovare temi che caratterizzano il vissuto degli adolescenti: la fiducia, il tradimento di una persona cara, la rabbia.

La catarsi

Un lavoro di questo genere può attivare un processo di catarsi: il ragazzo, mettendo in scena l’assassinio di colui che lo ha tradito, “scarica” le tensioni negative, prendendo distanza dall’evento traumatico e provando una sensazione di liberazione; la vendetta viene agita nel mondo della rappresentazione scenica (senza conseguenze per la vittima!) ma permettendo al protagonista di esternare e dare forma alla propria sofferenza e rabbia.
L’opportunità, in una fase successiva, di riguardare e commentare il prodotto finito (assistendo alla proiezione della storia realizzata) favorisce ulteriormente la rielaborazione dei vissuti. Si tratta di un processo che ha affinità con l’effetto di “purificazione dalle passioni” che Aristotele attribuiva alla tragedia greca e, in tempi più recenti, che Moreno indica come elemento importante della terapia psicodrammatica.
Ragazzi che sono stati vittima di bullismo o di abbandono hanno potuto rientrare in contatto con il proprio vissuto negativo generando il bello, prendendosi cura di sè e avviando piccole (o grandi) trasformazioni.

La sfida di proporre la stessa attività ad un gruppo di ragazzi più “street”…

Ho provato a proporre questo tipo di lavoro anche alla Crew, il gruppo dell’Anno Unico più “street”, insofferenti ai setting maggiormente strutturati, spesso provenienti da contesti familiari e sociali difficili.
I ragazzi si sono divertiti molto, hanno giocato con le maschere, ne hanno provate diverse a testa ma si è creato un clima di confusione tale che i gruppi (un quartetto e due coppie) non sono riusciti a creare alcuna storia. Sono nate alcune belle immagini, che posto qui sotto, tutte molto violente ed evocative, ma anche quando le abbiamo riviste insieme non siamo riusciti a parlarne, i ragazzi erano distratti, le voci si accavallavano, quando qualcuno provava ad intervenire con argomenti pertinenti gli altri lo interrompevano con battute. In quel momento mi sono fatto molte domande: avrei dovuto dare un consegna differente? Non avrei dovuto proporre questo lavoro ad un gruppo di ragazzi con queste caratteristiche?

Lo spettro

Ad un certo punto però qualcosa succede… proiettata sul muro compare l’immagine qui sotto. Non mi ricordavo nemmeno di averla scattata io quella foto. Era un ritratto di gruppo che alcuni ragazzi mi avevano chiesto per ricordare quel momento:

Luca per primo notò la persona sulla destra, separata dagli altri. Aveva una maschera a specchio, un volto spettrale senza occhi, naso, bocca, solo il riflesso del mondo circostante
Luca si chiese ad alta voce chi fosse quello spettro, come fosse finito lì.
Da quella domanda semplice il clima (magicamente..) cambiò:
Hedi, acuto tirocinante, allargò al gruppo la domanda del compagno, invitando ognuno a proporre la propria teoria. I ragazzi si ascoltavano reciprocamente e rispettavano i turni di parola: “E’ uno spettro solitario”. “E’ triste, non ha amici, è venuto a ricordare che la felicità un giorno finirà”, “E’ una persona che è stata esclusa dal gruppo”… In poco tempo in quell’aula si sono materializzate e condivise alcune tra le paure più forti di questi ragazzi, paure “spettrali” in quanto indicibili, su cui si è potuto aprire un breve ma interessante e intenso spiraglio di riflessione.
Ritengo che questo quarto d’ora abbia dato senso all’intera attività, un piccolo fiore nel caos che in seguito, in sede di colloqui individuali, avrò modo di riprendere in modo più approfondito e generativo con alcuni dei ragazzi presenti.

Autoprodurre le maschere. Il lavoro con un gruppo di ragazzi disabili

Quelle che seguono sono alcune immagini in cui le maschere sono state costruite con il cartone, a testimonianza che non è vincolante possedere un propria collezione. Il lavoro è stato fatto da una collega con un gruppo di ragazzi disabili, all’interno di una lezione di inglese.

