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Come creare un ambiente accogliente in videochat

suggerimenti per allestire setting per il lavoro riflessivo ed esperienziale nel digitale

Condurre un gruppo in videochat non è facile, ce ne siamo resi conto
tutti durante il periodo di migrazione forzata dei nostri corsi sui
dispositivi digitali, e tanto più non è facile mantenere un setting
“caldo”, che possa essere spazio protetto di condivisione di riflessioni
personali, di lavoro con vissuti emotivi anche delicati.

Attraverso il monitor è più difficile sentirsi parte di un gruppo, il
coinvolgimento emotivo è più difficile, c’è il rischio di distrarsi,
anche perché partecipiamo contemporaneamente all’ambiente del gruppo in videochat e a quello del luogo in cui ci troviamo fisicamente. Inoltre
i problemi tecnici possono creare forti disagi: voci e immagini che
laggano, la linea che salta e ci espelle dalla piattaforma e così via.

Seguendo però alcuni accorgimenti possiamo rendere l’esperienza in videochat il più accogliente e conviviale possibile.

Ho provato allora a elencarne alcuni qui,
tante di queste riflessioni e pratiche nascono dalle condivisioni e il lavoro insieme con la collega e amica Cristina Bergo:

Esplicitare insieme regole di fiducia

All’inizio di ogni nuova esperienza di gruppo può essere importante esplicitare le regole che a priori proponiamo al gruppo, dedicare un momento per deciderle insieme, regole che possano far sentire coinvolti e protetti i partecipanti.
E’ importante dirci se registreremo o meno, e in caso cosa ne faremo di quel materiale.
Se vogliamo davvero creare un clima di complicità e intimità possiamo impegnarci reciprocamente a non registrare, a non fare screenshot, a metterci tutti le cuffie (o isolarci) in modo che ciò che si dice non possa essere ascoltato da eventuali altre persone presenti nelle nostre case.

L’accoglienza e l’aggiornamento: anzitutto la condivisione del vissuto dei partecipanti

Un rito molto utile, all’inizio di una sessione, è quello dell’aggiornamento, ovvero il momento in cui i partecipanti del gruppo condividono qualcosa avvenuto nel tempo in cui non ci si è visti, oppure la situazione emotiva del momento. Sebbene per chiunque si occupi di apprendimento esperienziale si tratta già un di must anche nel lavoro in presenza, in quello a distanza diviene ancora più importante, perchè vengono a mancare i momenti informali in cui questo tipo di condivisione può avvenire ai margini dell’attività strutturata.
La consegna più classica è “oggi vi dico che…“, ma può anche bastare parola, magari scritta in chat (anche privatamente per chi desidera) per ascoltare e accogliere gioie, sofferenze, piccoli e grandi aspetti della quotidianità, e ricordarsene durante la conduzione (e magari se è il caso stravolgerla…). Gli insegnanti che all’inizio delle proprie lezioni «perdono» del tempo per questo rito, possono testimoniare l’utilità nell’entrare in contatto con i ragazzi, l’influenza positiva nel processo di apprendimento.

Uno stratagemma, anzi un «hack» per proporre un aggiornamento in modo semplice e rapido è quello di scrivere una parola che rappresenti il proprio stato d’animo o qualunque cosa si voglia condividere di sé utilizzando lo spazio fornito da Zoom (e da molti altri software di videochat) per inserire il proprio nome.

Si tratta di un modo creativo per “hackerare il software”: se quella feature della videochat era pensata come didascalia per riconoscere la persona in modo univoco, per «fare l’appello» noi la utilizziamo per amplificare invece la dimensione dell’interiorità, per farne qualcosa di creativo e inaspettato (lo stesso spazio lo abbiamo «dirottato» anche per scrivere nickname di fantasia, o persino mini-poesie).

Circolarità

Simmetria e circolarità dei turni di parola sono un elemento importante
in qualsiasi gruppo esperienziale. In videochat divengono ancora più
importanti. Nel setting a distanza, in cui non è facile auto-organizzarsi nei turni degli interventi, in cui il rischio è che chi è più reticente al contrario si auto-escluda, è fondamentale valorizzare la presenza di ognuno accompagnando la presa di parola.
Il consiglio è utilizzare il più possibile le «catene», ovvero interventi regolati dal passaparola, «giri di tavolo» per riconoscersi, dare voce a tutti, incontrarsi virtualmente senza esclusioni (ovviamente nella libertà di non intervenire per chi consapevolmente preferisce non farlo).

Ritmo e consegne a risposta rapida.

In videochat i tempi (e l’attenzione) sono in genere più limitati che in presenza, questo rende importante l’utilizzo di specifici accorgimenti per rendere più «leggera» e ritmata la conduzione, anche regolando gli interventi.
Può a questo scopo essere utile ricorrere a consegne a risposta rapida che, se stiamo lavorando su condivisioni riflessive, allo stesso tempo facilitino «ricognizioni introspettive».
Un suggerimento può essere quello di utilizzare stimoli come:
– la metafora: “un colore/un tempo atmosferico che indichi come sei qui oggi…“,
– un breve elenco: “tre parole (solo tre) per dire qualcosa di te oggi“.

Sempre a scopo di tutelare spazio per tutti, un compito importante ma sicuramente ingrato, è quello di, con cordialità e fermezza, limitare gli interventi più verbosi (eventualità più frequente con gruppi di adulti che di ragazzi…).

Le sociometrie on line

Le sociometrie, introdotte da Jacob Levi Moreno, sono uno strumento molto
funzionale per consentire ai gruppi di esprimersi in modo simmetrico (a
tutti lo stesso spazio per pronunciarsi) su un dato argomento. In videochat – in linea con quanto detto fino ad ora – possono risultare molto utili, sebbene siano necessari adattamenti che funzionino on line.

La modalità che preferisco in videochat è utilizzare semplicemente le mani. Esempi di consegna possono essere:
– “mostrate con le mani un numero da zero a dieci a seconda di quanto siete a vostro agio nei seminari in videoconferenza
– “mostrate con le mani un numero da zero a dieci a seconda di quanto questa notte avete dormito bene”.
Tutti possono così esprimersi contemporaneamente, e attraverso il colpo
d’occhio ognuno può farsi un’idea dei pensieri, dei vissuti, del
posizionamento degli altri rispetto al tema in oggetto.
In seguito il conduttore se desidera può fare qualche domanda di approfondimento a qualcuno dei partecipanti, magari quelli che hanno dato i punteggi più «estremi».
Si tratta di una soluzione tecnica che personalmente ho utilizzato molto, è un modo per dialogare, prendere posizione e ascoltarsi che si presta bene ai tempi della formazione in videochat.

Portare elementi di fisicità e spazialità

In videochat i corpi sono «smaterializzati», questo non vuol dire che non ci sia fisicità e spazialità. Può essere utile, per creare un setting caldo in videochat, provare a «ri-materializzare» e «rispazializzare» il più possibile la relazione.

Una possibilità molto semplice, ma efficace, può essere quella di coinvolgere nel lavoro elementi materiali presenti nello spazio fisico che i partecipanti occupano. Si può chiedere ad esempio di narrare qualcosa di sé a partire da un oggetto presente nello spazio in cui ci si trova. Si tratta di un modo discreto per «introdurre» gli altri nella dimensione fisica che si sta occupando, ma anche nell’intimità della propria casa.

Un’altra opzione, in cui si gioca invece con la dimensione spaziale determinata dal monitor, può essere quella di proporre un «giro di tavolo» in cui ognuno è tenuto a passare parola solo a chi occupa un riquadro in videochat confinante con il proprio. In questo modo si ha modo di condividere e confrontare la spazialità generata (per ognuno diversa) dal software, che regola il nostro sguardo sul gruppo e la nostra percezione «fisica» dello stesso.

Amplificare l’espressività dei partecipanti

In videochat i segnali non verbali si assottigliano. Per compensare questa mancanza un compito importante a cui può provvedere il formatore è quello di amplificare l’espressività dei partecipanti al gruppo.
Per fare questo si possono «esagerare» i segni di presenza e ascolto: il conduttore può esprimere con la voce e con il corpo che sta ascoltando con attenzione, oppure ripetere in modo più espressivo quello le parole dei partecipanti, sollecitando interazioni invitando i singoli a intervenire/rispondere.

Utilizzare applicazioni d’appoggio per attività collaborative

Per il lavoro collaborativo può essere importante utilizzare in parallelo alla videochat altre piattaforme di appoggio leggere e funzionali.
Le mie preferite sono i pad (istanze di etherpad.org come il già
citato framapad e tanti altri) oppure, lato software proprietario,
padlet (specialmente per file multimediali). Nelle nostre formazioni
in videochat li utilizziamo per raccogliere traccia delle condivisioni, produrre testi e poesie collettive e digital storytelling.

Poesia collettiva creata su pad durante un workshop in videochat, ne parlo qui

Utilizzare la musica in videochat

Non appena mi è possibile, mi piace aggiungere una “colonna sonora” ai miei incontri di formazione in videochat.
La musica può dare colore e calore ai momenti più vuoti, alle attese, al tempo dato ai partecipanti per eseguire un compito “sconnessi”. La musica unisce, riscalda; non di rado mi è capitato di assistere alla partenza spontanea di accenni di movimenti a ritmo che in poco tempo diventavano contagiosi, a rimarcare la partecipazione mente-corpo a un’esperienza comune.

Tecnicamente, dopo varie sperimentazioni, sono giunto alla conclusione
che da un punto di vista pratico il metodo migliore è avvicinare semplicemente una cassa al microfono; l’alternativa più «raffinata», quella di mixare internamente al computer la fonte sonora musicale e quella proveniente dal microfono, è possibile ma molto complessa e non sempre
i risultati sono soddisfacenti.

Gestualità condivise per comunicare in gruppo

Ci sono gruppi che per mantenere più conviviali e fisici i loro incontri in videochat hanno introdotto l’utilizzo di gesti non verbali, da affiancare la parola. da utilizzare in occasioni:
In questo modo l’inizio o la chiusura dell’incontro, oppure espressioni come “sono d’accordo!”, “non sono d’accordo!”, “voglio parlare”, “ti abbraccio” sono comunicati attraverso gesti convenzionali, un codice sviluppato dal gruppo.
Per questa comunicazione non verbale si possono utilizzare le mani, le braccia e altre parti del corpo riprese dalla telecamera.

Il formatore può incoraggiare il fatto che questi gesti divengano
tradizione del gruppo, includendone altri se nascono spontaneamente o se
ne si sente l’esigenza.

Se si vuole amplificare la dimensione corporea rispetto a quella
macchinica si può decidere di utilizzare il meno possibile (o non
utilizzare) emoticons e altre features della piattaforma.

Creare qualcosa di esteticamente bello insieme

Può essere funzionale, se la conformazione del gruppo lo permette,
portare i corpi al centro della scena per creare qualcosa di bello che
unisca, utilizzando attivazioni tipiche del lavoro teatrale in presenza.
Ad esempio: ognuno esprime come sta con un gesto, gli altri ripetono, si
propongono esercizi corporei da fare insieme, sincronizzati: dallo
stretching a far finta di “lavare i vetri”. Oppure si può proporre il
gioco dello specchio dividendo i partecipanti a coppie e chiedendo di
ripetere in camera i gesti del compagno. Sui social network durante il
periodo del lockdown si sono trovati tanti esempi di questi
esperimenti. Come sa chi ha sperimentato queste attivazioni, si tratta
di piccoli “attimi di bellezza”: la resa estetica, il divertimento nella
creazione di queste “coreografie” porta a vivere momenti di benessere
che uniscono il gruppo, fanno sentire parte di una stessa comunità,
anche se a distanza.

Escludere la nostra immagine dal monitor

Ci sono studi che sottolineano come uno dei motivi per cui la videochat risulta particolarmente stancante è il continuo confrontarci con la nostra immagine «specchiata» nel monitor. Siamo portati a controllare in continuazione come appariamo agli altri, anche inconsciamente, anche se decidiamo di impegnarci a non farlo. Un modo per allentare questa fatica è escludere il nostro «riquadro» da quelli sul nostro monitor, un’opzione possibile nella maggior parte di software di vedochat.

