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Perché la musica dei più giovani sta rallentando? Un fenomeno che apre anche a nuovi immaginari educativi

Un tempo era «rock o lento?»: il rock, la velocità, la bandiera dei giovani, il lento invece cosa da vecchi. Oggi, con i «boomer» persi in un vortice di frenesia in cui si perde il senso, le nuove generazioni vogliono tirare il freno. Qualche suggestione musicale e pedagogica (e politica…).

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sulla bella rivista digitale delle amiche dell’Unità di Strada InFo.Pusher di Forlì.

(la prima parte è un pò da nerd musicale, concedetemelo…)

Prendere un brano e rallentarlo

Pochi sanno che tra le diverse influenze che hanno dato origine allo stile musicale della trap si annovera la strana abitudine di un dj di Houston, noto come DJ Screw, di suonare celebri dischi hip-hop a velocità rallentata. Con questa pratica, battezzata chopped e screwed, creava un particolare effetto di straniamento, e aveva raggiunto una certa popolarità.

Oggi qualcosa di simile sta avendo molto successo in rete: sempre più giovani si dedicano al cosiddetto slowed n reverb, pratica in cui si rallentano brani musicali – di qualsiasi genere, non solo hip-hop – aggiungendo però anche un riverbero che rende l’effetto «bolla» ancora più forte, generando una particolare atmosfera ovattata.
Cercando su youtube non è difficile imbattersi in centinaia di questi esperimenti, a cui chiunque può contribuire senza neanche rudimenti di editing musicale: c’è un comodo servizio web che lo fa per voi, il link trovate qui. Basta scegliere il brano a cui si vuole operare questo «hack», inserirlo nel portale, e sorprendersi del risultato: se è un pezzo energetico e danzereccio sembrerà posseduto dagli spiriti (Ghosts of my life…?!), se invece l’originale possiede già un’atmosfera soffusa (Lana del Rey? Billie Eilish?) il trip è assicurato. Come copertina si può utilizzare, come fanno in molti, un’immagine malinconica presa dal mondo dell’animazione giapponese.

Atmosfere low-fi per rilassarsi e riflettere

Il connubio tra musica d’atmosfera e immaginario anime raggiunge però il suo apice in un altro genere di grande successo oggi, il cosiddetto low-fi hip-hop, si tratta di brani musicali con la cadenza hip-hop ma solo strumentali, senza il rap, pezzi rilassanti basati su influenze jazz o ambient. Sempre su youtube si trovano diverse webradio che elargiscono selezioni 24 ore su 24 di quella che definiscono «musica per rilassarsi e per studiare….». A giudicare dal numero di ascolti, e dall’esperienza diretta, si tratta di un fenomeno in continua espansione.

il rap-confidenza

Più underground, ma non meno interessante, è quella variante “rappata” del lo-fi hip-hop caratterizzato, oltre che dalla cadenza iper-rallentata, dall’utilizzo minimale, talvolta la scomparsa, della batteria. Vi sareste mai immaginati interi album hip-hop senza un colpo di batteria? Andate and ascoltarvi l’ultimo lavoro di Ka per averne un esempio. Rappers dai nomi sconosciuti ai più (mike, mavi, navy blue…), ma che hanno sempre più seguito nell’underground, su loop che creano stranianti atmosfere, snocciolano le proprie rime affrontando intime riflessioni personali e temi sociali, dall’ansia al razzismo. Il mood è quello di una confidenza ad un amico intimo, o di un pensiero riflessivo che si fa parola, che si fa voce bassa e profonda.

L’emo-trap: il battito lento che accompagna le parole del nuovo disagio

Ma l’elenco della musica di tendenza che si fonda su tempi «al rallentatore» non finisce qui, non possiamo non citare la emo-trap, che riprende, a modo suo, temi nichilsti e disillusi che in passato sono stati patrimonio, in anche molto differente, di gruppi come i Joy Division, Nirvana o Slipknot (so che l’accostamento farà storcere il naso a più di uno). La struttura ritmica è quella della trap, su cui però troviamo chitarre e voci che ricordano molto il grunge, ovviamente radicalmente rallentate, come se Kurt e soci si fossero ingurgitati una extra-dose di Xanax. Non a caso Xanax e marjuana sono le sostanze più citate in questi testi, utilizzate non per ricercare «vite spericolate» ma, coerentemente, come ansiolitici. Lil Peep e XXXTentacion sono gli artisti più rappresentativi di questa corrente, anzi lo erano, dato che entrambi ci hanno lasciato prima di compiere 21 anni.

L’urgenza di respirare

In principio era il rock, i giovani prendevano le distanze dai genitori alzando la velocità. Accelerare era sinonimo di trasgressione, di futuro, di cool (pensiamo al tormentone di Adriano Celentano per cui il mondo è diviso tra rock (il nuovo, vitale) e lento (il vecchio, mortifero). E nella seconda metà del secolo scorso l’accelerazione è sempre aumentata: l’hard rock, l’heavy metal, il punk, l’hardcore, e poi la techno, la jungle e la drum n bass; i bpm (battiti per minuto) continuavano a salire in parallelo con i ritmi della società che lasciavano sempre più senza fiato.

Negli anni ’70 punk ricercava l’ «anima di chi suona» attraverso il rifiuto di ogni tecnicismo, accelerando i riff e alzando la voce che si faceva urlo; oggi invece, nel mondo di Netflix, del binge watching, dello scrolling infinito sui social network, del perpetuo rumore di fondo, della continua richiesta di accelerare ed essere performanti, l’anima i più giovani la ri-cercano nella bassa fedeltà, nelle voci calde e lentamente cadenzate. In opposizione ad un mito del progresso che mostra sempre di più le sue crepe, si impongono ritmi e atmosfere in cui si possono perdere i sensi (la condizione di biancore raccontata da Le Breton, o meglio il «Numb» dei Linkin Park) ma anche, al contrario, riconquistarli; esperienze meditative, in cui si torna a respirare, a riprendere un contatto con sé stessi e con il mondo, e immaginarne uno migliore.

Un conflitto all’altezza dei tempi che viviamo

Logorati (ma non emancipati) dalle raffiche di input del digitale più veloci di quanto si possano rielaborare, i più giovani cercano spazi in controtendenza, in cui la velocità dell’esperienza si riallinea con quella dell’organismo, perché solo così si può sopravvivere.

Si tratta di un fenomeno ancora non sufficientemente tematizzato, e non esente da ambivalenze, ma forse stiamo assistendo a nuove modalità di resistenza da non sottovalutare. Emergono nuovi spazi conflittuali che possono divenire molto importanti in futuro.