Sperimentazione al corso di formazione formatori “Alieni”

Durante il percorso Alieni, strumenti e metodi per il lavoro con i nuovi adolescenti nel seminario dedicato alla cultura nerd e ai ragazzi più isolati, spesso è capitato di proporre questo tipo di attività ai partecipanti (educatori, psicologi, formatori), che si sono sempre prodigati creando immagini e storie molto interessanti.. Ecco qualche loro immagine per concludere.
Questo seminario si svolge all’UESM Casa dei Giochi di Milano, patria nerd di ogni età. Le ultime due foto sono scattate nel suggestivo dungeon per LARP ad imbientazione dracula che si trova sotto l’edificio..

Una notte in biblioteca.

Re-inventare uno spazio pubblico e sperimentare l’intensità della poesia, attraverso un’ “occupazione” notturna, scene teatrali e l’intimità del buio

Le idee in pillole:
1 – “Occupare” un luogo pubblico per incantarlo, creare un temporaneo spazio di magia in cui :
– le relazioni nel gruppo sono più intense
– le relazioni con lo spazio si ristrutturano
– Un tema di apprendimento come la poesia può essere affrontato nel setting che più gli si addice, quello notturno
2 – Lavorare sulla poesia in una prospettiva immaginale
3 – Proporre cicli di codifica-decodifica trasformando la poesia in scena teatrale attraverso l’utilizzo di oggetti mediatori quali teli e maschere

Da un punto di vista metodologico:
mixare approccio rave/TAZ, pedagogia immaginale, psicodramma con le maschere (in particolare nella declinazione sviluppata da Mario Buchbinder), apprendimento esperienziale

notte in biblioteca (video di Filippo Corbetta)

DIARIO DELL’ESPERIENZA:

L’intento era presentare ai ragazzi la poesia in tutta la sua forza, scrollarle di dosso quella patina di cui spesso è ricoperta a scuola, che la disarma, la rende sterile. E poi, come richiedeva il progetto in cui l’attività era inserita, bisognava aiutarli a riavvincinarsi, in modo inedito, ai locali della biblioteca.

Ci voleva un’azione forte, destabilizzante.

Perchè in biblioteca non facciamo un’irruzione a notte fonda? Entramoci avvolti dall’oscurità, intrufoliamoci a leggere, scrivere, dare vita ai versi!”

Mi ricordo le facce stranite dei colleghi quando ho proposto l’idea al tavolo di coordinamento del progetto Biblio.net, facce che presto si sono fatte complici. Ilaria DeLorenzo, compagna di mille scorribande educative, ci è stata subito, per lei era un invito a nozze.

E così, dopo un pomeriggio passato con i ragazzi a parlare di poetry slam e comporre testi di spoken word, una cena e una serata insieme, allo scoccare della mezzanotte ci siamo avventurati tra gli scaffali pieni di libri. Era completamente buio, tranne la luce dei lumini che io e Ilaria avevamo posizionato ovunque (tanto che più di una volta la direttrice ci ha chiamato per assicurarsi che non scattasse l’allarme anti-incendio..). A terra avevamo sparso testi di poesie e canzoni. Nei locali risuonava una musica un pò magica che non si capiva bene da dove arrivasse (tutta la prima parte della conduzione l’ho passata ad una consolle allestita su un soppalco della biblioteca, divertendomi a mixare colonne sonore, tappeti di musica ambient, classica contemporanea ed elettronica cercando di costruire – anche a livello sonoro – l’atmosfera giusta per il lavoro).

I ragazzi sono hanno iniziato la propria esplorazione con una pergamena in mano che riportava la consegna:

“Esplora, Cerca, Leggi – Esplora ancora, Cerca, Leggi

Prenditi il tuo tempo.

Quando avrai trovato una poesia – o la parte di una poesia – che ti risuona, che per ragioni anche imperscrutabili ti chiama, lasciati scegliere da lei.

Cerca allora un luogo propizio per accostarti a lei nella sua dimensione immaginale, affinché tu riesca a captarne il potere simbolico.

Scegli un luogo comodo e accogliente.

Ora leggi e rileggi più e più volte la poesia.

Non giudicarla, non chiederti se è bella, brutta, scritta bene o male,

Se per caso ne conosci l’autore rimuovi tutto ciò che sai.

Affinchè l’esperimento riesca prova ad annullare te stesso e il tuo vissuto, non cercare parti di te e della tua esperienza tra i versi.

Rimani sulle parole, sulle immagini che la poesia ti suggerisce, ti propone, con cui il testo ti pervade.

Focalizzati sulle immagini che la poesia fa scaturire

COSA VEDI?