A me capita spesso di farlo; agli adolescenti invece, pur parlandogliene, so che difficilmente mi seguiranno, nella consapevolezza del fatto che il controllo della loro immagine sia per loro qualcosa per loro di molto importante, sebbene spesso fonte di sofferenza. A volte però qualcuno può decidere di provarci, e vivere un’esperienza diversa, sperimentare il rischio di una strana libertà.

Inventare adattamenti di strumenti che utilizziamo in presenza

Un suggerimento per mantenere il più possibile un setting “caldo” è di sperimentare quando possibile in videochat strumenti e
tecniche che utilizziamo in presenza, anche se necessiteranno di
adattamenti creativi. Ne abbiamo visto un esempio parlando di
sociometrie. Non abbandonare quindi il nostro patrimonio di conoscenze
di lavoro di gruppo in presenza ma dedicare tempo e immaginazione per
adattarlo alla nuova situazione senza farci troppo condizionare dai
“richiami” del software che spinge a un utilizzo standardizzato. Se si
ci si pone in modo creativo possono succedere cose molto interessanti:
ricordiamoci che anche on line si può chiedere di disegnare su carta, di
chiudere gli occhi, di scolpire con il nostro corpo un’emozione
. A
volte bastano piccoli espedienti per adattare un lavoro in presenza nel
suo corrispettivo funzionale all’on line.

Stabilire specifiche regole “di protezione” in videochat:

La videochat espone l’ immagine e la presenza personale in una modalità che può generare disagio, anche molto forte, è il caso ad esempio di molti adolescenti. All’Anno unico abbiamo deciso di porre regole a priori che potessero tutelare su questo fronte. Abbiamo così comunicato ai ragazzi che ognuno poteva scegliere se intervenire ai nostri incontri digitali (le riflessioni nel dettaglio le trovate qui):

1- con immagine e voce,

2- solo a voce tenendo spenta la telecamera,

3- tenendo spenta telecamera e microfono utilizzando solo la chat,

4- non utilizzando nemmeno la chat ma solamente come ascoltatori passivi (per quanto un ascoltatore non sia mai passivo…).

Si tratta di una scelta piuttosto in controtendenza, se pensiamo che, privilegiando la logica del controllo rispetto al benessere on line, moltissime scuola impongono ai propri alunni di mostrarsi in webcam.

qui, con un gruppo particolarmente restio a mostrarsi in video, abbiamo giocato a creare originali avatar

Non è sempre funzionale utilizzare la chat di testo

Se come si è appena visto, in molti casi la chat di testo è utile, perchè permette di comunicare a chi è più restio a farlo attraverso altri canali che espongono maggiormente, in altre situazioni diviene un sovrabbondante strumento che aumenta il rumore e la dispersione dell’attenzione senza portare un significativo apporto comunicativo.

Ci sono gruppi, come gli attivisti per l’ambiente che sperimentano le
pratiche di “work that reconnect” che, cercando di creare anche negli
incontri on line momenti di forte connessione tra le persone e delle
persone con se stesse (e con il pianeta), nelle proprie sessioni
escludono categoricamente l’utilizzo della chat testuale nei loro incontri.

Sostenere la creazione di spazi protetti da cui connettersi

Uno dei problemi più grandi nel lavoro in videochat è l’interferenza
dell’ambiente fisico in cui i partecipanti si trovano nell’incontro: può
essere fonte di disturbo per via di rumori di fondo che entrano nel
microfono, ma anche imbarazzo, limitazione al comunicare in libertà. Si
possono suggerire al gruppo modalità per rendere più confortevole e
protetta la propria postazione fisica e virtuale da cui si partecipa.

ecco il mio »studio», lo ho raccontato più nel dettaglio qui

Possiamo accompagnare i partecipanti nella scelta di uno spazio il più
possibile appartato; durante il periodo di lockdown abbiamo
sperimentato che non c’è limite alla fantasia: abbiamo visto adolescenti
dell’Anno Unico chiusi in bagno per connettersi, oppure nell’automobile parcheggiata in garage, dichiarato “l’unico posto davvero tranquillo”.

Un aspetto che può mettere a disagio, oltre la presenza di persone che
“invadono la privacy” è il fatto che con la videochat gli altri
componenti del gruppo “entrano in casa nostra”. Possiamo non aver voglia
che si vedano i nostri ambienti domestici, per riservatezza o
semplicemente perché preferiamo separare, almeno simbolicamente, lo
spazio della casa da quello degli incontri pubblici. Possiamo suggerire
di allestire, con teli e qualsiasi altro materiale, un postazione ad
hoc
, un sorta di “micro studio televisivo” in casa; oppure possiamo
imparare, per le piattaforme che lo consentono, a modificare
digitalmente lo sfondo alle nostre spalle, o ancora utilizzare
applicazioni specifiche che creano graficamente un ambiente virtuale
diverso da quello in cui siamo immersi (a volte anche modificare la
nostra immagine). Questi artifici tecnici, anche se a volte sono
prodotti da società su cui abbiamo più di qualche perplessità e spesso
funzionano bene solo su dispositivi e reti di alto livello, possono
coadiuvare nell’invenzione di situazioni di gioco e di apprendimento
molto interessanti.

questo articolo è un estratto dal libro formare a distanza scritto con il gruppo di ricerca C.I.R.C.E. Qui (come in giro su questo blog) si trovano altri estratti.

Una postazione creativa per il lavoro educativo in videochat

Uno studio radio-televisivo fai-da-te per la formazione a distanza. A ognuno il suo, a sua misura. Questo è il mio…

Da quando ho creato la mia postazione fai-da-te per il mio lavoro in FAD (sia per condurre gruppi di adolescenti che di adulti) è cambiato qualcosa. Passare da portarsi il computer in un posto tranquillo qualsiasi della casa a prendere posizione nel proprio «studio radio-televisivo diy» può sembrare un cambiamento di poco conto, ma per me è significato un salto di qualità importante nelle conduzioni a distanza. Mi ha un po’ riappacificato con una dimensione che comunque soffro, mancandomi le possibilità didattiche del lavoro in presenza e l’intensità dell’incontro con i partecipanti. Ha contribuito a riaprire una dimensione di gioco e sperimentazione di cui avevo bisogno.

Uno spazio-soglia

Attraverso la FAD si entra nella casa degli altri, e gli altri entrano in casa tua. E’ uno degli aspetti che mi ha sempre messo a disagio, e sicuramente ha messo a disagio gli adolescenti con cui lavoro. Il problema non è necessariamente che abbiamo qualcosa da nascondere, ma la casa per ognuno resta uno spazio di intimità, si entra se invitati: in genere non si accolgono gli utenti del proprio lavoro a casa propria.
Creare allora uno spazio-soglia, che rimanga all’interno della propria abitazione ma sia allestito ad hoc per la vista dall’esterno, può essere una soluzione utile. Uno spazio dotato anche di espedienti tecnici per rendere le nostre “trasmissioni” il più possibile esperienze piacevoli (sebbene si possa realizzare anche a scuola, o in qualunque altro spazio disponibile)

Ok la teatralità, ma qui mi sono lasciato un pò andare…

Anzitutto la scenografia

La prima cosa per allestire uno studio fai-da-te è provvedere alla scenografia, “lo sfondo” in cui la nostra immagine sarà incorniciata. Una scenografia teatrale, “finta” come ogni scenografia, ma forse proprio per questo ancora più in grado di accogliere e proteggere parole e relazioni che sono autentiche, un cancello “spazio-temporale” appositamente progettato per l’incontro.

Io ho creato la scenografia che tengo alle mie spalle utilizzando un copriletto indiano, a fondo blu con fantasie “psichedeliche”, appeso all’armadio con mollette e scotch di carta (che regolarmente ogni tanto cedono). A questo sfondo aggiungo qualche oggetto, che di volta in volta cambia: il mio preferito è una grande spada da guerriero fantasy che ho costruito durante un laboratorio di falegnameria con i ragazzi diversi anni fa: crea curiosità, bilancia in modo giocoso il drappo un pò troppo da santone, e mi ricorda i momenti sereni in cui con i ragazzi in cascina abbiamo costruito le nostre armi.

Sempre in un’ottica teatrale ho aggiunto al set un faro RGB a led, che può cambiare il colore della luce che emana, lo avevo recuperato per il lavoro in presenza con i ragazzi; in mancanza d’altro continua a fare il suo servizio. Non lo uso sempre perché nelle dirette lunghe diventa impegnativo per gli occhi, ma contribuisce non poco a quell’effetto di “spazio altro” e di magia che cerco (la luce che preferisco è quella rossa).

Il microfono

Per il mio studio d.i.y. ho acquistato un microfono di discreta qualità (l’unica spesa fatta ad hoc), non una spesa esagerata ma sufficiente per far sentire chiara la mia voce, canale di comunicazione “caldo” per eccellenza nell’universo universo digitale di bits e di dots. Un altro vantaggio che porta avere un buon microfono è che posso anche allontanarmi dalla postazione, camminare per la stanza magari, in particolare quando sono in «modalità radiofonica» e le mie parole si sentono ancora bene. Non essere costretti nella stessa posizione è un valore aggiunto non da poco per un’attività statica e “blindata” come la formazione a distanza.

Due telecamere?

Nella stessa ottica di permettermi il movimento, mettendo in atto un’idea dell’amico Panos (che in realtà ha ispirato tutta questa «operazione studio fai-da-te» che sto raccontando) mi è capitato di utilizzare anche due telecamere, sempre con approccio iper-fai-da-te, aggiungendo quella del cellulare alla webcam del computer: appoggio lo smartphone su una mensola ad un pò di distanza in modo che riesca a produrre una sorta di ripresa panoramica; e così nel mio studio si guadagna in fatto di possibilità di movimento e tridimensionalità.

Anche un launchpad?

La musica e in generale i commenti sonori sono importanti nelle mie formazioni a distanza. Mi piace utilizzare frammenti di canzoni ed effetti di vario genere (esplosioni di bombe, sirene da sound system reggae, spari di pistole laser…) per sottolineare momenti particolari durante le sessioni di lavoro educativo. Sebbene si possa sfruttare tranquillamente un qualsiasi lettore di musica digitale, data la mia passione gli aggeggi tecnologici per giocare con la musica, ho riadattato all’evenienza un launchpad, in modo da «lanciare» i commenti sonori con più comodità e creatività. E’ stato un pò ritornare ai tempi (15 anni fa!) della web radio «clandestina» che gestivamo con amici, Radiowatta.

Personalizzare, creare con poco, ri-incantare

Ovviamente non ho raccontato tutto ciò auspicando che insegnanti o educatori seguano le stesse modalità. Le soluzioni che ho descritto sono molto personali, talvolta anche un modo mio per divertirmi un pò (lungi da me pensare che senza un launchpad non si possa fare creative formazioni on line…)
Sono forse le parole personalizzazione e creatività i concetti chiave: allestire uno spazio di confort e di gioco su misura per chi lo deve abitare e utilizzare come postazione di lavoro. Ognuno può mettere in campo le risorse che preferisce e che ha a disposizione: i propri oggetti preferiti, spazi, teli, cianfrusaglie più o meno tecnologiche.

È una dimensione di gioco che per coinvolgere i ragazzi deve coinvolgere e divertire prima di tutto noi, si tratta di un approccio D.I.Y. (Do It Yourself) un po’ punk e un po’ hacker: con poco, ri-inventando l’uso di strumenti e materiali già a disposizione, può nascere qualcosa di nuovo e di divertente che permette di resistere e costruire relazione (e portare un po’ di magia) in questi tempi inquieti.

questo articolo è un estratto dal libro formare a distanza scritto con il gruppo di ricerca C.I.R.C.E. Qui (come in giro su questo blog) si trovano altri estratti.

Organic FaD: Suggerimenti per una formazione a distanza critica, ecologica e libera

L’inglese organic si traduce con l’italiano bio, ma il termine mantiene la radice organica, che rinvia all’organismo. Nella formazione a distanza siamo immersi in ambienti complessi che vorremmo spingere in una direzione più bio-organica. Abitare quegli spazi in maniera critica, libera, ecologica è una sfida dei nostri tempi. Nel complesso riteniamo fondamentale limitare le interazioni automatiche e automatizzate con le macchine, per ampliare i margini di interazione non automatizzata. Non si tratta di contrapporre esseri umani e macchine ma di scegliere come costruire relazioni conviviali attraverso la messa a punto di tecnologie appropriate. È quello che cerchiamo di fare con le attività di pedagogia hacker.