Nuove questioni educative

Queste riflessioni possiamo recepirle come curiosità, o come fenomeni interessanti dal punto di vista sociologico, però possiamo anche dargli una particolare attenzione come elementi che possono interrogare il modo in cui conduciamo il nostro lavoro.
Noi, nel campo educativo, della formazione e della cura, come ci posizioniamo rispetto a tutto ciò? Averne consapevolezza può influire sulle nostre pratiche?

Possiamo ad esempio chiederci come intercettiamo queste nuove sensibilità, a che velocità e in che quantità elargiamo i nostri input, quali «spazi rallentati e di intensità», di cui questi ragazzi hanno così urgenza, possiamo allestire con loro.
Siamo in grado (anche nel nostro lavoro on line) di creare setting raccolti, zone franche in cui l’incontro, la confidenza, il silenzio anche, può trovare il suo spazio, oppure anche noi siamo complici (e vittime) del vortice? Quali «hack» possiamo mettere in campo per rallentare gli stimoli, «stare» e tessere senso?
Probabilmente, spinti dalla retorica della «ripartenza», la partita si giocherà sempre più su questo piano: pensiamo solo ai discorsi sulla scuola, in cui la preoccupazione maggiore sembra essere «recuperare il tempo perduto», che non potrà che alimentare nuovo abbandono.
Non è una sfida facile, ma riflettiamoci, e facciamoci trovare pronti.

Per proseguire queste riflessioni potrebbe interessarti…

Come creare un ambiente accogliente in videochat

suggerimenti per allestire setting per il lavoro riflessivo ed esperienziale nel digitale

Condurre un gruppo in videochat non è facile, ce ne siamo resi conto
tutti durante il periodo di migrazione forzata dei nostri corsi sui
dispositivi digitali, e tanto più non è facile mantenere un setting
“caldo”, che possa essere spazio protetto di condivisione di riflessioni
personali, di lavoro con vissuti emotivi anche delicati.

Attraverso il monitor è più difficile sentirsi parte di un gruppo, il
coinvolgimento emotivo è più difficile, c’è il rischio di distrarsi,
anche perché partecipiamo contemporaneamente all’ambiente del gruppo in videochat e a quello del luogo in cui ci troviamo fisicamente. Inoltre i problemi tecnici possono creare forti disagi: voci e immagini che
laggano, la linea che salta e ci espelle dalla piattaforma e così via.

Seguendo però alcuni accorgimenti possiamo rendere l’esperienza in videochat il più accogliente e conviviale possibile.

Ho provato allora a elencarne alcuni qui,
tante di queste riflessioni e pratiche nascono dalle condivisioni e il lavoro insieme con la collega e amica Cristina Bergo:

Esplicitare insieme regole di fiducia

All’inizio di ogni nuova esperienza di gruppo può essere importante esplicitare le regole che a priori proponiamo al gruppo, dedicare un momento per deciderle insieme, regole che possano far sentire coinvolti e protetti i partecipanti.
E’ importante esplicitare se la sessione sarà registrata, e in caso lo sia cosa ne faremo di quel file.
Se vogliamo davvero creare un clima di complicità e intimità la registrazione andrebbe esclusa, possiamo impegnarci reciprocamente a non fare screenshot, a metterci tutti le cuffie (o isolarci) in modo che ciò che si dice non possa essere ascoltato da eventuali altre persone presenti nelle nostre case.

L’accoglienza e l’aggiornamento: anzitutto la condivisione del vissuto dei partecipanti

Un rito molto utile, all’inizio di una sessione, è quello dell’aggiornamento, ovvero il momento in cui i partecipanti del gruppo condividono qualcosa avvenuto nel tempo in cui non ci si è visti, oppure la situazione emotiva con cui si giunge al lavoro insieme. Sebbene per chiunque si occupi di apprendimento esperienziale questa pratica sia già di un must anche nel lavoro in presenza, in quello a distanza diviene ancora più importante, perchè vengono a mancare i momenti informali in cui questo tipo di condivisione possa avvenire ai margini dell’attività strutturata.

La consegna più classica di un aggiornamento è “oggi vi dico che…“, ma può anche bastare chiedere una parola ad ognuno, magari anche solo da riportare in chat (anche privatamente per chi desidera) per ascoltare e accogliere gioie, sofferenze, piccoli e grandi aspetti della quotidianità.
Gli insegnanti che all’inizio delle proprie lezioni «perdono» del tempo per questo rito, possono testimoniare l’utilità nell’entrare in contatto con i ragazzi, l’influenza positiva nel processo di apprendimento.

Al posto del nome, qualcosa in più di noi:
Uno stratagemma, anzi un «hack» per proporre un aggiornamento in modo semplice e rapido è quello di scrivere una parola che rappresenti il proprio stato d’animo o qualunque cosa si voglia condividere di sé nello spazio fornito da Zoom (e da molti altri software di videochat) per inserire il proprio nome.

Si tratta di una modalità creativa per “hackerare il software”: se quella feature della videochat era pensata come didascalia per riconoscere la persona in modo univoco e oggettivo, per «fare l’appello» noi al contrario la utilizziamo per amplificare la dimensione dell’interiorità, per farne qualcosa di creativo e inaspettato (nel corse delle nostre sperimentazioni lo stesso spazio lo abbiamo utilizzato anche per riportate qualsiasi cosa, persino mini-poesie).

Circolarità: utilizzare il più possibile «catene»

Simmetria e circolarità dei turni di parola sono un elemento importante
in qualsiasi gruppo esperienziale. In videochat divengono ancora più
importanti. Nel setting a distanza, in cui non è facile auto-organizzarsi nei turni degli interventi, in cui il rischio è che chi è più reticente al contrario si auto-escluda, è fondamentale valorizzare la presenza di ognuno accompagnando la presa di parola.
Il consiglio è utilizzare il più possibile le «catene», ovvero interventi regolati dal passaparola, per riconoscersi, dare voce a tutti, incontrarsi virtualmente senza esclusioni (ovviamente nella libertà di non intervenire per chi consapevolmente preferisce non farlo).

Ritmo e consegne a risposta rapida

In videochat i tempi (e l’attenzione) sono in genere più limitati che in presenza, questo rende importante l’utilizzo di specifici accorgimenti per rendere più «leggera» e ritmata la conduzione, anche regolando gli interventi.
Può a questo scopo essere utile ricorrere a consegne a risposta rapida che, se stiamo lavorando su condivisioni riflessive, allo stesso tempo facilitino «ricognizioni introspettive».
Un suggerimento può essere quello di utilizzare stimoli «steli di frase» come:
– la metafora: “un colore/un tempo atmosferico che indichi come sei qui oggi…“,
– brevi elenchi: “tre parole (solo tre) per dire qualcosa di te oggi“.