Annota ogni visione sul tuo blocco”

L’intento era lavorare sul potere immaginale e simbolico della poesia. Per questo eravamo andati, giorni prima, a consultarci con Paolo Mottana, che ci aveva dato qualche prezioso consiglio (se sei incuriosito dalla pedagogia immaginale clicca qui).

E’ iniziata un’esperienza di esplorazione solitaria, di contemplazione e meditazione, di ricerca di visioni. E’ stato un lavoro dello stare, dell’attesa, del silenzio fuori ma soprattutto dentro.

In un secondo momento i ragazzi si sono ri-incontrati, appartati in piccoli gruppi hanno condiviso le visioni.

A questo punto sono comparsi intorno a loro teli e maschere. Utilizzando questi oggetti mediatori ogni gruppo era invitato a dare corpo alle immagini emerse con un breve scena teatrale, in un processo trasformativo di appropriazione e re-invenzione.

clicca qui per sapere qualcosa di più sull’utilizzo delle maschere in contesti formativi

E’ difficile raccontare a parole la bellezza di quello a cui abbiamo assistito poco dopo. Vi lascio alle immagini del video che postato all’inizio dell’articolo che rimangono una, seppur limitativa testimonianza.

Sicuramente è stato un momento che ricorderanno a lungo, una TAZ generativa, un “atto insensato di bellezza” .

Natura, adolescenti, catastrofi (e i Survivors dell’Apocalisse)

Si può giocare con la prospettiva di assenza di futuro che pervade i più giovani (e non solo)? Quando la catastrofe arriverà i nostri adolescenti “sdraiati” rimarranno sul divano? Storia di una contro-esperienza educativa


Le tende erano piantate nel frutteto della cascina Santa Brera, a San Giuliano Milanese. La proposta era quella di vivere un’esperienza di vita comunitaria in cui i ragazzi avessero la possibilità di cucinare insieme, sperimentarsi in laboratori di trasformazione come la falegnameria o la sartoria, dialogare con la natura. La sfida più grande era però trascorrere quattro giorni il più lontano possibile da qualunque tipo di attività commerciale, senza possibilità di fare acquisti (almeno in negozi fisici), in un momento storico in cui il mercato ha completamente saturato la vita delle persone.

Per ragazzi abituati ad una vita comoda e a genitori molto attenti ai bisogni e capricci dei propri “cuccioli d’oro” si trattava di un contesto molto sfidante. A spingere la prova ad un livello ancora più alto c’era il fatto che nel periodo in cui si tiene la settimana alternativa, i primi giorni di maggio, spesso piove: la cascina diventa un mondo di fango e umidità, e molte attività diventano davvero una sfida epica.

GIOCHIAMO L’ASSENZA DI FUTURO E LA CATASTROFE

Ogni anno proponiamo uno sfondo integrativo, un tema, un’ambientazione fantastica differente che avvolge l’intera esperienza. Questa volta si è deciso di sfruttare per la nostra narrazione proprio la sventura climatica, che dalle previsioni si prospettava più infausta del solito.

Abbiamo detto ai ragazzi che le difficoltà erano volute e programmate, che noi eravamo in contatto con un deus ex-machina che provocava gli eventi climatici infausti (e altre difficoltà assortite) a comando. La ragione era che l’apocalisse era alle porte, e che quello a cui sarebbero stati sottoposti era un training per formare un gruppo di giovani in grado di sopravvivere a tale catastrofico evento. Questo era necessario perchè le eccessive cure dei genitori contemporanei avevano cresciuto generazioni forse incapaci di affrontare situazioni estreme come quella che si prospettava.

L’ispirazione è venuta dal libro di Margaret Killjoy “Guida steampunk all’apocalisse” (AgenziaX, 2008) un vero e proprio manuale in cui si spiega con ironia (ma non troppo) perché il mondo potrebbe finire a breve e cosa si potrebbe fare per sopravvivere al cataclisma. In modo molto pratico il libro racconta come costruire rifugi di emergenza in scuole abbandonate, recuperare acqua potabile quando ogni fonte sembra contaminata, oppure riutilizzare in molteplici modi resti di automobili.

da “guida steampunk all’apocalisse”

Anche noi in cascina abbiamo analizzato con loro tutti i motivi per cui il mondo come lo conosciamo potrebbe collassare da un momento all’altro, gli studenti non hanno fatto fatica a produrre un lungo elenco: la guerra nucleare, lo scontro tra civiltà, ma sicuramente il surriscaldamento globale era al primo posto.