Di seguito riportiamo alcuni dei suggerimenti che sono emersi nelle
pagine del libro Formare a Distanza. Li abbiamo suddivisi in quattro categorie principali: Alla macchina porta la tua umanitàprima di tutto le persone, creatività e senso critico, e, per finire, FAD non significa
videochat
.

1. Alla macchina porta la tua umanità

Diffidare della tecnica “risolvitutto”

Le tecnologie industriali di massa arrivano fra noi con un portato
ideologico forte, anche se quasi mai esplicito. Il presupposto dell’ideologia tecnologica è semplice: ogni situazione è un problema da risolvere mediante una soluzione tecnica. Le piattaforme per l’insegnamento a distanza, ma anche le semplici videochat, condividono questo postulato.

Secondo questo paradigma educatori, insegnanti, formatori nelle
condizioni di dover lavorare a distanza devono “semplicemente” imparare
a utilizzare le app giuste, e ovviamente a usarle bene.
Automaticamente, quasi per magia, questo «semplice» utilizzo degli strumenti «giusti» risolverà il problema… della distanza, della didattica, della formazione e così via. Automagicamente!

Invece di abbandonarci alla procedura corretta, noi pensiamo invece che cercare di abitare il disagio, anche il disagio della distanza, facendo appello alle nostre risorse creative per conciliare le istanze pedagogiche per noi imprescindibili con un utilizzo consapevole degli strumenti tecnologici.

Rimanere connessi con le istanze pedagogiche per noi irrinunciabili, poi scegliere l’applicazione più appropriata

Prima di lanciarci su un tutorial on-line, prima di correre dall’amico smanettone, è fondamentale fermarci, connetterci con la situazione di apprendimento che dobbiamo affrontare, i nostri valori, i bisogni dei nostri ragazzi, solo dopo aver fatto questo fondamentale passaggio potremmo andare a cercare l’applicazione più appropriata.
Che tipo di relazione vogliamo mantenere con i ragazzi? Che tipo di setting vogliamo creare?
Ci interessa un modello di didattica cooperativo o competitivo?
Quanto è importante per noi la dimensione riflessiva? Quella esperienziale?
Il nostro approccio si basa prevalentemente sulla dimensione cognitiva o anche su quella emotiva e immaginativa?

A seconda della risposta che daremo a queste domande orienteremo in modo diverso il nostro utilizzo di strumenti tecnologici.
Il rischio è che se invece partiamo dallo strumento: quello più «facile», quello che «usano tutti», quello che mi è stato consigliato perché «funziona» il rischio è che sia lui a dettare l’impostazione del mio lavoro.
All’inizio non sarà facile, dovremo imparare a stare con il problema come ci suggerisce Donna Haraway, vivremo un momento di «crisi» , ma una crisi che può essere generativa, che ci aiuterà a non snaturare ciò che è importante di noi e per noi.

Un approccio del genere può esserci utile anche come momento di riflessione sul nostro lavoro, perché, per re-inventarlo nella modalità on-line, o in generale nel digitale, siamo costretti a ritrovarne il cuore. Solo questo modo a nostro avviso potranno succedere cose interessanti; potrà nascere qualcosa di importante perché sarà qualcosa che solo noi, con la nostre specificità potremo contribuire a sviluppare. «Basta solo» provare e riprovare, sperimentare, sbagliare, “imparare a disimparare” .

qui racconto la mia crisi che ha aperto nuove sperimentazioni

I formatori creativi non rinnegano le loro competenze nel digitale, ma le riadattano con un approccio originale e “do it yourself”

Sei un formatore, un insegnante, un educatore creativo e appassionato? La tua storia, le tue competenze, ogni tua risorsa può essere utile nella didattica a distanza. Non perdiamo quello che siamo solo perché ci spostiamo nel digitale (ma se sei un formatore creativo e appassionato questo lo sai già). Purtroppo alla ricerca dell’ «app miracolosa» in molti rischiamo di perdere il bagaglio di esperienze che abbiamo coltivato, snaturando il nostro lavoro ma anche il nostro valore professionale che a fatica abbiamo costruito.

E’ importante ricordarci che molto della nostra esperienza e delle competenze che abbiamo sviluppato possono essere utili, interessanti, divertenti anche a distanza. Nel contesto digitale non è il caso di accantonare queste risorse, come se fossimo in un’altra dimensione, fuori da noi stessi.
Come formatori, vogliamo ripartire da quello che, per la nostra
esperienza, riteniamo essenziale nel rapporto educativo/formativo e
dalla nostra creatività. 

Dialogare e, perché no, scontrarsi e litigare con le macchine è un presupposto chiave per andare nella direzione che riteniamo importante tenendo “la barra dritta”.
È fondamentale provare ad adattare il proprio lavoro senza dire a priori
che “è impossibile”. Durante i mesi di emergenza del
primo lockdown abbiamo visto riportate on line situazioni didattiche impensabili prima: immaginazioni guidate, esercizi teatrali, coreografie di danza, laboratori di cucina. Queste sperimentazioni hanno generato un know how in continua crescita, sicuramente utile anche quando il lavoro a distanza non sarà più imposto ma potrà rientrare nel novero delle scelte.

2. Ri-connettersi con i ragazzi

E’ risaputo, e nei periodi di distanza forzata è emerso in modo ancora più forte, che la relazione, tra pari e con l’adulto, è fondamentale nel processo di crescita e di apprendimento. Curare la relazione anche nella dimensione a distanza, o in quella blanded è allora qualcosa da cui non si può prescindere, che va ri-inventato sfruttando tutti gli spazi percorribili. Anzitutto lo si può fare sfruttando i momenti in presenza, anche quando sono pochi, per rafforzare i legami, e dall’altra parte attivando specifiche tecniche formative nel lavoro a distanza.

Dedicare tempo ed energie nei momenti in presenza per costruire fiducia con i formatori e tra i componenti del gruppo

I gruppi che hanno funzionato meglio a distanza durante il lockdown potevano basarsi su solide relazioni costruite in presenza.
Quando allora un corso è progettato in modalità blended
(con momenti in presenza e altri a distanza), oppure quando rischia di subire lunghi periodi solo on line per cause di forza maggiore, è importante sfruttare i momenti di incontro fisico ad attività che creino fiducia,
affiatamento, relazione autentica e significativa. Ci sono tante modalità e specifiche attivazioni che ci possono aiutare a questo scopo. Non si tratta di perdita di tempo, anche rispetto all’apprendimento degli specifici contenuti di apprendimento, è un investimento che rivelerà tutta la sua forza generativa.

Questo suggerimento può rivelarsi utile per chi lavora con gruppi che
annoverano componenti soliti a lunghi periodi di assenza, come i ragazzi
a rischio di ritiro sociale
. Curare in modo particolare la costruzione
della relazione con loro nei momenti di presenza potrà andare a
sostenere la continuità della relazione e del lavoro formativo nei
momenti di “crisi” in cui l’adolescente non riuscirà a frequentare la
scuola o il servizio perché saremo costretti ad attivare un lavoro
formativo a distanza.

La cura del legame sociale è tipica delle comunità resilienti; è una
forma di mutuo appoggio, a ben vedere: nel momento in cui accade
l’inaspettato, la “catastrofe”… la collaborazione sperimentata e la
vicinanza esistente tra le persone diventa la prima leva per affrontare
la situazione di crisi.

Curare il rapporto individuale formatore-discente

Nelle situazioni di gruppo in presenza c’è sempre
la possibilità di comunicare individualmente tra le persone, e per permettere al formatore di relazionarsi individualmente all’allievo: ci sono i momenti destrutturati come gli intervalli in cui ci si può incontrare e scambiare qualche parola, ma c’è anche la possibilità di incrociare sguardi in aula, indirizzarsi messaggi più o meno verbali durante l’attività, anche in mezzo a tante persone. Nelle interazioni digitali tutto questo diviene molto più difficile se non impossibile. Ecco allora qualche accorgimento che può rivelarsi utile:

  • affiancare a momenti di videochat in gruppo colloqui individuali a cadenza regolare: un lavoro faticoso ma che, come viene raccontato qui si è rivelato di fondamentale importanza per chi lo ha sperimentato, in particolare nel lavoro con i ragazzi a maggiore rischio dispersione.
  • inviare messaggi individuali periodici con contenuti molto personalizzati. Possono essere restituzioni riguardo attività scolastiche oppure semplicemente messaggi con il solo fine di creare un contatto, il cui significato sotteso è «ci tengo a te come individuo». Spesso non è neanche necessario che abbiano una risposta, altre aprono degli scambi molto importanti, per costruire relazione, per far emergere problemi.

Avere inoltre in questo modo elementi sull’esperienza individuale dei ragazzi risulta molto utile nel lavoro nell’aula, per quanto anche virtuale: se il conduttore possiede alcuni elementi di conoscenza rispetto gli stati d’animo e i vissuti individuali dei ragazzi può trovare il modo migliore per relazionarsi a loro nel gruppo nel modo più appropriato, evitando magari di metterli a disagio, e potrà, se lo ritiene opportuno e con il permesso degli allievi, portare al gruppo con sensibilità e delicatezza alcuni temi individuali.

Trovare modalità inconsuete per far sentire che siamo vicini ai ragazzi

Inviare messaggi o fare colloqui individuali è un modo per far sentire
la nostra vicinanza ai discenti, per comunicare loro «per me sei
importante» al di là del mandato formale dell’apprendimento in una specifica disciplina.
Un ulteriore modo per rafforzare questo messaggio è elargire piccoli
«regali» non dovuti. Ad esempio all’Anno Unico (si veda la sezione
Inventare) gli adolescenti hanno molto apprezzato la cura con cui il
materiale che loro producevano a casa veniva valorizzato, impaginato,
trasformato, remixato dai formatori senza che rientrasse nei loro
“doveri formativi”. Questo ha contribuito a creare maggiore affiatamento
e connessione anche a distanza.

Sempre nello stesso contesto si è sperimentato come un “dialogo poetico”
fatto di ascolto di sé stessi e ascolto dell’altro, reciproco e
simmetrico tra discente e formatore ha creato inedite vicinanze e
alleanze.

ne parlo in questo articolo

La cura della conduzione in videochat

La videochat è un contesto in cui non è immediato creare un clima di vicinanza e convivialità, importante per l’apprendimento significativo. E’ fondamentale allora curare con specifici accorgimenti metodologici e tecnici la conduzione per rendere questa esperienza il più possibile generativa.
Tecniche come le catene chiuse e le sociometrie possono essere a questo scopo molto utili.

E’ stato inoltre sperimentato che permettere ai ragazzi di scegliere il canale di comunicazione tra i diversi offerti dalla videochat li porti a a sentirsi maggiormente a loro agio e disponibili all’apprendimento. L’idea è premettere a priori la possibilità di utilizzare la videochat nell’opzione audio-video oppure solo audio, oppure di comunicare solo la chat di testo.
Si tratta di un approccio che forse per molti può apparire controintuitivo, tanto che spesso nelle scuole si è ricorsi all’obbligo di mostrarsi in webcam, una soluzione che ha messo a disagio un alto numero di adolescenti, contribuendo in diversi casi a fenomeni di dispersione e ghosting. Il discorso va a toccare diversi temi di riflessione, primo fra tutti l’aspetto problematico e ansiogeno che gli adolescenti, e in particolare quelli cresciuti in tempi più recenti, hanno con la gestione con la propria immagine e la sua riproduzione mediata. Permettergli di «rifugiarsi» allo sguardo dell’altro diviene per loro un’opzione molto importante per abitare con serenità nel contesto di apprendimento.

Ho approfondito la questione qui.

Mettere al centro la persona che apprende. Quali necessità ha? Si apprende a distanza solo se si è fortemente motivati a farlo

Apprendere a distanza richiede grande motivazione; esserci nel digitale
è faticoso, i discenti ci sono se sentono che ne vale la pena.

Può essere allora utile selezionare le attività da proporre in line a partire da quelle che possano rispondere alle loro urgenze, desideri, che li aiutino a costruire un senso rispetto al vissuto personale, che non siano percepite solo come un tentativo di «riempirgli il tempo», oppure di reiterare in modo meccanico e asettico modalità e contenuti molto distanti da loro.