Limitare gli interventi verbosi
Sempre a scopo di tutelare spazio per tutti, un compito importante ma sicuramente ingrato, è quello di, con cordialità e fermezza, limitare gli interventi più verbosi (eventualità più frequente con gruppi di adulti che di ragazzi…).

Le sociometrie on line

Le sociometrie, introdotte da Jacob Levi Moreno, sono uno strumento molto
funzionale per consentire ai gruppi di esprimersi in modo simmetrico (a
tutti lo stesso spazio per pronunciarsi) su un dato argomento. In videochat – in linea con quanto detto fino ad ora – possono risultare molto utili, sebbene siano necessari adattamenti che funzionino on line.

La modalità che preferisco in videochat è utilizzare semplicemente le mani. Esempi di consegna possono essere:
mostrate con le mani un numero da zero a dieci a seconda di quanto siete a vostro agio nei seminari in videoconferenza
mostrate con le mani un numero da zero a dieci a seconda di quanto questa notte avete dormito bene
Tutti possono così esprimersi contemporaneamente, e attraverso il colpo
d’occhio ognuno può farsi un’idea dei pensieri, dei vissuti, del
posizionamento degli altri rispetto al tema in oggetto.
In seguito il conduttore se desidera può fare qualche domanda di approfondimento a qualcuno dei partecipanti, magari quelli che hanno dato i punteggi più «estremi».
Si tratta di una soluzione tecnica che personalmente ho utilizzato molto, è un modo per dialogare, prendere posizione e ascoltarsi che si presta bene ai tempi della formazione in videochat.

Portare elementi di fisicità e spazialità

In videochat i corpi sono «smaterializzati», questo non vuol dire che non ci sia fisicità e spazialità. Può essere utile, per creare un setting caldo in videochat, provare a «ri-materializzare» e «rispazializzare» il più possibile la relazione.

Una possibilità molto semplice, ma efficace, può essere quella di coinvolgere nel lavoro elementi materiali presenti nello spazio fisico che i partecipanti occupano. Si può chiedere ad esempio di narrare qualcosa di sé a partire da un oggetto presente nello spazio in cui ci si trova. Si tratta di un modo discreto per «introdurre» gli altri nella dimensione fisica che si sta occupando, anche nell’intimità della propria casa.

Un’altra opzione, in cui si gioca invece con la dimensione spaziale determinata dal monitor, può essere quella di proporre un «giro di tavolo» in cui ognuno è tenuto a passare parola solo a chi occupa un riquadro in videochat confinante con il proprio. In questo modo è possibile condividere e confrontare la spazialità generata (per ognuno diversa) dal software, che regola il nostro sguardo sul gruppo e la nostra percezione «fisica» dello stesso.

Amplificare l’espressività dei partecipanti

In videochat i segnali non verbali si assottigliano. Per compensare questa mancanza un compito importante a cui può provvedere il formatore è quello di amplificare l’espressività dei partecipanti al gruppo.
Per fare questo si possono «esagerare» i segni di presenza e ascolto: il conduttore può esprimere con la voce e con il corpo che sta ascoltando con attenzione, oppure ripetere in modo più espressivo quello le parole dei partecipanti, sollecitando interazioni invitando i singoli a intervenire/rispondere.

Utilizzare applicazioni d’appoggio per attività collaborative

Per il lavoro collaborativo può essere importante utilizzare in parallelo alla videochat altre piattaforme di appoggio leggere e funzionali.
Le mie preferite sono i pad (istanze di etherpad.org come il già
citato framapad e tanti altri) oppure, lato software proprietario,
padlet (specialmente per file multimediali). Nelle nostre formazioni
in videochat li utilizziamo per raccogliere traccia delle condivisioni, produrre testi e poesie collettive e digital storytelling.

Poesia collettiva creata su pad durante un workshop in videochat, ne parlo qui

Utilizzare la musica in videochat

Non appena mi è possibile, mi piace aggiungere una “colonna sonora” ai miei incontri di formazione in videochat.
La musica può dare colore e calore ai momenti più vuoti, alle attese, al tempo dato ai partecipanti per eseguire un compito “sconnessi”. La musica unisce, riscalda; non di rado mi è capitato di assistere alla partenza spontanea di accenni di movimenti a ritmo che in poco tempo diventavano contagiosi, a rimarcare la partecipazione mente-corpo a un’esperienza comune.

Tecnicamente, dopo varie sperimentazioni, sono giunto alla conclusione
che da un punto di vista pratico il metodo migliore è avvicinare semplicemente una cassa al microfono; l’alternativa più «raffinata», quella di mixare internamente al computer la fonte sonora musicale e quella proveniente dal microfono, è possibile ma molto complessa e non sempre
i risultati sono soddisfacenti.

Gestualità condivise per comunicare in gruppo

Ci sono gruppi che per mantenere più conviviali e fisici i loro incontri in videochat hanno introdotto l’utilizzo di gesti non verbali, da affiancare alla parola. In questo modo l’inizio o la chiusura dell’incontro, oppure espressioni come “sono d’accordo!”, “non sono d’accordo!”, “voglio parlare”, “ti abbraccio” sono comunicati attraverso gesti convenzionali, un codice sviluppato dal gruppo.
Per questa comunicazione non verbale si possono utilizzare le mani, le braccia e altre parti del corpo riprese dalla telecamera.

Il formatore può incoraggiare il fatto che questi gesti divengano
tradizione del gruppo, includendone altri se nascono spontaneamente o se
ne si sente l’esigenza.

Se si vuole amplificare la dimensione corporea rispetto a quella
macchinica si può decidere di utilizzare il meno possibile (o non
utilizzare) emoticons e altre features della piattaforma.

Creare qualcosa di esteticamente bello insieme

Può essere funzionale, se la conformazione del gruppo lo permette,
portare i corpi al centro della scena per creare qualcosa di bello che
unisca, utilizzando attivazioni tipiche del lavoro teatrale in presenza.
Ad esempio: ognuno esprime come sta con un gesto, gli altri ripetono, si
propongono esercizi corporei da fare insieme, sincronizzati: dallo
stretching a far finta di “lavare i vetri”. Oppure si può proporre il
gioco dello specchio dividendo i partecipanti a coppie e chiedendo di
ripetere in camera i gesti del compagno. Sui social network durante il
periodo del lockdown si sono trovati tanti esempi di questi
esperimenti. Come sa chi ha sperimentato queste attivazioni, si tratta
di piccoli “attimi di bellezza”: la resa estetica, il divertimento nella
creazione di queste “coreografie” porta a vivere momenti di benessere
che uniscono il gruppo, fanno sentire parte di una stessa comunità,
anche se a distanza.