Si è così avviato un gioco durato tutti i giorni del campeggio, in cui si è messa in scena la mancanza di futuro, ritratta in modo estremo, come in molti film e serie tv di genere distopico che i ragazzi conoscono bene, proponendo loro di abitare questo spazio e r-esistere, continuare a giocare e vivere pienamente anche nella catastrofe. Si è creato un ambiente ludico in cui teatralizzare lo sconforto per provare ad affrontarlo con occhi nuovi.

Il riferimento può essere sicuramente ad Enrico Euli, e il suo originale approccio alla “pedagogia delle catastorfi” (Casca il mondo, La Meridiana, 2007), in cui la tesi di fondo è che in un mondo in cui la paura, l’ansia della fine fanno da sfondo, e ci sono realistici indizi che la terra sia sotto minaccia, il lavoro educativo deve anzitutto formare a relazionarsi con questa situazione, non rimuoverla ma imparare a reggerne lo sguardo

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un ossimoro: come possiamo conciliare l’ideale educativo con la distruzione e la morte che ci devasta? Eppure, a mio parere, divenire oggi consapevoli della catastrofe in corso, costruire assieme agli altri la capacità di “reggerne lo sguardo”, di ammetterla e riconoscerla, di esprimerla e elaborarla in qualche modo condiviso, è l’unica “missione” degna di dare un senso attuale e profondo all’educazione e alla formazione. (ivi p. 60)

La prospettiva di Euli non è però mortifera, ma foriera di vita

Pedagogia delle catastrofi (o della non conoscenza): possiamo imparare a vivere la catastrofe non come una condanna, ma – giocosamente – proprio come una liberazione, con quell’intenso e profumato desiderio di liberarsi della libertà che inizio a sentire da tempo in me, e in altri.. (ivi, p. 191)

consiglio dell’apocalisse

RESISTERE QUANDO NON C’E’ NULLA DA PERDERE, E ANCHE DIVERTIRSI

Quello che è successo durante i quattro giorni ha stupito anche noi. Il gruppo (sì, gli stessi adolescenti “sdraiati”, sempre attaccati al cellulare..) hanno accettato la sfida con un entusiasmo impensabile a priori. Quando alcune tende hanno iniziato a cedere – e abbiamo proposto noi ai ragazzi di dormire nella stanza che avevamo a disposizione nel fabbricato della cascina – sono stati loro a dire di no, hanno cercato di ripararle nel modo migliore possibile, e non si sono spaventati quando un esercito di formiche ha tentato di conquistare una tenda. Nel laboratorio di falegnameria hanno costruito armi per difendersi dai predatori e amuleti magici per scacciare la cattiva sorte, hanno prodotto vestiti riadattando gli “scarti” del precedente mondo consumistico in qualcosa di originale e stiloso, cucinato risotto con le erbe colte direttamente nel bosco e focacce cotte nel forno a legna, perché probabilmente i supermercati la fuori non avrebbero retto il cataclisma, e perché parafrasando una celebre detto “l’apocalisse non è un pranzo di gala”, ma forse ci si può trattare “da signori” comunque.

costruzione di armi da difesa e caccia

Questa grande mobilitazione dei ragazzi non è avvenuta per fini utilitaristici, non si è fatta nessuna operazione di gamificazione: non c’erano “punti” da spendersi a scuola una volta tornati (se fossero tornati..). Il coinvolgimento è avvenuto semplicemente per la bellezza dello sfidare se stessi, perché non c’era niente da perdere, perché le difficoltà erano accettate a priori e non restava che danzarci sopra. Per il divertimento di un’esperienza-limite vissuta insieme, in una follia (consapevole) collettiva di cui i formatori erano i primi complici.

E’ stato l’attraversamento di uno spazio liminale (Turner, 1986), di una sfida che trasforma, come un rito di passaggio tribale.

L’esperienza si è conclusa con una cerimonia notturna. Abbiamo accompagnato i ragazzi nel bosco dove sono stati accolti da una sfera colorata di luce che illuminava gli alberi producendo un effetto psichedelico e una musica evocativa di sottofondo (le casse usb e mille gadget low-cost hanno risolto tanti problemi e aperto molte possibilità per effetti speciali D.I.Y.). I ragazzi sono stati chiamati uno ad uno e gli è stato conferito il titolo di “Survivor dell’apocalisse”. Per ognuno, prima dell’assegnazione del titolo, con una grande spada in legno autocostruita posata sul capo, sono state citate le “evidenze” del loro valore. Prendendo spunto da ciò che avevano riportato sui loro diari e condiviso in gruppo, sono stati ricordati i momenti in cui avevano esposto un’idea creativa per superare un problema, affrontato un timore, portato serenità e bellezza nel gruppo, agito oltre lo stereotipo di sé che generalmente vestivano.