La questione può essere riassunta così: “Siamo lontani, ma se sentiamo che ci sono valide ragioni per esserci (al di là del voto), noi ragazzi ci siamo

Racconto qui la mia esperienza

3. Mantenere un approccio critico e creativo con applicazioni e piattaforme

Stiamo attenti al setting generato dalle applicazioni, alla “spinta gentile” (nudging)

Le apparecchiature tecniche (macchine, software, piattaforme ecc.) non
sono neutre, portatrici di un altrove fuori dal tempo e dallo spazio
valido per tutti, sempre e comunque. Tutto l’opposto: creano un
setting, sono portatrici di approcci epistemologici e pedagogici!

Nel momento in cui ci affidiamo in modo acritico all’applicazione, la piattaforma-macchina, in modo “gentile” e magari per noi inconsapevole, ci conduce nella sua direzione, crea un proprio setting, una situazione con regole e caratteristiche specifiche che potrebbe essere ben diversa da quella che riteniamo pedagogicamente valida.

Succede così che insegnanti in aula poco inclini alla valutazione rigida
siano guidati da Google Classroom a valutare attraverso verifiche a risposta chiusa, quiz in cui la componente riflessiva viene sacrificata a favore di quella cognitiva e mnemonica. Allo stesso modo educatori che hanno molta attenzione per la dimensione conviviale e cooperativa, spinti dall’urgenza di trovare «animazioni on line pronte all’uso» hanno privilegiato nella loro attività a contestchallenge, produzione di «simpatici meme» che potessero funzionare bene con il gioco dei like dei social network, privilegiando ambienti educativi digitali lontani dai propri intenti originari.

google classroom «spinge gentilmente» verso una valutazione fortemente quantificata

In questo senso accade spesso che più impariamo ad “usare bene i software” e più ci uniformiamo al sua “spinta gentile”. È una forma di conformismo, o meglio di mutuo condizionamento fra umani e macchine.

È allora fondamentale essere consapevoli della direzione in cui ci induce il
“piano inclinato” della piattaforma, il suo «demone» come in C.I.R.C.E. ci piace definirlo, che ha caratteristiche specifiche, interagisce con le nostre debolezze, inostri punti di forza e il nostro carattere. Più conosciamo noi stessi e la tecnologia saremo in grado di attivare le dovute contromisure.

Utilizzare il più possibile F/LOSS (Free/Libre Open Source Software)

Le piattaforme e gli strumenti digitali non sono tutti uguali. Quelli
che prediligiamo sono spesso leggeri, poco esosi in termini di
risorse; sono molteplici, perché tendono a far bene una cosa sola e
non a proporsi come soluzione unica per qualsiasi necessità; spesso non
ci chiedono nessun login e nessuna password
, e quando accade sappiamo
dove stiamo entrando, a casa di chi siamo quando accediamo a un
determinato servizio; non raccolgono dati e metadati dalle nostre
attività per profilarci e propinarci pubblicità e prodotti personalizzati.

Nel libro «Formare a distanza» ritornano spesso citati NextcloudJitsiEtherpad, ma ne esistono tanti altri. Sono F/LOSS, cioè programmi che si possono modificare per contribuire ad ampliare le libertà personali e collettivi attraverso il digitale. Di certo non sono gratis: costano tempo ed energia per imparare ad averci a che fare, talvolta denaro se non siamo capaci di gestirli da soli. Perché se il software è gratuito, la merce
siamo noi
, con le nostri gusti, le nostre abitudini, le nostre relazioni.

Questo è tanto più vero per le piattaforme di e-learning: come spiega
Graffio (nella sezione Didattica dello stesso testo, questo il link), il metodo di insegnamento viene piegato dalle piattaforme proprietarie, proprio perché non sono strumenti neutri al nostro servizio, ma portatrici di interessi economici in primo luogo.
Per non parlare del fatto che, se immagazzinano dati personali degli
utenti negli Stati Uniti, non rispettano la legislazione vigente in
tutta Europa in fatto di privacy (GDPR), come dichiarato dalla Corte di
giustizia europea.

4. Abbassare gli stimoli: meno input, rumore, e tempo in videochat

Limitiamo la presenza in ambienti digitali. È anche una questione di ecologia: ambientale, mentale, relazionale

Un cosa certa è che il ritmo della macchina non è il ritmo dell’umano.
Perciò dobbiamo imparare a stare con cautela nello spazio della
macchina, in particolare se gestito da piattaforme di massa. I corpi
umani soffrono le velocità di sollecitazione del digitale di massa, la
quantità di stimoli compressa e incessante. In un’epoca in cui siamo
sempre connessi, in particolare gli adolescenti, è molto importante
riuscire a valorizzare nel lavoro educativo a distanza anche i momenti
di “disconnessione”, di allontanamento dagli schermi.

Ecco due piccoli hack possibili per contenere i tempi di video, rivolti
in particolare alla formazione con adolescenti ma applicabili in maniera più generale.

Innanzitutto, è sano fare videochat brevi. Un’idea può essere fare un
breve momento in diretta, dare una consegna, un compito, e poi
disconnettersi per riconnettersi più tardi per un momento di
restituzione. Questo aiuta anche a dare un “ritmo” al tempo dei ragazzi senza “stordirli” eccessivamente.

Ancora, è possibile, durante una sessione di videochat, proporre
momenti in cui ognuno si allontana dal monitor per ascoltare solo la
voce di chi sta parlando, oppure per fare brevi attività unplugged, di
fatto disconnessi anche se con la connessione attiva.

Rarefare i momenti on line è anche utile per ridurre il digital
divide
. Chi non ha dispositivi adeguati e connessioni veloci avvertirà
maggior fatica nel corso di attività online prolungate. Ancora una volta
il mondo connesso tende ad amplificare le diseguaglianze preesistenti
nel mondo disconnesso.

Attenzione! Passare meno tempo collegati on line non vuol dire che le
menti, corpi, “anime” siano meno connesse. Fondamentale è la qualità
della relazione, non la quantità dei minuti-monitor! Altrimenti passa ancora l’idea del setting che quantifica, che ci comunica automaticamente
quanto tempo siamo stati connessi come se il tanto fosse una garanzia di
riuscita.

Valorizzare l’interazione asincrona.

È utile ridurre i momenti in chat e invece valorizzare i momenti di
interazione asincrona. Nella formazione tradizionale si riducono a
essere “i compiti a casa” ma, ispirandoci all’approccio delle flipped
classroom
, possiamo valorizzare il momento di incontro individuale con
stimoli di apprendimento, che in seguito viene socializzato e
rielaborato in gruppo e con il formatore (il momento di interazione
sincrona). Privilegiare questa direzione significa sfruttare il vincolo
della distanza per sostenere l’autonomia degli studenti e invitarli allo
sforzo di confrontarsi direttamente con i temi di apprendimento,
evitando la postura passiva che spesso è generata dalla lezione
frontale.

L’importanza di abbassare il rumore

Limitiamo al massimo le notifiche. Ad ogni file, messaggio, contributo che inviamo nel digitale corrisponde una notifica: cerchiamo di essere responsabili del numero minore possibile. Le notifiche sono quasi
letteralmente “spilli”, che pungono la pelle, stimolano il cervello e
mantengono uno stato di tensione continua, una sorta di attenzione che
non genera profondità e intensità ma stress performativo. Nelle
situazioni di stress l’apprendimento significativo è inficiato in
maniera sostanziale.

Cerchiamo di utilizzare il un minor numero di canali nelle situazioni multimediale di apprendimento, allo scopo di ridurre il numero di stimoli e
quindi favorire la focalizzazione dell’attenzione. Ad esempio in videochat si può decidere tutti di non utilizzare la chat, o di chiudere
la telecamera e quindi togliere lo stimolo del monitor generando un’atmosfera «radiofonica».

Non esistono regole generali valide per tutti e sempre, ma di certo la
scrittura della chat non è meno emotivamente coinvolgente del video:
anzi, se l’obiettivo è creare intimità e confidenza, la chat può svolgere un ruolo fondamentale.

Il canale “caldo” più sottovalutato: la voce

È importante ricordarsi che la voce è un medium più caldo del video.
Non significa che emotivamente le immagini sono meno coinvolgenti, ma
che la voce è più efficace nel momento in cui vogliamo creare intimità,
confidenza (così come le immagini in bianco e nero sono più calde di
quelle a colori): quando dobbiamo confidare un segreto preferiamo farlo
in penombra, in un “setting notturno”. Nell’oscurità i
contorni delle immagini si sfumano, si smussano i confini e questo
ambiente ci protegge e ci fa sentire più vicini. Tradotto in un’ottica
di educazione a distanza, può essere importante valorizzare la radio (in
diretta), il podcast (una registrazione che si ascolta in differita),
ma anche semplicemente rivalutare la “vecchia” telefonata, a tu per tu,
“solo” voce.

A questo proposito un microfono discreto può essere importante. Più della risoluzione del video. Se vogliamo fare un salto di qualità tecnica, ecco un buon investimento: microfoni adeguati, direzionali se servono per portare una singola voce, ambientali e panoramici se devono restituire più voci e
suoni. Anche con un computer portatile un microfono usb esterno può fare
la differenza fra una sessione disturbata e disturbante e un’esperienza
più gradevole.

Relazionarsi con elasticità, e se serve trasgredire, le aspettative istituzionali

Marta Milani nel suo racconto sulla re-invenzione a distanza dei corsi
di italiano L2 (Clinamen: italiano senza confino) ricorda che il fatto
di essere all’esterno di un quadro istituzionale determini per loro “una
situazione fortemente privilegiata”. Non possono certo dire lo stesso
gli insegnanti della scuola: l’istituzione non transige al rispetto del
programma, e, anche ai tempi di diretta in videochat, rimane
aggrappata alle classiche modalità valutative.

I vincoli che attanagliano chi è costretto a fare formazione a distanza
però possono però essere anche auto-imposti: non pochi formatori ed
educatori si sentono responsabili della replicazione di modelli più o
meno calati dall’alto tanto che faticano a fare un passo indietro
rispetto a quelli, anche nelle situazioni di emergenza.

Per una formazione a distanza il più possibile funzionale, è invece
spesso imprescindibile la trasgressione a questi vincoli, esterni e/o
autoindotti, e prendere le distanze dal “dover fare” e re-impostare le
proprie coordinate. Sono diversi i tempi di lavoro in situazione
sincrona (condivisione delle stesso spazio-tempo e focus di
attenzione), la condizione emotiva, la possibilità di utilizzare
strumenti didattici; quindi anche gli obiettivi e le priorità devono
essere diversi.

Non vuol dire che si debba per forza «puntare in basso» rispetto i contenuti ma re-impostare sì, anche senza chiedere il permesso. Dobbiamo ripartire
dall’essenziale, da quello che maggiormente puoi dare alle persone verso
cui hai responsabilità educative, al di là di quanto scritto
precedentemente sulla carta. Se vogliamo creare dobbiamo agire veloci,
anche un po’ da clandestini svicolando tra le griglie dell’istituzione,
e delle nostre rigidità.

Una provocazione per chiudere: Formazione a distanza senza il digitale?

Chiudiamo questa “introduzione” con una provocazione: è possibile fare
formazione a distanza senza il digitale?

Alcuni docenti, quando le scuole sono state chiuse a fine febbraio ma
non era ancora scattato il lockdown, hanno fatto il giro delle
abitazioni dei loro studenti per portagli “pacchi” con il materiale per
il lavoro a distanza, o lettere per comunicare la propria vicinanza e
dare qualche consiglio su come vivere quel momento difficile.

Con questa suggestione non vogliamo sicuramente sminuire il ruolo
fondamentale che il digitale ha avuto e sta avendo in un periodo così
difficile. Vogliamo solo ricordare che il digitale non deve annullare la
nostra saggezza e creatività analogica, è una presenza (spesso utile) in
un mondo che è molto di più. Per noi essere hacker è proprio questo,
saperci porre con le macchine in modo creativo senza esserne usati,
senza che divenga il quadrato di gioco totalizzante che soffoca la
nostra generatività.

questo articolo, scritto con CARLO MILANI, è un estratto dal libro formare a distanza scritto con il gruppo di ricerca C.I.R.C.E. Qui (come in giro su questo blog) si trovano altri estratti.