Escludere la nostra immagine dal monitor

Ci sono studi che sottolineano come uno dei motivi per cui la videochat risulta particolarmente stancante è il continuo confrontarci con la nostra immagine «specchiata» nel monitor. Siamo portati a controllare in continuazione come appariamo agli altri, anche inconsciamente, anche se decidiamo di impegnarci a non farlo. Un modo per allentare questa fatica è escludere il nostro «riquadro» da quelli sul nostro monitor, un’opzione possibile nella maggior parte di software di vedochat.

A me capita spesso di farlo; agli adolescenti invece, pur parlandogliene, so che difficilmente mi seguiranno, nella consapevolezza del fatto che il controllo della loro immagine sia per loro qualcosa per loro di molto importante, sebbene spesso fonte di sofferenza. A volte però qualcuno può decidere di provarci, e vivere un’esperienza diversa, sperimentare il rischio di una strana libertà.

Inventare adattamenti di strumenti che utilizziamo in presenza

Un suggerimento per mantenere il più possibile un setting “caldo” è di sperimentare quando possibile in videochat strumenti e
tecniche che utilizziamo in presenza, anche se necessiteranno di
adattamenti creativi. Ne abbiamo visto un esempio parlando di
sociometrie. Non abbandonare quindi il nostro patrimonio di conoscenze
di lavoro di gruppo in presenza ma dedicare tempo e immaginazione per
adattarlo alla nuova situazione senza farci troppo condizionare dai
“richiami” del software che spinge a un utilizzo standardizzato. Se si
ci si pone in modo creativo possono succedere cose molto interessanti:
ricordiamoci che anche on line si può chiedere di disegnare su carta, di
chiudere gli occhi, di scolpire con il nostro corpo un’emozione
. A
volte bastano piccoli espedienti per adattare un lavoro in presenza nel
suo corrispettivo funzionale all’on line.

Stabilire specifiche regole “di protezione” in videochat:

La videochat espone l’ immagine e la presenza personale in una modalità che può generare disagio, anche molto forte, è il caso ad esempio di molti adolescenti. All’Anno unico abbiamo deciso di porre regole a priori che potessero tutelare su questo fronte. Abbiamo così comunicato ai ragazzi che ognuno poteva scegliere se intervenire ai nostri incontri digitali:

1- con immagine e voce,

2- solo a voce tenendo spenta la telecamera,

3- tenendo spenta telecamera e microfono utilizzando solo la chat,

4- non utilizzando nemmeno la chat ma solamente come ascoltatori passivi (per quanto un ascoltatore non sia mai passivo…).

Si tratta di una scelta piuttosto in controtendenza, se pensiamo che, privilegiando la logica del controllo rispetto al benessere on line, moltissime scuola impongono ai propri alunni di mostrarsi in webcam.

Altre riflessioni su questo argomento le trovate qui

qui, con un gruppo particolarmente restio a mostrarsi in video, abbiamo giocato a creare originali avatar

Non è sempre funzionale utilizzare la chat di testo

Se come si è appena visto, in molti casi la chat di testo è utile, perchè permette di comunicare a chi è più restio a farlo attraverso altri canali che espongono maggiormente, in altre situazioni diviene un sovrabbondante strumento che aumenta il rumore e la dispersione dell’attenzione senza portare un significativo apporto comunicativo.

Ci sono gruppi, come gli attivisti per l’ambiente che sperimentano le
pratiche di “work that reconnect” che, cercando di creare anche negli
incontri on line momenti di forte connessione tra le persone e delle
persone con se stesse (e con il pianeta), nelle proprie sessioni
escludono categoricamente l’utilizzo della chat testuale nei loro incontri.

Sostenere la creazione di spazi protetti da cui connettersi

Uno dei problemi più grandi nel lavoro in videochat è l’interferenza
dell’ambiente fisico in cui i partecipanti si trovano nell’incontro: può
essere fonte di disturbo per via di rumori di fondo che entrano nel
microfono, ma anche imbarazzo, limitazione al comunicare in libertà. Si
possono suggerire al gruppo modalità per rendere più confortevole e
protetta la propria postazione fisica e virtuale da cui si partecipa.

ecco il mio »studio», lo ho raccontato più nel dettaglio qui

Possiamo accompagnare i partecipanti nella scelta di uno spazio il più
possibile appartato; durante il periodo di lockdown abbiamo
sperimentato che non c’è limite alla fantasia: abbiamo visto adolescenti
dell’Anno Unico chiusi in bagno per connettersi, oppure nell’automobile parcheggiata in garage, dichiarato “l’unico posto davvero tranquillo”.

Un aspetto che può mettere a disagio, oltre la presenza di persone che
“invadono la privacy” è il fatto che con la videochat gli altri
componenti del gruppo “entrano in casa nostra”. Possiamo non aver voglia
che si vedano i nostri ambienti domestici, per riservatezza o
semplicemente perché preferiamo separare, almeno simbolicamente, lo
spazio della casa da quello degli incontri pubblici. Possiamo suggerire
di allestire, con teli e qualsiasi altro materiale, un postazione ad
hoc
, un sorta di “micro studio televisivo” in casa; oppure possiamo
imparare, per le piattaforme che lo consentono, a modificare
digitalmente lo sfondo alle nostre spalle, o ancora utilizzare
applicazioni specifiche che creano graficamente un ambiente virtuale
diverso da quello in cui siamo immersi (a volte anche modificare la
nostra immagine). Questi artifici tecnici, anche se a volte sono
prodotti da società su cui abbiamo più di qualche perplessità e spesso
funzionano bene solo su dispositivi e reti di alto livello, possono
coadiuvare nell’invenzione di situazioni di gioco e di apprendimento
molto interessanti.

questo articolo è un estratto dal libro formare a distanza scritto con il gruppo di ricerca C.I.R.C.E. Qui (come in giro su questo blog) si trovano altri estratti.

Una postazione creativa per il lavoro educativo in videochat

Uno studio radio-televisivo fai-da-te per la formazione a distanza. A ognuno il suo, a sua misura. Questo è il mio…

Da quando ho creato la mia postazione fai-da-te per il mio lavoro in FAD (sia per condurre gruppi di adolescenti che di adulti) è cambiato qualcosa. Passare da portarsi il computer in un posto tranquillo qualsiasi della casa a prendere posizione nel proprio «studio radio-televisivo diy» può sembrare un cambiamento di poco conto, ma per me è significato un salto di qualità importante nelle conduzioni a distanza. Mi ha un po’ riappacificato con una dimensione che comunque soffro, mancandomi le possibilità didattiche del lavoro in presenza e l’intensità dell’incontro con i partecipanti. Ha contribuito a riaprire una dimensione di gioco e sperimentazione di cui avevo bisogno.