Quello che stupiva era che al posto di bambini, a cui spesso si propone questo tipo di attività, c’erano ragazzi del cfp, tutti lì che stavano al gioco, tra il divertito e l’incredulo, riconoscendo, nella surrealtà del momento, l’autenticità delle parole che venivano proclamate, che segnavano il loro valore e la loro reale trasformazione in atto.

FUGHE, CONTRO-ESPERIENZE, ALLUCINAZIONI COLLETTIVE CHE GENERANO TRASFORMAZIONI

Quella appena raccontata è un’esperienza di fuga creativa; credo che oggi nel mondo educativo e nella scuola il concetto e la pratica della fuga vadano ampiamente rivalutati. E’ il movimento del sottrarsi (Le Breton 2016), prendere le distanze da una situazione satura, cristallizzata, orfana di visioni. A questa però si può aggiungere la dimensione immaginativa, attraverso la quale il sottrarsi agli stereotipi e alle ineluttabilità della quotidianità può portare alla generazione di universi e percorsi di crescita e di socialità nuovi.

Si tratta di uscire dalla quotidianità della realtà scolastica (e di vita in generale) e abitare luoghi altri, in cui le relazioni, i compiti, i panorami, i riti sociali sono diversi. Mi piace chiamare questi contesti “contro-esperienze”, spazi immersivi di alterazione e sovversione del percepire il mondo, non solo cognitivamente ma attraverso tutti i sensi. In queste situazioni l’apertura al fantastico è un valore aggiunto che catalizza la dinamica trasformativa dando la licenza di osare, di vedere qualcosa che non c’è ancora o che è nascosto, e di farlo nel piacere del gioco.

Ci siamo rifugiati in un bosco, in una cascina, sottratti dallo sguardo e dal giudizio del mondo fuori per creare delle nuove micro-comunità, Zone Temporaneamente Autonome (Bey, 1993) per sperimentare nuove possibilità, lontani dagli occhi indiscreti di chi dice “non si può!”.

TEMATIZZARE L’INELUTTABILITA’ DELLA SCONFITTA APRE AL GIOCO E ALLA VITA

L’espediente immaginativo di dire “non c’è futuro”, “la situazione è tragica”, “è praticamente impossibile sopravvivere” invece che portare scoraggiamento ha aperto a nuove possibilità di sentirsi vivi, di esserci, ha dato il via alla dimensione del gioco, dell’immaginazione poietica.

Si tratta di un’ “allucinazione collettiva”, condivisa e consapevole, in cui il mondo è stato sovvertito per un periodo circoscritto di tempo. Ma quando ne siamo usciti ci siamo accorti che non eravamo gli stessi, non solo gli adolescenti, ma neanche noi formatori.

Gli alunni coinvolti in queste esperienze sono tornati alla quotidianità sentendosi, in forme e modi diversi, cambiati, percependo che “qualcosa è successo”. Sono cresciuti nell’autonomia, nella responsabilità, hanno sviluppato apprendimenti tecnici, hanno soprattutto maggiore fiducia e serenità anche nell’abitare ciò che non controllano. Hanno stretto e approfondito legami interpersonali con i pari e i formatori in quel modo speciale che avviene solo tra chi è stato compagno di un viaggio intenso, un po’ magico e difficile da raccontare a chi non c’era.

Hanno sperimentato che esistono alternative, che esiste un modo di relazionarsi, di porsi, di sentire e sentirsi differente da quello quotidiano, che non tutto è ineluttabile, che forse si può ancora scegliere a che gioco giocare (basta essere certi di non avere più speranze)

L’esperienza è stata possibile grazie alla collaborazione con la coop. sociale Praticare il Futuro

Questo articolo è un estratto re-editato del mio saggio “Adolescenti tra notti, boschi, fate e catastrofi. Esperienze scolastiche ai confini della realtà” contenuto in “Una scuola possibile. Studi ed esperienze intorno al Manifesto «Una scuola»” a cura di F.Antonacci e M.Guerra (Francoangeli 2018)