La musica più indigesta degli adolescenti come spazio di incontro generativo

Quale presente? Quale futuro? La radicalità della trap apre a inaspettate riflessioni

Avevo raccontato ai ragazzi la storia dell’hip-hop attraverso video musicali, era stata una lezione seguita con attenzione. Sebbene si ragionasse principalmente sulla dimensione musicale e storica, avevo come sempre anche portato qualcosa di me, sottolineando quanto alcune canzoni mi avevano segnato, avevano contribuito a dare senso al mio percorso di adolescente, mi avevano dato conforto e voglia di fare.

Lorenzo, forse proprio ispirato da questo miei frammento autobiografico, ad un certo punto si alza ed esclama “ce l’ho io un video!” e propone di guardare ciò che, secondo lui, non si poteva perdere se si voleva parlare rap “che conta”: 6 A.M. del produttore hip-hop Night Skinny.

Sebbene sapessi bene chi fosse l’artista – avevo avuto modo anche di conoscerlo personalmente perchè aveva prodotto i beats per il mio amico Mastino – quel video me l’ero proprio perso.

La parte strumentale era opera dello stesso Night Skinny, mentre quella vocale era affidata a Izi e Gue Pequeno; due personaggi, in particolare l’ultimo, su cui ho sempre avuto molte resistenze dati i clichè di cui si compongono spesso le sue canzoni: sessismo e denaro su tutto.

Avevamo però un pò di tempo e dico ok a Lorenzo.
I venti minuti successivi sono stati un momento davvero stimolante di riflessione non solo sul rap e la trap, ma in generale sui vissuti degli adolescenti attuali, e sul mondo in cui viviamo.

Guardiamo allora il video insieme, è davvero fatto bene, è realizzato completamente in animazione (andrò poi a cercarmi chi l’ha prodotto: si tratta di Aloha Project); per 4 minuti rimaniamo in silenzio e lasciamo che le immagini animate evocative che ci scorrano davanti agli occhi.

Vi consiglio di guardarlo anche voi, poi andate avanti a leggere

Al termine chiedo ai ragazzi di provare a scegliere un’immagine, un fotogramma che gli risuona particolarmente, che sentono come significativo (in genere questa semplice consegna è un buon punto di partenza per lavorare in modo riflessivo ed esperienziale su uno stimolo video).

L’infanzia serena

La prima scena che evidenziano, e sui cui convergono in molti, sono le 7 sfere del drago. Io, che per motivi generazionali Dragon Ball andrò a guardarmelo solo dopo quel giorno (chiedo scusa al mondo…), non le avevo neanche riconosciute. Mi spiegano che nell’anime ci sono queste 7 sfere (da cui il nome della serie) sparse per il mondo. Chi riesce a trovarle tutte può esprimere un desiderio al drago (che compare anche nel video nel fotogramma successivo) che lo esaudirà. Una volta esaudito le sfere si ridistribuiscono immediatamente in diversi luoghi remoti del pianeta (non pensavo che un lavoro a tema hip-hop ci avrebbe anzitutto portato così in fretta sui lidi della pedagogia nerd).

I ragazzi spiegano che questa scena è importante per loro perché nella vita i desideri sono imprescindibili, ed è meraviglioso quando si realizzano.
Dopo questa prima dichiarazione parte un momento «reverie»: si accavallano i ricordi di quando erano bambini, il tempo dell’innocenza in cui erano ancora convinti che il mondo fosse bello e la vita pronta ad esaudire i propri desideri. Collegano questi pensieri ad altre immagini presenti nel video, quelle dello scooter e del nokia 3310, rievocando il periodo pre-smartphone, evocandolo come il tempo storico dell’autenticità, prima che, sostengono, l’avvento del digitale e dei social network rendesse tutto finto.

E’ interessante come i ragazzi abbiano sottolineato per l’esistenza per loro di due passati mitici: quello dell’infanzia e quello storico, datato quest’ultimo solo un decennio prima, un «epoca dell’oro» vista come molto diversa da quella attuale.
Al tempo presente, quello dell’adolescenza e dell’epoca storica che stiamo vivendo, i ragazzi associano invece la perdita dell’autenticità e dello sguardo positivo verso il futuro. La nostra consapevolezza di questa prospettiva è fondamentale per cogliere i vissuti degli adolescenti di oggi. Si sottolinea come “il mito del progresso” – ancora fortemente radicato nell’immaginario di molti adulti – nelle nuove generazioni sia sempre più labile, se non, come in questo caso, abbia cambiato di segno. La storia non viaggia più in modo lineare verso «il meglio», lo sviluppo tecnologico non è più garanzia di benessere presente e futuro per l’uomo. Un tema che come vedremo, sarà al centro delle riflessioni stimolate da questo video.

LASCIARSI ANDARE

Interrompo lo scambio di ricordi e nostalgie per i tempi passati e chiedo se qualcuno voleva portare un’altra immagine tratta dal video.
L’insetto morto con intorno le pastiglie! dice Laura. Anche qui in molti annuiscono. Laura dice che da un’idea “di schifo”, di trasandatezza, “come quando una persona lascia andare tutto, perché non ha motivi per vivere“. Racconta che ci sono stati e ci sono tutt’ora momenti vissuti così, e che succede a tanti, l’ha visto anche in amici e parenti. Gli altri annuiscono.
Emerge il tema delle sostanze, di come le utilizzino come un lenitivo, “una sorta di medicina che non ti fa pensare, ti anestetizza ma ti riduce ma poi ti fa diventare apatico“. Un’immagine molto lontana da quella “cool” associata alle droghe che la maggior parte delle volte presentano quando ne parlano. Mi colpisce, stiamo entrando in uno spazio di autenticità prezioso.
Anche qui torna un elemento sempre più osservabile nei comportamenti degli adolescenti: le sostanze, più che per trasgredire, farsi viaggi «oltre le porte della percezione», creare convivialità, oggi sono sempre più utilizzate come anestetico, spesso anche consumate da soli.

QUANDO MORIREMO? QUANTO TEMPO MANCA?

La terza immagine che emerge dal gruppo è il fantasma che balla in una piazza Duomo di Milano in rovina, in un efficace remix visivo di Betty Boop Snow White di Max Fleischer.
Ritorna ancora il parallelismo tra la decadenza individuale a quella storico-sociale. La civiltà sta finendo in fondo al mare dice Lorenzo!

Quando moriremo?” si chiede Luca? “E per cosa? Sarà per il surriscaldamento globale, per le guerre… Quanto tempo manca?
La domanda riverbera tra i ragazzi quando Lorenzo incalza: “La verità in questo video è quando si vede la pantera sulla Lamborghini distrutta: la natura è più importante della ricchezza, alla fine vincerà la natura, la ricchezza dura poco, vale poco

L’immagine è davvero forte, e in un attimo stravolge tutti gli stereotipi monodimensionali della trap e della lettura spesso superficiale che ne fanno gli adulti.
Un anno prima aveva riscosso grande successo la canzone “Lamborghini” di Guè Pequeno insieme a Sfera Ebbasta, lo stesso che canta una delle due strofe del pezzo su cui stiamo riflettendo.
In quella canzone, uno degli inni della trap tricolore, Guè dichiarava: “oggi mi sposo con i money, i soldi per me sono dio”. In 6.A.M. invece la stessa Lamborghini è andata a schiantarsi, e una pantera nera cammina sopra la carcassa.

Il doppio sogno

Proponendo qualche tempo dopo il video «Lamborghini» insieme a «6 a.m.», proprio per discutere di questi temi con un gruppo di educatori, è emersa una riflessione molto interessante. Un collega ha raccontato di come, di fronte a questi due stimoli, gli fosse parso di aver assistito ad un «doppio sogno».
Lamborghini, di Gue Pequeno e Sfera Ebbasta rappresenta la dimensione diurna, racconta la superficie, la narrazione che spesso (con nostro disappunto) ci restituiscono i ragazzi.
Il video di 6.a.m. è invece la sua controparte notturna, il sogno, o meglio l’incubo, che rappresenta l’indicibile, la voragine, ciò che si percpisce ma non è confidabile nemmeno a se stessi, pena la destabilizzazione (qualcosa che forse ha a che fare con il concetto lacaniano di reale…).

Il giorno è «la narrazione della trap»: ciò che conta nella vita è il denaro, il sesso predatorio, essere vincenti senza scrupoli, «farcela» in modo da essere ammirati e temuti. E’ il copione “diurno” che si dispiega nei discorsi in gruppo dei ragazzi: “è così la vita fra..” ci dicono, quando proviamo ad obiettare.

Il video 6 a.m. apre invece ci dice cosa c’è sotto a questo racconto: tutto ciò non ci porterà a essere felici, a stare bene, è solo il gioco che ci sentiamo obbligati a giocare. In realtà questo ci può portare all’annientamento, nostro e del pianeta.
Ci dice anche che i ragazzi (e molti tra gli artisti stessi), più o meno consapevolmente, lo avvertono, e lo soffrono.

Noi adulti spesso ci poniamo nei confronti di questa iconografia, in modo scandalizzato e moralistico, con l’urgenza di allontanare i ragazzi da rappresentazioni cariche di dis-valori.
Forse però dimentichiamo qualcosa: il mito del successo personale, dell’individualismo, l’ambizione ad un lavoro che dia status, potere; il valore dell’immagine e della capacità seduttiva, l’essere umano come merce, l’importanza primaria dell’immagine è qualcosa da cui pare impossibile sottrarsi perché fa parte della narrazione prevalente della società che abitiamo, a cui talvolta anche la scuola e i servizi educativi strizzano l’occhio. La musica dei più giovani ha solo il pregio/difetto di estremizzare tutto ciò, di radicalizzarlo, di presentare esplicitamente il suo vero volto, che è rivoltante. Ce lo mostra come «il pasto nudo sulla forchetta», come direbbe William Borroughs.
E se fosse proprio lo smascherare questa realtà, non aver paura di reggerne lo sguardo, un modo per affrontarlo realmente? Educativamente e politicamente?

LA DONNA CHE PIANGE

Tornando al racconto del lavoro in aula, a questo punto sembrava che di riflessioni ne fossero emerse già tante e molto significative e che si poteva andare verso la conclusione, quando ancora Lorenzo, con il solito tono di chi la sa lunga, alza la mano: “si, va bene tutto questo, ma c’è un’immagine che è più importante di tutte le altre, e non è nel video: è la copertina della canzone”
La cosa mi incuriosisce molto, la cerco in rete, la trovo facilmente e la proietto.

Rappresenta una donna, ben truccata, con una sigaretta tra le dita; strani segni dagli occhi le attraversano le guance, lacrime stilizzate.

Decido allora di utilizzare la tecnica dell’ “esplosione della storia”: quando stiamo lavorando su un’immagine o un video in cui c’è qualche personaggio che colpisce in modo particolare, ma di cui si hanno poche informazioni, un buono strumento per facilitare l’approfondimento riflessivo è quello di provare a narrare la sua storia, inventandola a partire dalle proprie risonanze.
Chiedo allora a Lorenzo di raccontarmi, attraverso la sua immaginazione, chi è quella donna.

Lorenzo inizia senza esitazioni a «illuminarci»: “Si capisce che quella che sta fumando non è una sigaretta normale. Vedi quei puntini? È cocaina. È un’immagine perfetta per le sei di mattina: lei è andata a ballare, si è fatta di ogni cosa, ha appena scopato con uno sconosciuto. Ora piange perché ha paura di essere rimasta incinta”

IL PRESCELTO CI SALVERA’

Mi colpisce la sicurezza con cui Lorenzo racconta la storia. Un pò per stimolare la riflessione, un pò perchè io personalmente curioso, gli chiedo se è davvero incinta, e se in caso terrà il bambino:
“Si, è incinta e questo bambino nascerà”
“E ci sai dire qualcosa di questa creatura?”
“Il figlio che nascerà sarà un illuminato: non porterà le colpe della madre e salverà il mondo, dichiara il ragazzo con perfetto tono da profeta”

Finisce così la storia e finisce il tempo che avevamo a disposizione.