Uno spazio-soglia

Attraverso la FAD si entra nella casa degli altri, e gli altri entrano in casa tua. E’ uno degli aspetti che mi ha sempre messo a disagio, e sicuramente ha messo a disagio gli adolescenti con cui lavoro. Il problema non è necessariamente che abbiamo qualcosa da nascondere, ma la casa per ognuno resta uno spazio di intimità, si entra se invitati: in genere non si accolgono gli utenti del proprio lavoro a casa propria.
Creare allora uno spazio-soglia, che rimanga all’interno della propria abitazione ma sia allestito ad hoc per la vista dall’esterno, può essere una soluzione utile. Uno spazio dotato anche di espedienti tecnici per rendere le nostre “trasmissioni” il più possibile esperienze piacevoli (sebbene si possa realizzare anche a scuola, o in qualunque altro spazio disponibile)

Ok la teatralità, ma qui mi sono lasciato un pò andare…

Anzitutto la scenografia

La prima cosa per allestire uno studio fai-da-te è provvedere alla scenografia, “lo sfondo” in cui la nostra immagine sarà incorniciata. Una scenografia teatrale, “finta” come ogni scenografia, ma forse proprio per questo ancora più in grado di accogliere e proteggere parole e relazioni che sono autentiche, un cancello “spazio-temporale” appositamente progettato per l’incontro.

Io ho creato la scenografia che tengo alle mie spalle utilizzando un copriletto indiano, a fondo blu con fantasie “psichedeliche”, appeso all’armadio con mollette e scotch di carta (che regolarmente ogni tanto cedono). A questo sfondo aggiungo qualche oggetto, che di volta in volta cambia: il mio preferito è una grande spada da guerriero fantasy che ho costruito durante un laboratorio di falegnameria con i ragazzi diversi anni fa: crea curiosità, bilancia in modo giocoso il drappo un pò troppo da santone, e mi ricorda i momenti sereni in cui con i ragazzi in cascina abbiamo costruito le nostre armi.

Sempre in un’ottica teatrale ho aggiunto al set un faro RGB a led, che può cambiare il colore della luce che emana, lo avevo recuperato per il lavoro in presenza con i ragazzi; in mancanza d’altro continua a fare il suo servizio. Non lo uso sempre perché nelle dirette lunghe diventa impegnativo per gli occhi, ma contribuisce non poco a quell’effetto di “spazio altro” e di magia che cerco (la luce che preferisco è quella rossa).

Il microfono

Per il mio studio d.i.y. ho acquistato un microfono di discreta qualità (l’unica spesa fatta ad hoc), non una spesa esagerata ma sufficiente per far sentire chiara la mia voce, canale di comunicazione “caldo” per eccellenza nell’universo universo digitale di bits e di dots. Un altro vantaggio che porta avere un buon microfono è che posso anche allontanarmi dalla postazione, camminare per la stanza magari, in particolare quando sono in «modalità radiofonica» e le mie parole si sentono ancora bene. Non essere costretti nella stessa posizione è un valore aggiunto non da poco per un’attività statica e “blindata” come la formazione a distanza.

Due telecamere?

Nella stessa ottica di permettermi il movimento, mettendo in atto un’idea dell’amico Panos (che in realtà ha ispirato tutta questa «operazione studio fai-da-te» che sto raccontando) mi è capitato di utilizzare anche due telecamere, sempre con approccio iper-fai-da-te, aggiungendo quella del cellulare alla webcam del computer: appoggio lo smartphone su una mensola ad un pò di distanza in modo che riesca a produrre una sorta di ripresa panoramica; e così nel mio studio si guadagna in fatto di possibilità di movimento e tridimensionalità.

Anche un launchpad?

La musica e in generale i commenti sonori sono importanti nelle mie formazioni a distanza. Mi piace utilizzare frammenti di canzoni ed effetti di vario genere (esplosioni di bombe, sirene da sound system reggae, spari di pistole laser…) per sottolineare momenti particolari durante le sessioni di lavoro educativo. Sebbene si possa sfruttare tranquillamente un qualsiasi lettore di musica digitale, data la mia passione gli aggeggi tecnologici per giocare con la musica, ho riadattato all’evenienza un launchpad, in modo da «lanciare» i commenti sonori con più comodità e creatività. E’ stato un pò ritornare ai tempi (15 anni fa!) della web radio «clandestina» che gestivamo con amici, Radiowatta.

Personalizzare, creare con poco, ri-incantare

Ovviamente non ho raccontato tutto ciò auspicando che insegnanti o educatori seguano le stesse modalità. Le soluzioni che ho descritto sono molto personali, talvolta anche un modo mio per divertirmi un pò (lungi da me pensare che senza un launchpad non si possa fare creative formazioni on line…)
Sono forse le parole personalizzazione e creatività i concetti chiave: allestire uno spazio di confort e di gioco su misura per chi lo deve abitare e utilizzare come postazione di lavoro. Ognuno può mettere in campo le risorse che preferisce e che ha a disposizione: i propri oggetti preferiti, spazi, teli, cianfrusaglie più o meno tecnologiche.

È una dimensione di gioco che per coinvolgere i ragazzi deve coinvolgere e divertire prima di tutto noi, si tratta di un approccio D.I.Y. (Do It Yourself) un po’ punk e un po’ hacker: con poco, ri-inventando l’uso di strumenti e materiali già a disposizione, può nascere qualcosa di nuovo e di divertente che permette di resistere e costruire relazione (e portare un po’ di magia) in questi tempi inquieti.

questo articolo è un estratto dal libro formare a distanza scritto con il gruppo di ricerca C.I.R.C.E. Qui (come in giro su questo blog) si trovano altri estratti.

Organic FaD: Suggerimenti per una formazione a distanza critica, ecologica e libera

Il tentativo di riassumere cosa abbiamo imparato in questi due lunghi anni, per aprire riflessioni più ampie sul nostro rapporto con la tecnologia, in contesti educativi e non solo

L’inglese organic si traduce con l’italiano bio, ma il termine mantiene la radice organica, che rinvia all’organismo. Nella formazione a distanza siamo immersi in ambienti complessi che vorremmo spingere in una direzione più bio-organica. Abitare gli spazi digitali in maniera critica, libera, ecologica è una sfida dei nostri tempi.

Nel complesso riteniamo fondamentale limitare le interazioni automatiche e automatizzate con le macchine, per ampliare i margini di interazione non automatizzata. Non si tratta di contrapporre esseri umani e macchine ma di scegliere come costruire relazioni conviviali attraverso la messa a punto di pratiche e tecnologie appropriate. È quello che cerchiamo di fare con le attività di pedagogia hacker.

Di seguito riportiamo alcuni dei suggerimenti che sono emersi nelle
pagine del libro Formare a Distanza, riportate con i diversi link per chi volesse approfondire le diverse questioni.

De-sacralizzare la tecnologia, dialogarci, usarla e non esserne usati

Diffidare della tecnica “risolvitutto”

Le tecnologie industriali di massa arrivano fra noi con un portato
ideologico forte, anche se quasi mai esplicito. Il presupposto dell’ideologia tecnologica è semplice: ogni situazione è un problema da risolvere mediante una soluzione tecnica. Le piattaforme per l’insegnamento a distanza, ma anche le semplici videochat, condividono questo postulato.

Secondo questo paradigma educatori, insegnanti, formatori nelle
condizioni di dover lavorare a distanza devono “semplicemente” imparare
a utilizzare le app giuste, e ovviamente a usarle bene.
Automaticamente, quasi per magia, questo «semplice» utilizzo degli strumenti «giusti» risolverà il problema… della distanza, della didattica, della formazione e così via. Automagicamente!

Invece di abbandonarci alla procedura corretta, noi pensiamo invece che cercare di abitare il disagio, anche il disagio della distanza, facendo appello alle nostre risorse creative per conciliare le istanze pedagogiche per noi imprescindibili con un utilizzo consapevole degli strumenti tecnologici.

Rimanere connessi con le istanze pedagogiche per noi irrinunciabili, poi scegliere l’applicazione più appropriata

Il primo suggerimento – parrà banale ma abbiamo osservato non è per nulla scontato neanche nel mondo della scuola e dell’educazione – e che prima di accogliere acriticamente il default dell’applicazione che i colleghi ci hanno detto essere «comodissimo», o che «qui usano tutti» è bene fermarsi e problematizzare le possibilità. E’ fondamentale anzitutto ri-connetterci con la situazione di apprendimento che dobbiamo affrontare, i bisogni dei nostri ragazzi, i nostri valori pedagogici.
Le questioni da porsi devono essere: che tipo di relazione vogliamo mantenere con i ragazzi? Che tipo di ambiente di apprendimento vogliamo creare? Ci interessa un modello di didattica cooperativo o competitivo?
Quanto è importante per noi la dimensione riflessiva? Quella esperienziale?
Il nostro approccio si basa prevalentemente sulla dimensione cognitiva o anche su quella emotiva e immaginativa?

A seconda della risposta che daremo a queste domande orienteremo in modo diverso il nostro utilizzo di strumenti tecnologici, la loro scelta e la modalità di utilizzo.
Il rischio è che se invece partiamo dallo strumento e dalle sue regole: quello «che mi hanno detto funziona con i ragazzi» o «che mi ha proposto il mio collega smanettone”, sia poi lui a dettare la piega che prenderà il mio lavoro. Ricordiamoci che, in termini pedagogici, l’applicazione digitale non è strumento neutro, ma un elemento importante nella determinazione il setting. Vale nella DAD ma anche nell’utilizzo di qualsiasi tecnologia.
Porsi in questo modo all’inizio non sarà facile, dovremo imparare la fatica di «stare con il problema» come ci suggerisce Donna Haraway, vivremo un momento di «crisi» , ma una crisi che può essere generativa, che ci aiuterà a non snaturare ciò che è importante nel nostro lavoro. Noi la chiamiamo attitudine hacker perchè si tratta di porsi nei confronti della tecnologia in modo critico e creativo, desacralizzante anche, per usarla e non esserne (anche inconsapevolmente) usati.

“porsi in maniera iconclasta nei confronti delle piattaforme”,
artista sconosciuto

Un approccio del genere può tornare prezioso anche come occasione di riflessione sul nostro lavoro, perché, per re-inventarlo nella modalità on-line, o in generale nel digitale, siamo costretti a ricercarne il cuore, a riscoprire e ri-aggrapparci all’essenziale che muove il nostro agire.
Solo in questo modo a nostro avviso potranno succedere cose interessanti; potrà nascere qualcosa di importante perché sarà qualcosa che solo noi, nel nostro contesto situato, potremo contribuire a sviluppare. E’ una questione, ci insegnano gli hacker, di provare e riprovare, sperimentare, sbagliare, “imparare a disimparare”, e riscoprire il piacere che tutto ciò può lentamente può prendere forma.

in questo articolo racconto il mio personale momento di crisi all’indomani dell’inizio del primo lockdown che, nel tempo, ha aperto a nuove interessanti sperimentazioni.

Stiamo attenti al setting generato dalle applicazioni, alla “spinta gentile” (nudging)

Le apparecchiature tecniche (macchine, software, piattaforme ecc.) non
sono neutre, portatrici di un altrove fuori dal tempo e dallo spazio
valido per tutti, sempre e comunque. Tutto l’opposto: creano un
setting, sono portatrici di approcci epistemologici e pedagogici!

Nel momento in cui ci affidiamo in modo acritico all’applicazione, la piattaforma-macchina, in modo “gentile” e magari per noi inconsapevole, ci conduce nella sua direzione, crea un proprio setting, una situazione con regole e caratteristiche specifiche che potrebbe essere ben diversa da quella che riteniamo pedagogicamente valida.

Succede così che insegnanti in aula poco inclini alla valutazione rigida
siano guidati da Google Classroom a valutare attraverso verifiche a risposta chiusa, quiz in cui la componente riflessiva viene sacrificata a favore di quella cognitiva, mnemonica, prestazionale. Allo stesso modo educatori che hanno molta attenzione per la dimensione conviviale e cooperativa, spinti dall’urgenza di trovare «animazioni on line pronte all’uso» hanno privilegiato nella loro attività a contestchallenge, produzione di «simpatici meme» che potessero funzionare bene con il gioco dei like dei social network, privilegiando ambienti educativi digitali lontani dai propri intenti originari. Non si tratta a priori di squalificare questa o quella applicazione, si tratta di utilizzare con consapevolezza.

google classroom e la «spinta gentile» verso una valutazione fortemente quantificata

In questo senso accade spesso che più impariamo ad «usare bene i software» e più ci uniformiamo alla loro «spinta gentile». È una forma di conformismo, o meglio di mutuo condizionamento fra umani e macchine.