UNO SPAZIO DI AUTENTICITA’ DA ATTRAVERSARE CON SENSIBILITA’

Questo video ha aperto uno spazio di riflessione davvero ampio, per loro, per me.
E’ stato occasione di dialogo autentico tra noi, il video è stato l’oggetto mediatore che lo ha reso possibile, ogni volta che questo accade penso quanto sia importante prendersi del tempo per questo tipo di attività, e quanto sia importante sospendere il giudizio e lasciarsi attraversare e magari sorprendere.

I ragazzi attraverso le immagini hanno raccontato momenti sereni della loro infanzia, e hanno tematizzato il disincanto per il progresso e il timore per il futuro, il fatto che per loro, oltre il ricordo malinconico del passato (biografico e storico), restano solo due alternative: seguire le parole d’ordine imperanti nella società fino al baratro, facendo finta che questa menzogna sia vera, oppure riconoscerne la tragicità, ma ammettendo allo stesso tempo anche la propria impotenza.

E IL FUTURO?

In tutto ciò però il futuro non è completamente scomparso, c’è ancora spazio per essere citato dai ragazzi, ma è una luce in lontananza, una speranza ancora viva ma non ritenuta a portata di mano. Il futuro più vicino è invece un futuro-catastrofe, una catastrofe che però è in qualche modo catartica, è l’unica cosa che può rimettere le cose al loro posto: la pantera che cammina sulla Lamborghini distrutta, in un panorama in cui l’uomo non si vede più, forse si è estinto, o forse è rifugiato e ha voglia di ri-inventarsi in un modo realmente e radicalmente diverso.

Molti adolescenti di oggi (non tutti ovviamente) sentono che la loro generazione è già politicamente persa, già troppo invischiata in logiche mortifere, troppo deboli i legami e troppo in loop vittima di algoritmi efficacissimi.
La speranza allora è che sarà qualcun altro a portare il nuovo (interessante notare come il cambiamento non sia concepito come risultato di una lotta collettiva ma dell’intervento di un singolo salvatore, «il prescelto»).

I più giovani, soprattutto quelli più sensibili, portano il peso di un’impotenza che non va minimizzata, ridimensionata, “basta lottare tutti insieme, cosa ci vuole? vuoi nuove generazioni siete dei rammolliti!“. Per quanto controintuitivo forse è importante imparare a sostare anche noi in questo senso di impotenza,
che per molti versi è un pò anche nostro, ma non abbiamo il coraggio di ammetterlo. Forse abbiamo bisogno di tempo, per inventare nuovi racconti, tessere alleanze, ricreare nuove comunità con nuove parole d’ordine. E forse dobbiamo farlo con loro, incontrandoci davvero.

Gli adolescenti cercano spazi di vuoto e intensità (a ritmo di blues)

Dal soggetto di un video musicale scritto in modalità partecipativa emerge il desiderio di rallentare e di incontro autentico (ora più che mai)

Ecco fuori dal cassetto il racconto di un’attività fatta con i ragazzi in tempi “pre-covid”, ma che non perde oggi la sua attualità, anzi. In un’epoca di legami deboli e di iperstimolazione, che con la pandemia si sono trasformati in isolamento e sovraesposizione ai dispositivi digitali, i ragazzi cercano spazi dove il ritmo rallenta, e alla base c’è la qualità della relazione. 
E noi educatori/formatori/insegnanti come ci poniamo?

L’idea di Filippo Corbetta, regista e amico, era semplice e forte: raccontare nel videoclip a cui stava lavorando la fuga di due ragazze adolescenti dalle aziende in cui erano in stage. Una sorta di Thelma e Luise dei giorni nostri: la prima ruba il furgone dell’azienda in cui è ospitata, va a recuperare la seconda che – all’inizio un pò titubante – sale a bordo, e insieme fuggono via.

La questione centrale per la stesura del copione era a questo punto capire dove sarebbero potute andare. Filippo aveva qualche idea ma era convinto che chiedere direttamente ad adolescenti della stessa età delle protagoniste sarebbe stato molto interessante e più realistico.
Concordiamo allora una data in cui sarebbe venuto a trovarci all’Anno Unico per discuterne con i ragazzi.

OGNI INCONTRO E’ PREZIOSO

Il giovane regista si siede così tra di noi in classe un giovedì mattina.
Prima di entrare nel vivo dell’argomento decidiamo, come sempre accade quando abbiamo ospiti, di chiedergli di raccontarci la sua storia. In un mondo difficile da decodificare come il nostro ascoltare storie di vita, soprattutto di chi non ha molti anni più dei ragazzi, è sempre preziosissimo. In particolare era interessante ascoltare la storia di una persona che per passione ha scelto la professione di filmmaker, consapevole della difficoltà di portare avanti il proprio progetto. Gli stimoli di riflessione emersi in poco tempo sono stati moltissimi: cosa vuol dire vivere di “arte”, la precarietà, le soddisfazioni, i compromessi, i momenti di sconforto, i viaggi, la necessità di imparare a mediare tra le richieste del committente e la propria ricerca artistica e tanto altro.

ALLA RICERCA DI IDEE PER IL VIDEO

Chiusa questa parte abbiamo avviato il “focus group” per la raccolta di idee per la sceneggiatura del video. I ragazzi all’inizio erano un pò reticenti, come è giusto quando si incontra una persona nuova, in breve tempo però la discussione si è animata.

La domanda di partenza è quindi stata “dove andresti con una tua amica/o se aveste un furgone a vostra disposizione?”

Se qualcuno tra i lettori ha immaginato che i ragazzi avrebbero risposto “a fare shopping”, “a divertirsi, a spaccarsi!” non conosce bene i “nuovi” adolescenti. Certo, tra le tante idee all’inizio sono emerse anche questo tipo di proposte, ma quella che infine ha prevalso è stata ben diversa.

ALLA RICERCA DI SPAZI DI VUOTO E INCONTRO

Quello che maggiormente emerge dai suggerimenti dei ragazzi non è stata una meta ricca di stimoli, di rumore, di persone, ma uno spazio di tranquillità, di intimità, di vuoto:

In riva al mare la sera!
in una fabbrica abbandonata!
a parlare,
a fumare una sigaretta con calma… al tramonto…

 ci dicono

si è imposta la ricerca di uno spazio sereno, “notturno”, al riparo dalla frenesia del quotidiano.
Passa quindi l’idea della fabbrica abbandonata.

OGNI POSTO TRANQUILLO NON E’ MAI TRANQUILLO

Barbara prima si lascia cullare dall’idea che i protagonisti guadagnino la propria tanto ambita tranquillità, ma poi rimane pensierosa; rialza lo sguardo dicendo agli altri che nella realtà non si può mai stare tranquilli, c’è sempre qualcuno che mette i bastoni tra le ruote. Propone allora che ad un certo punto spuntino fuori dei bulli, maschioni seducenti, che si riveleranno poi personaggi senza scrupoli che cercavano solo di “divertirsi” con le due ragazze. Ribadisce che questo è un mondo dove le persone sono false e non ci si può fidare di nessuno, ognuno segue il suo interesse, che le ragazze vengono cercate solo se “la danno”. Gli altri, in particolare le ragazze, annuiscono, è un momento importante di solidarietà femminile, e un chiaro messaggio ai maschi.
Insieme propongono a Pippo che nel video le ragazze trovano la forza di dire “NO”, allontanare gli aggressori e ritrovare la loro pace. Una proposta scenica che, recitata nel video, avrà una certa forza simbolica.

… E NE E’ NATO UN VIDEO DAVVERO BELLO

I suggerimenti dei ragazzi, filtrati e ri-interpretati dalla sensibilità e dalla capacità tecnica del regista (nonchè dalla bravura delle attrici) hanno portato alla creazione di un video veramente bello, che ha anche vinto diversi premi. Lo potete vedere qui sotto.
Quando è uscito, diverso tempo dopo la mattinata appena raccontata, lo abbiamo visto insieme in classe, rievocando le nostre riflessioni, integrando con nuovi spunti dati dalla visione.
In un ottica freiriana si è trattato di interrogarsi, “problematizzare” a partire da un determinato tema che risuona nel gruppo e “codificarle” in un prodotto artistico che aiuti a portare ulteriori elementi inediti di riflessione.

Per noi formatori è stato sicuramente un tassello in più per conoscere meglio i nostri ragazzi, questi adolescenti della generazione sovrastimolata, dell’individualismo estremo (dell’isolamento…), che come desiderio hanno spazi di vuoto, di serenità, di incontro intimo e autentico.


Qui trovate tante altre cose interessanti sul suo lavoro di Filippo Corbetta

Imparare a tremare

Non voglio imparare a non aver paura, voglio imparare a tremare
Non voglio pacificare tutto,
voglio esplorare la realtà anche quando fa male

Questi sono gli stendardi realizzati nello Spazio Donna Zen gestito dall’associazione Handala, esposti al palazzo delle Aquile di Palermo, nel contesto delle azioni organizzate per la giornata del 25 novembre 2020 dal movimento “Non una di meno”.
Non riesco ad aggiungere parole. In questa poesia di Livia Chandra Candiani c’è tutto. Un manifesto esistenziale, pedagogico, radicalmente contro-culturale per la nostra epoca. In fondo, dopo le immagini, trovate il testo completo.

Imparare a tremare

Non voglio imparare a non aver paura,
voglio imparare a tremare
Non voglio imparare a tacere,
voglio assaporare il silenzio da cui ogni parola vera nasce.
Non voglio imparare a non arrabbiarmi,
voglio sentire il fuoco,
circondarlo di trasparenza che illumini quello che gli altri mi stanno facendo e quello che posso fare io.
Non voglio accettare, voglio accogliere e rispondere.
Non voglio essere buona, voglio essere sveglia.
Non voglio fare male, voglio dire:
mi stai facendo male, smettila.
Non voglio diventare migliore,
voglio sorridere al mio peggio.
Non voglio essere un’altra,
voglio adottarmi tutta intera
Non voglio pacificare tutto,
voglio esplorare la realtà anche quando fa male,
voglio la verità di me
Non voglio insegnare,
voglio accompagnare.
Non è che voglio così, è che non posso fare altro.

[Chandra Livia Candiani, Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione, Torino, Einaudi 2018]

E’ tempo di pedagogia nerd!

Educatori e insegnanti gamers, geeks, otaku, viaggiatori dell’immaginario, sognatori introversi unitevi! Le vostre competenze sono preziose, oggi più che mai

La cosiddetta cultura nerd fa riferimento ad una realtà complessa e talvolta controversa, che spesso si associa ai ragazzi meno “cool”: a volte introversi, facile bersaglio dei “fighi della scuola”, avete presente i ragazzini protagonisti di Stranger Things?
In questo articolo spiegherò perchè sono convinto che, nella società dell’utilitarismo, del rumore e dell’apparire, questo universo possa portare un contributo da non sottovalutare nei nostri ambiti di lavoro, se approcciato da un prospettiva di educazione critica. Un valore ancora più importante oggi, quando questi mondi sono uno dei pochi ambiti di “resistenza” e crescita per adolescenti in condizione di ritiro sociale.

Non è una novità

Una pedagogia nerd in realtà esiste già da molto tempo, anche se forse non si è mai utilizzato un nome per riunirne riflessioni e pratiche. E’ promossa da lungimiranti educatori, insegnanti, animatori sociali (magari anche tu che leggi) che sanno cogliere il valore di crescita e di mediazione con il mondo di fumetti, serie tv, ambienti fantastici, o che nei propri contesti animativi e di cura propongono giochi di ruolo, scrittura immaginativa che apre sguardi nuovi, attività basate su originali approcci ai videogame e al mondo digitale.
Dare un nome a tutto ciò non è detto che sia così importante, contribuire valore e contribuire al suo sviluppo sicuramente si. Il “Manifesto della pedagogia nerd” che segue è allora solo un gioco, il tentativo di rilanciare questa ricchezza e aprire spazi di confronto.

MANIFESTO DELLA PEDAGOGIA NERD

1- Valorizzare la produzione culturale degli universi nerd

E’ necessario valorizzare in un’ottica pedagogica la produzione culturale e alle pratiche legate ai cosiddetti universi “nerd”: romanzi fantastici (speculative fiction, fantascienza, weird…), fan fiction, anime, manga, supereroi, giochi di ruolo, videogames, quali risorse di riflessione su sé stessi e sul mondo, strumenti di apprendimento e di crescita. Sollecitare e supportare la conoscenza base di questi fenomeni culturali da parte di insegnanti, educatori e genitori, per aprire piani di comunicazione con i bambini e gli adolescenti che ne sono appassionati, e in generale arricchirsi di una risorsa preziosa per comprendere la contemporaneità.