È allora fondamentale essere consapevoli della direzione in cui ci induce il
“piano inclinato” della piattaforma, il suo «demone» come in C.I.R.C.E. ci piace definirlo, che ha caratteristiche specifiche, interagisce con le nostre debolezze, inostri punti di forza e il nostro carattere. Più conosciamo noi stessi e la tecnologia più saremo in grado di attivare le dovute contromisure.

I formatori creativi non rinnegano le loro competenze nel digitale, ma le riadattano con un approccio originale e “do it yourself”

Per riuscire in questa sfida è importante ricordarci che molto della nostra esperienza e delle competenze che abbiamo sviluppato possono essere utili, interessanti, divertenti anche nel digitale. Obbligati alla formazione a distanza non è il caso di accantonare queste risorse, come se fossimo in un’altra dimensione, fuori da noi stessi.
Come formatori appassionati non possiamo che ripartire da quello che, per la nostra esperienza, riteniamo essenziale nel rapporto educativo/formativo e dalla nostra creatività. 

Dialogare e, perché no, scontrarsi e litigare con le macchine è un presupposto chiave per raggiungere che riteniamo importante che, vale la pena ricordarlo, non è portare a casa un’attività stilosa, ma la crescita e l’apprendimento significativo del ragazzo.

È fondamentale provare ri-inventare il proprio lavoro senza intestardirsi nel conservare la forma e non la sostanza.
Durante i mesi di emergenza del primo lockdown abbiamo visto riportate on line situazioni didattiche impensabili prima: immaginazioni guidate, esercizi teatrali, coreografie di danza, laboratori di cucina. Nessuno vuole negare ciò che, costretti, si va a perdere, ma queste sperimentazioni hanno generato un know how in continua crescita, sicuramente utile anche quando il lavoro a distanza non sarà più imposto ma potrà rientrare nel novero delle scelte in situazioni particolari in cui altre vie non sono percorribili.

Ri-connettersi con i ragazzi

E’ scontato ripetere che la relazione, tra pari e con l’adulto, è fondamentale nel processo di crescita e di apprendimento, e nei periodi di distanza forzata ciò emerge in modo ancora più esplicito. Non sembra però altrettanto immediata la consapevolezza che curare la relazione anche nella dimensione a distanza (o in quella mista, blanded) è allora ciò da cui non si può prescindere, e che ciò va perseguito sfruttando tutti gli spazi percorribili (by any means necessary, diceva qualcuno).

accendere fuochi di bivacco nel digitale

Dedicare tempo ed energie nei momenti in presenza per costruire fiducia con i formatori e tra i componenti del gruppo

I gruppi che hanno funzionato meglio a distanza durante il lockdown potevano basarsi su solide relazioni costruite in presenza.
Il primo suggerimento su questo fronte può allora essere messo in atto fuori dal digitale: quando un percorso è progettato in modalità mista, oppure quando rischia di subire lunghi periodi solo on line per cause di forza maggiore, è essenziale sfruttare qualsiasi momento di incontro fisico per curare la costruzione di fiducia, affiatamento, conoscenza reciproca, relazione autentica e significativa tra i componenti del gruppo e con il formatore.
Ci sono tante modalità e specifiche attivazioni che ci possono aiutare a questo scopo. E’ importante avere la consapevolezza che non si tratta di perdita di tempo, anche rispetto all’apprendimento degli specifici contenuti, è un investimento che rivelerà tutta la sua forza generativa. Una consapevolezza questa che se da una parte è già patrimonio dei servizi educativi, lo è molto meno nella scuola in cui, in quest’ultimo anno «a singhiozzo», si sarebbe probabilmente potuto sfruttare molto di più i momenti di presenza a questo scopo, piuttosto che, come è spesso accaduto, caricarli solo di contenuti nell’ansia di «recuperare il programma».

una consapevolezza che vale anche per il futuro

Questo suggerimento può rivelarsi utile in futuro per chi lavora con gruppi che annoverano componenti soliti a lunghi periodi di assenza, come i ragazzi a rischio di ritiro sociale. Curare in modo particolare la costruzione della relazione con loro nei momenti di presenza potrà andare a sostenere la continuità della relazione e del lavoro formativo in quelli in cui la «crisi» si fa più acuta, in cui l’adolescente non riuscirà a frequentare la scuola o il servizio e si è costretti ad attivare un lavoro formativo a distanza.

La cura del legame sociale è tipica delle comunità resilienti; è una
forma di mutuo appoggio, a ben vedere: nel momento in cui accade
l’inaspettato, la “catastrofe”… la collaborazione sperimentata e la
vicinanza esistente tra le persone diventa la prima leva per affrontare
la situazione di crisi.

Per lavorare invece sulla relazione a distanza ci sono poi una serie di elementi da tenere presente, ne proviamo ad elencare alcune nei paragrafi che seguono

La cura della conduzione in videochat

La videochat è un contesto in cui non è immediato creare un clima di vicinanza e convivialità, importante per l’apprendimento significativo. E’ fondamentale allora curare con specifici accorgimenti metodologici e tecnici la conduzione per rendere questa esperienza il più possibile generativa.
Il nostro suggerimento è riportare in videochat specifiche tecniche che sostengano la creazione di relazioni intersoggettive, a partire dal sostenere dinamiche di orizzontalità e simmetria. Strumenti quali le «catene» e le sociometrie possono essere un buon punto di partenza, come è stato approfondito qui.

E’ stato inoltre sperimentato che permettere al ragazzo di scegliere, all’interno della stessa videochat, la modalità di presenza e comunicativa a lui più congeniale lo porti a sentirsi maggiormente a suo agio e disponibile all’apprendimento. L’idea è premettere a priori la possibilità di utilizzare la videochat nell’opzione audio-video oppure solo audio, oppure di comunicare solo la chat di testo.
Si tratta di un approccio che forse per molti può apparire controintuitivo, tanto che spesso nelle scuole si è ricorsi all’obbligo di mostrarsi in webcam, una soluzione che ha messo a disagio un alto numero di adolescenti, contribuendo in diversi casi a fenomeni di dispersione e ghosting. Il discorso va a toccare diversi temi di riflessione, primo fra tutti l’aspetto problematico e ansiogeno che gli adolescenti, e in particolare quelli cresciuti in tempi più recenti, hanno con la gestione con la propria immagine e la sua riproduzione mediata. Permettergli di «rifugiarsi» allo sguardo dell’altro diviene per loro un’opzione molto importante per abitare con serenità nel contesto di apprendimento.