2- Riscoprire che il gioco e l’immaginazione sono risorse fondamentali di apprendimento non solo per i bambini

E’ necessario valorizzare la pratica del gioco tra cui quello da tavolo, di ruolo, di cosplaying, di immaginazione; riscattarlo dalla convinzione comune che sia solo patrimonio dell’infanzia (mentre quasi solo lo sport sia riconosciuto come attività ludica degna di essere praticata da giovani e adulti).

3- Valorizzare gli educatori, gli insegnanti, i formatori nerd

Con il passare degli anni incontriamo sempre più educatori e formatori che in modi diversi si possono iscrivere al grande universo “nerd”. E’ fondamentale valorizzare le loro competenze in tal senso, conferire loro dignità e sostenerli nello sviluppare pratiche generative nel lavoro educativo e formativo. E’ importante inoltre valorizzare la figura di educatori riservati, introversi, in opposizione al mito, in particolare in ambito maschile, dell’ “animatore-maschio-alfa”.

4- Sviluppare la progettazione e sperimentazione di attività didattiche ispirate o focalizzate all’immaginario nerd.

E’ necessario progettare e portare in contesti di apprendimento formali e non-formali attività ispirate ai mondi fantastici, al gioco di ruolo, a tutto ciò che del vasto contesto culturale nerd può essere utile per creare attivazioni generative, senza snaturarne il valore originale.

5- L’attitudine nerd: essere introversi, riflessivi, non è un difetto ma un valore.

E’ necessario valorizzare l’attitudine, il modo di apprendere e di relazionarsi con il mondo delle persone meno estroverse; individui che possiedono spesso mondi interiori, capacità riflessive e doti immaginative particolarmente sviluppati. Dobbiamo portare alla luce la realtà che essere timidi non è un difetto, che ci sono modalità di socializzazione differenti rispetto a quelle rumorose delle feste, degli aperitivi, del ballo; che il silenzio è un valore, che la solitudine, se vissuta serenamente, non è per forza un problema (n.b.: non vogliamo qui avvallare l’equazione nerd=introverso, ma sottolineare quanto l’universo nerd rivaluti questa condizione).

6- Riscoprire il valore dell’inutile in contrasto alla società della prestazione

E’ fondamentale riscoprire l’importanza pedagogica, sociale e politica di ritagliare spazi nella propri vita dedicati ad attività che non hanno un fine utilitaristico, alla perdita di tempo. Si tratta di esperienze contro-culturali fondamentali a contrastare l’attuale società della prestazione e dell’utilitarismo.

7 Creare spazi generativi in cui sia valorizzato il potenziale contro-culturale dell’universo nerd, ridimensionandone la parte consumistica

L’universo nerd è (come, ahimè, gran parte delle sottoculture) colonizzata dal mercato (dalle grandi produzioni hollywoodiane ad ogni tipo di gadget legati a produzioni audiovisive, fumetti, libri). La Pedagogia Nerd mira a contrastare il predominio della sfera commerciale tornando invece a valorizzare le potenzialità del gioco e degli universi immaginari come strumenti di “visione” e di cambiamento sociale da sempre insiti in tali pratiche. La strada è quella di privilegiare la dimensione di autoproduzione e autorganizzazione (DIY) e di fiction speculativa (immaginazione, fantasy e fantascienza come strumento di riflessione critica sul mondo).

Tornando a lavorare con i ragazzi: appunti poetici

Una poesia collettiva per prenderci cura di noi che di lavoro ci prendiamo cura. Dare forma in versi ai vissuti della ripartenza

Il testo che segue lo abbiamo scritto durante un laboratorio on line di formazione formatori (do you know AlieniOnLine?…), riflettendo sulle potenzialità della poesia nel lavoro a distanza con gli adolescenti.

Nasce come esercitazione, come gioco leggero per esploratori di nuove possibilità.

un pad, un foglio di testo open source, etico e sottile, e le nostre parole

Rileggendolo ho pensato che fosse importante pubblicarlo.
In mezzo a tutto il vociare di questi giorni sui giovani, sulla scuola, sugli insegnanti, sugli educatori, noi operatori in prima linea forse abbiamo più bisogno di silenzio e parole incarnate. Abbiamo bisogno di fare un passo a lato, guardare dentro e guardare oltre, di visioni, di ri-connetterci con noi stessi e tra di noi, prenderci cura di noi.

Se qualcuno vuole ‘sentire’ come stiamo vivendo questi giorni, quelli che seguono sono i nostri appunti in versi. 
Se qualcuno vuole proseguire questa poesia collettiva, ci mandi le sue immagini, le sue visioni, le sue metafore. 

Questa ripartenza – poesia collettiva

Questa ri-partenza è grigio nebbia con fasci di luce
è pongo plasmabile
montagne alte che ti attraggono e ti spaventano
scalpitare allo start con i pesi alle caviglie
sono sereno sapendo che le nuvole sono veloci a coprire il cielo,
e la tempesta torna in fretta
tengo stretto il manubrio di gomma rigida
un ritmo difficile da ballarci sopra
ci sono

Parto giallo cammino scalzo
con i piedi al caldo
non c’è più il deserto in paese
ma la sabbia è rimasta
affondo
lascio tracce
guardo le scie
sento l’umidità della tempesta
sta arrivando?
ruvida
mi riempie occhi e orecchie
di suoni morbidi
di battiti sordi

Settembre in bianco e nero,
una fotografia da ricolorare,
un ritorno lento alla velocità,
un passo verso un futuro meno tracciato,
carico di previsioni
senza un cielo azzurro,
toccando l’incertezza ma con la speranza
che sapremo suonare come un’orchestra.

Lo stridìo assordante della metro.
Quando fa caldo e ci sono i finestrini abbassati
ma qualche bocchettone dell’aria condizionata ancora funziona
e ti congela.
Quello stridìo,
che non sai se la metro resta sui binario deraglia.

la ri-partenza è funambolica….
il tempo arricciato e allungato si snoda perdendo i suoi soliti confini.
Mi sento grigia e gialla a secondo dell’aria che sento.
Vorrei più silenzio e meno folla di rumori superficiali,
più silenzio per sentire e capire

Questa partenza è di un bianco sporco
di plastica dura, un piccolo pezzo di Lego
correre sotto la pioggia
è cumuli, nembi, cirri,
strati da cui arriva un tuono lontano e il grido di un falco

Questa ri-partenza
è un vetro appannato su cui passare le dita e vedere attraverso.
La pioggia ci batte
sopra, appoggi la mano per sentirene le vibrazioni,
trema la mano,
trema il corpo,…..sarò pronto?

Questa ri-partenza
è tinta di un pallido verde come una tenue speranza,
è un legno sospinto a riva dopo un lungo naufragio,
è un vecchia foto di amici che ora si ritrovano cambiati,
è uscire da schemi ripetuti,
è un cielo rosa in un tramonto estivo
vellutato, morbido, che accompagna
un sussurro: “è vita”.

Questa partenza è scricchiolante di foglia
vola nel vento leggero
cadrà?
si alzerà?
la accompagno con lo sguardo
Riparto
verde come quel prato al pascolo
Rimbalzo come una pallina di gomma dentro un oceano dove non tocco.
Questa partenza è rossiccia, il cielo della sera.
È dura e fragile, un righello che si piega.
Le nuvole coprono tutto.
Camminare veloce sui tacchi, e piove.
Tocco il terreno ed è bagnato e caldo,
sento il rumore delle gocce di pioggia che cadono. 

Questa ripartenza
Cangiante e opaca
Un filo sottile,
uno zaino pieno
Saltare da un sasso all’altro, scivolosi, sul torrente
Resto asciutta
Ingannevolmente tiepida, serena a tratti,
con nuvole sospette all’orizzonte
Che possono cambiare fronte
Un prato invitante, una strada in pianura, montagne aspre vicine
Prendere un respiro, allacciare bene le scarpe comode

Questa ripartenza è il tiepido arancio è costanza
è la pista nel deserto, motori rombanti
temporali devastanti
fresco e morbido gelato, da mangiare con le mani
violini ritmati, colpi sferrati, cori vibrati

la mia ripartenza è fluida e malleabile
è magma incandescente
è salita sotto nuvole e vento
è un filo sospeso sopra punti di domanda
è rosso fuoco, ma anche giallo sole
è alternanza tra rulli di tamburi e flauti leggeri
come l’erba morbida e fragile

la (ri)partenzaè a righe bianche e nere
elastico che si tende ma non si spezza
è maionese in creazione, vortice necessario per non impazzire
Questa partenza è giallo intenso come il sole
fuoco che abbaglia e brucia
attrae e fa paura
mi avvicino e mi allontano
cerco ombra e fresco nel caldo torrido
silenzio assordante

Questa ripartenza la voglio giallo sole ma è resistente come l’acciaio…
le nuvole vanno e vengono mentre cammino in salita.
Forse pioverà ma sento il calore di un suono amico in lontananza,
una tromba che suona

La mia ripartenza
fumo negli occhi
la finestra si spalanca e salto fuori
il vento che spazza
in girostare
cercare vie nuove
tra il rumore di fondo
freddo
e il silenzio del tuo sguardo.
Settembre,
è un vivido magenta che incastra il pensiero,
è argilla nelle mani,
è ondeggiare in mezzo al mare,
ed è ventoso,
chiudo gli occhi e  mi lascio cullare da una musica dolce

Questa ripartenza è sfuocata
Intravedo opportunità 
Percepisco timori, paure. 
Allungo la mano
Incontro fumo
Mi faccio strada tra la nebbia 
Avanzo titubante nell’ignoto
Dei giorni che verranno 
Rosso, di Ferrocome una madonna che scavanella pioggia
e sente un colpo
che crea una musica.
Bella Musica!

Questa partenza
è grigio chiaro,
è nuvole che si rincorrono tra spiragli di cielo
è il brusio delle onde, un ritmo sempre pronto a cambiare
so galleggiare,
(ri)imparo a nuotare
La bici cade in un sorriso sbucciato
il solletico dell’erba alta sul palmo
che gira e piove
nel silenzio infranto dall’ape
e l’attesa del suo lavoro d’oro al mattino
con i progetti freschi spalmati di burro

Strutturarsi. Un villaggio digitale nella giungla tossica – Inventare formazione con adolescenti distanti. Parte 5

FASE TRE: LA “STRUTTURAZIONE APERTA”

Passata la fase del lutto e dell’impotenza, passata quella dell’aggancio nei territori del digitale e della prima sperimentazione di nuove pratiche, siamo infine entrati in un’ ipotetica fase tre, che potremmo definire della “strutturazione aperta”.

Dopo più di un mese di sperimentazione, dopo aver testato gli strumenti a cui i nostri ragazzi rispondevano meglio, il loro grado di tenuta, aver ascoltato i loro ritorni, si è potuto andare a definire un piccolo modello, un dispositivo che ha una sua forma specifica, seppur ancora “aperto” passibile di modifiche, anche importanti.

Abbiamo quindi ordinato in modo stabile gli interventi raccontati in queste pagine osando qualche aggiunta (una videolezione di matematica e una di grafica a settimana).

In questo momento quindi la nostra settimana si presenta così:

ogni mercoledì invio delle consegne per un’attività riflessiva, degli esercizi di matematica e inglese

– una chiamata individuale da parte del tutor in cui fare il punto su vissuti personali e questioni scolastiche.

– un appuntamento conviviale di condivisione di gruppo dei nostri vissuti, caratterizzato anche da leggerezza e risate insieme.

una videolezione “pillole di matematica”

– una videolezione “gocce di grafica”

una trasmissione radio settimanale principalmente inerente a temi delle attività riflessive.

Inoltre, a sancire questa “fase della strutturazione” abbiamo fornito ai ragazzi due spazi web di riferimento, uno integrativo di “appoggio” a tutta l’attività proposta, e uno personale, un diario di bordo condiviso solo tra l’allievo e noi.

Ritengo sia importante ad un certo punto sancire una nuova struttura, dare una forma e magari un nome al nuovo “villaggio”. Lo è per sottolineare che quello che abbiamo creato non è una brutta copia di quello che avevamo prima ma è qualcosa di nuovo, con pro e contro, ma con una sua dignità e forse bellezza.

Uno spazio virtuale (accogliente) che sia la casa della scuola on line

Un elemento importante che ha caratterizzato questa fase è la creazione di una sorta di rifugio dell’Anno Unico in quarantena nel cyberspazio. In questo luogo (utilizzando l’applicazione Padlet) i ragazzi possono trovare il calendario, le consegne e i testi dei compiti assegnati per quella settimana, i podcast delle trasmissioni radio, l’archivio dei compiti delle settimane precedenti. Inoltre è presente una sezione che abbiamo chiamato “compiti a buffet”, che contengono ulteriori attività esperienziali (principalmente) ed esercizi legati alle materie di base in modo che, nell’ottica che ognuno segua il proprio bio-ritmo, i ragazzi possano personalizzare il loro programma di lavoro individuale.

La pagina contiene inoltre materiale per ripassare alcuni argomenti delle materie di base (immagini, fogli di testo, videolezioni in un’ottica di flipped classroom) e uno spazio di condivisione di lavori riflessivi svolti dai ragazzi.

Questo spazio, fruibile anche attraverso app mobile, vuole essere anzitutto un punto di approdo per i ragazzi, un luogo ordinato che resiste alla frammentazione e al “rumore” che può generare il mondo digitale.

Una casa bella

Un’attenzione che abbiamo avuto è stata la resa estetica. Ci tenevamo che la casa virtuale dell’Anno Unico potesse essere bella, avesse una sua forza simbolica anche nella cura grafica sempre nell’ottica di coltivare spazi digitali il più possibile “caldi”. Abbiamo quindi scelto la grafica di fondo e soprattutto le immagini. In particolare sono state utilizzate diversi screenshot tratti all’anime “Nausicaa della valle del vento” del regista Hayao Miyazaki, come riferimento simbolico dell’approccio che vogliamo ci animi. In questo lungometraggio animato i personaggi devo stare molto attenti nelle loro azioni e portare sempre maschere antigas perché l’aria è divenuta irrespirabile e la natura ostile. La protagonista Nausicaa è un’adolescente che porta la propria vitalità e desiderio di rapportarsi in modo generativo anche nella “giungla tossica”, tessendo relazioni, inedite alleanze, apprendendo e ponendosi in maniera trasformativa.

Fornire ai ragazzi uno spazio personale un pò zaino, un pò diario, un pò specchio che li mostra crescere.

Oltre alla pagina web ogni allievo ha a disposizione una seconda pagina che, a differenza della prima, è accessibile solo a lui e a noi. Si tratta di uno spazio dove poter raccogliere tutte le attività svolte, ma anche le riflessioni, i pensieri, tutto ciò che può essere importante dal punto di vista della crescita personale e dell’apprendimento che sta avvenendo in questo periodo, elementi magari emersi nei dialoghi settimanali con i tutor.

Questo spazio ha un valore integrativo, aiuta a mettere in ordine quanto conquistato e vissuto durante il viaggio, come metaforico zaino o diario di bordo. Inoltre può divenire anche uno strumento valutativo e soprattutto autovalutativo, strumento riflessivo in cui emergono potenzialità, passi avanti, si registra lo sbocciare di “fiori nel caos”.

La scelta del software

Per realizzare la pagina integrativa e il diario personale abbiamo scelto di utilizzare, come accennato, l’applicazione Padlet; purtroppo abbiamo dovuto accontentarci di un software proprietario e non esattamente rispondente al nostro ideale (è bello pensare che un giorno si possa sviluppare un software open source immaginato appositamente per l’apprendimento esperienziale, pensato da formatori e coder insieme…). Ad ogni modo, tra altre opzioni che abbiamo vagliato era quella che meglio poteva avvicinarsi alle nostre esigenze di base: facilità nell’utilizzo condiviso dell’interfaccia, una certa elasticità nella personalizzazione del layout, la possibilità di incorporare file multimediali ed esporre in modo chiaro molti materiali in un contesto grafico gradevole. Si tratta di una piattaforma spesso usata nelle scuole elementari. Ritengo che per ragionare su un lavoro a distanza per adolescenti e adulti in una prospettiva di lavoro esperienziale può essere molto utile creare sinergia con il lavoro di ricerca dei colleghi che lavorano con i più piccoli,che, per sensibilità pedagogica e necessità dei propri piccoli utenti, sono forse più inclini a sperimentare soluzioni originali che tengano in considerazione anche gli aspetti relazionali ed emotivi.

Educare con la poesia ai tempi del coronavirus

Questa è una delle attività a distanza proposte ai nostri adolescenti durante il periodo di quarantena, in cui si sentiva forte l’urgenza di rielaborare i vissuti emotivi di una situazione così particolare (qui ma anche qui racconto il dispositivo che abbiamo creato per la formazione a distanza con ragazzi in dispersione scolastica)

Abbiamo inviato ai ragazzi il testo di due poesie: “Paura” di Raymon Carver e “Ciò in cui credo” di James Ballard (in una versione ridotta). Quest’ultima l’avevo scoperta da adolescente su Decoder e mi aveva subito catturato: credo che contenga tutti gli elementi che possono far innamorare un adolescente della poesia: trasgressiva, visionaria, con parole “armate” e fragili insieme.

Credo
nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro
di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli.
Credo nelle mie ossessioni,
nella bellezza degli scontri d’auto, nella pace delle foreste sommerse, negli orgasmi delle spiagge deserte, nell’eleganza dei cimiteri di
automobili, nel mistero dei parcheggi multipiano, nella poesia degli hotel abbandonati. 

(…)
Qui il testo completo

“Paura” di Carver l’ho scoperta invece più di recente, e mi ha colpito per la semplicità con cui affronta temi molto forti e molto vicini ai vissuti dei ragazzi; ogni volta che la si propone in aula apre a mille risonanze e riflessioni:

Paura di vedere la macchina della polizia fermarsi davanti casa.
Paura di addormentarsi la notte.
Paura di non addormentarsi.
Paura del ritorno del passato.
Paura del presente che fugge.
Paura del telefono che squilla nel cuore della notte.
Paura delle tempeste elettriche.
Paura della signora delle pulizie con un neo sul viso!
Paura dei cani che mi hanno detto che non mordono.
Paura dell’ansia!
(…)

Qui il testo completo

L’attività

Come riscaldamento abbiamo chiesto ai ragazzi di immergersi nelle poesie scegliendo due versi che risuonavano in modo particolare in loro raccontando il perchè.

In seguito la sfida lanciata è stata quella di scrivere anche loro due poesie di 10 versi ciascuna, strutturate esattamente come quelle che di Carver e Ballard. Nella prima ogni verso doveva cominciare con “paura di…”, nella seconda “credo in….”

— sulla poesia come strumento educativo leggi anche una notte in biblioteca

In periodi di destabilizzazione, dare nome alle proprie paure e ricordarsi i propri riferimenti saldi può avere un grande valore.

Ci ha stupito il fatto di aver ricevuto testi da quasi tutti i ragazzi, anche da quelli che si sono sempre dichiarati meno interessati o reticenti all’attività poetica (potrai averne degli assaggi nel testo al termine dell’articolo)

La forza dell’anafora e di proporre esempi evocativi

Un lavoro di questo genere ha due punti di forza importanti che ne facilitano la riuscita:
l’utilizzo della figura retorica dell’anafora (la ripetizione di una o più parole all’inizio di ogni verso), una modalità di scrittura immediata, che facilita l’attivazione e l’indagine non superficiale di sè (è importante richiedere la scrittura di un numero di versi non troppo basso, in modo da incoraggiare una ricerca introspettiva che superi il “copione stereotipato”).
La possibilità di partire da due testi fortemente evocativi come esempio. Attraverso la lettura delle poesie che gli avevamo inviato i ragazzi hanno colto immediatamente che avremmo accettato i loro contenuti senza censure, e che potevano far convivere nei propri componimenti contenuti più e leggeri e altri più profondi.

Una restituzione all’altezza del lavoro svolto

Era fondamentale una restituzione ai ragazzi, dato anche il valore delle loro produzioni; la condizione di formazione a distanza richiedeva però un’idea speciale.
Dopo un pò di riflessione ho deciso di estrarre un verso dalla poesia di ogni ragazzo e di “mixarli” insieme creando un nuovo testo da inviare loro (un lavoro di cut up poetico molto hip-hop, ispiratomi da Saul Williams, il mio artista di poetry slam preferito).
E’ stato particolare anche il modo in cui è stato recapitato il testo: l’ho letto su una base di Lil Peep, registrato e inviato come podcast, nella cornice di “Radio Anno Unico”, attivata come strumento di comunicazione “notturno” proprio per il tempo di quarantena.

Realizzare questo testo non è stato immediato, ci ho messo parecchio tempo ma ci tenevo che il risultato “suonasse” e che potesse restituire loro tutta la bellezza di cui i ragazzi erano stati capaci,  una bellezza che ha anche un potere di cura.

Il risultato

Si narra che nel gruppo di what’s app dei ragazzi sia girato un messaggio che diceva qualcosa tipo “oh! ascoltate l’audio che ci hanno mandato.. alla fine siamo dei cazzoni ma quando ci mettiamo siamo straprofondi…” . 
Non poteva esserci soddisfazione maggiore.

Qui potete ascoltare il podcast inviato ai ragazzi in cui leggo il testo:

La puntata di Radio Anno Unico in cui leggo ai ragazzi il cut-up dei loro versi

E qui il testo:

Paura che il tempo sia troppo veloce
paura che il tempo si blocchi
paura del futuro – paura della morte
paura delle ambulanze a sirene spiegate
paura di emozioni troppo forti
paura dell’amore – del coraggio – della mia ansia
di non essere all’altezza – di non essere abbastanza
paura che mi privino dei miei diritti
paura di essere usata
paura del caos – della libertà eccessiva
paura – anzi voglia – di anarchia
paura delle conseguenze
paura di dover sopravvivere sempre
paura di non addormentarmi
paura dei ragni
paura di vedere i miei nonni, i miei genitori, i miei fratelli e i miei parenti morire
paura di fingere – di fallire
paura di essere rinchiusi – paura di uscire
paura di volare per paura di cadere
paura di rimanere soli
paura che la polizia sta volta si fermi proprio da me
paura della paura
paura di una casa senza famiglia
paura di un nemico senza volto e spietato
paura per il mio pianeta ormai affaticato.

Credo nel divertimento tra amici
nei pensieri d’amore che ti cambiano l’umore
nelle lunghe riflessioni fatte per farti sentire in colpa,
credo negli interminabili sospiri con la testa sotto il cuscino.
Credo alla distanza di due anime – Credo nelle anime vaganti – nella mia anima vagante
credo a chi ne ha passate tante – a chi si è sempre rialzato
credo anche a chi non ce l’ha fatta
credo nelle seconde possibilità, anche se poi sbagli… e basta.
credo nel non farcela – che niente sia mai abbastanza – credo nell’ansia
credo nelle vittorie insanguinate di coraggio costante, nelle spiacevoli ricadute nonostante l’ esperienza, nella furbizia che ti sei creata perché altrimenti ti avrebbero schiacciata.
credo all’ amore di due corpi – che il destino non esista, che il futuro va creato
credo nel mio gatto, che ritorni! perchè mi manca tanto
credo nelle sconfitte – nell’essere fragili
credo che la vita abbia riservato qualcosa per ognuno noi
credo nella parole, quelle vere
credo che tutto andrà bene
credo che sia importante avere – qualcosa in cui credere
credo in cose che è meglio lasciar perdere
credo nelle promesse, anche se non ne hanno mai mantenuta una
credo in me stesso
credo che oggi nessuno sappia veramente stare solo
credo nei miei fratelli anche se a volte rompono
credo che sto impazzendo
credo nella natura che si sta riprendendo il suo spazio nel mondo.
credo nel rifugio della propria ombra
credo nella pace dopo la tempesta, nella segretezza della disperazione,
nel buio più cupo di un cielo senza stelle.
credo nelle lacrime che sussurrano rassegnazione, nei pianti che ammazzano la voce,
nella disperazione – più forte di un temporale.
credo nella complicatezza dell’amore
credo che bisogna lottare per avere quello che si vuole