Trovi riflessioni e pratiche su questo argomento ancora qui

Curare il rapporto individuale adulto-ragazzo

Nelle situazioni di gruppo in presenza c’è sempre la possibilità di comunicare individualmente tra le persone, e le occasioni per il formatore di relazionarsi individualmente con l’allievo non mancano: ci sono i momenti destrutturati come gli intervalli in cui ci si può incontrare e scambiare qualche parola, ma c’è anche la possibilità di incrociare sguardi in aula, indirizzarsi messaggi più o meno verbali durante l’attività, anche in mezzo a tante persone. Nelle interazioni digitali tutto questo diviene molto più difficile se non impossibile. Ecco allora un paio di semplici possibilità che possono rivelarsi utili per mantenere, in parallelo alla videochat, una relazione individuale con i ragazzi:

  • affiancare a momenti di videochat in gruppo incontri individuali a distanza a cadenza regolare: un lavoro faticoso ma che, come viene raccontato qui, si è rivelato di fondamentale importanza per chi lo ha sperimentato, in particolare nel lavoro con i ragazzi a maggiore rischio dispersione. Può essere un altro momento in videochat 1 a 1, anche se la situazione più funzionale in molti casi si riveli l’ «antica» telefonata.
  • inviare messaggi individuali periodici con contenuti molto personalizzati. Possono essere restituzioni riguardo attività scolastiche o animative oppure semplicemente messaggi con il solo fine di creare un contatto, il cui significato sotteso è «ci tengo a te in quanto te». Spesso non è neanche necessario che abbiano una risposta, altre aprono degli scambi molto importanti, per costruire relazione, per far emergere problemi.

Attraverso la relazione individuale con i ragazzi mantenuta a distanza è possibile inoltre raccogliere elementi sull’esperienza che i singoli ragazzi stanno vivendo nei propri contesti, elementi che risultano molto utili anche per il lavoro nell’aula virtuale: se il conduttore conosce gli stati d’animo e i vissuti individuali dei ragazzi può trovare il modo per relazionarsi a loro nel gruppo nel modo più appropriato, e potrà, se lo ritiene opportuno e con il permesso dei singoli, portare al gruppo con sensibilità e delicatezza alcuni temi individuali.

Trovare modalità inconsuete per far sentire che siamo vicini ai ragazzi

Inviare messaggi o fare colloqui individuali è quindi un modo per far sentire la nostra vicinanza ai ragazzi, al di là del mandato formale dell’apprendimento in una specifica disciplina.
Un ulteriore modo per rafforzare questo messaggio è elargire piccoli
«regali» non dovuti. Ad esempio all’Anno Unico (si veda qui) gli adolescenti hanno molto apprezzato la cura con cui il materiale che loro producevano a casa veniva valorizzato, impaginato, trasformato, remixato dai formatori senza che rientrasse nei loro “doveri formativi”. Questo ha contribuito a creare maggiore affiatamento e connessione anche a distanza. Anche quando come ora non si è obbligati ad una prolungata distanza forzata, ma si condivide una situazione di disagio, il regalo, l’eccedenza possono essere un elemento prezioso per creare legami e un clima di supporto reciproco, al di là dei ruoli.

nella parte finale di questo articolo si parla di questo

Mettere al centro la persona che apprende. Quali necessità ha?
Si apprende a distanza solo se si è fortemente motivati a farlo

Sul fronte dei contenuti, apprendere a distanza richiede grande motivazione; esserci nel digitale è faticoso, i discenti ci sono se sentono che ne vale la pena.

Può essere allora utile selezionare le attività da proporre in line a partire da quelle che possano rispondere alle loro urgenze, desideri, che li aiutino a costruire un senso rispetto al vissuto personale, che non siano percepite solo come un tentativo di «riempirgli il tempo», oppure di reiterare in modo meccanico e asettico modalità e contenuti molto distanti da loro.

La questione può essere riassunta così: “Siamo lontani, ma se sentiamo che ci sono valide ragioni per esserci (al di là del voto), noi ragazzi ci siamo

Racconto qui la mia esperienza

Limitiamo la presenza in ambienti digitali. È anche una questione di ecologia: ambientale, mentale, relazionale

Un cosa certa è che il ritmo della macchina non è il ritmo dell’umano.
Perciò dobbiamo imparare a stare con cautela nello spazio della
macchina, in particolare se gestito da piattaforme di massa. I corpi
umani soffrono le velocità di sollecitazione del digitale di massa, la
quantità di stimoli compressa e incessante. In un’epoca in cui siamo
sempre connessi, in particolare gli adolescenti, è molto importante
riuscire a valorizzare nel lavoro educativo a distanza anche i momenti
di «disconnessione», di allontanamento dagli schermi.

Ecco due piccoli hack possibili per contenere i tempi di video, rivolti
in particolare alla formazione con adolescenti ma applicabili in maniera più generale.

Innanzitutto, è sano fare videochat brevi. Un’idea può essere fare un
breve momento in diretta, dare una consegna, un compito, e poi
disconnettersi per riconnettersi più tardi per un momento di
restituzione. Questo aiuta anche a dare un “ritmo” al tempo dei ragazzi senza “stordirli” eccessivamente.

Ancora, è possibile, durante una sessione di videochat, proporre
momenti in cui ognuno si allontana dal monitor per ascoltare solo la
voce di chi sta parlando
, oppure per fare brevi attività unplugged, di
fatto disconnessi anche se con la connessione attiva.

Rarefare i momenti on line è anche utile per ridurre il digital
divide: 
chi non ha dispositivi adeguati e connessioni veloci avvertirà
maggior fatica nel corso di attività online prolungate. Ancora una volta
il mondo connesso tende ad amplificare le diseguaglianze preesistenti
nel mondo disconnesso.

Attenzione! Passare meno tempo collegati on line non vuol dire che le
menti, corpi, «anime» siano meno connesse. Fondamentale è la qualità
della relazione, non la quantità dei minuti-monitor!
Altrimenti passa ancora l’idea del setting che quantifica, che ci comunica automaticamente
quanto tempo siamo stati connessi come se il tanto fosse una garanzia di
riuscita.

Valorizzare l’interazione asincrona.

È utile ridurre i momenti in chat e invece valorizzare i momenti di
interazione asincrona. Nella formazione tradizionale si riducono a
essere “i compiti a casa” ma, ispirandoci all’approccio delle flipped
classroom
, possiamo valorizzare il momento di incontro individuale con
stimoli di apprendimento, che in seguito viene socializzato e
rielaborato in gruppo e con il formatore (il momento di interazione
sincrona). Privilegiare questa direzione significa sfruttare il vincolo
della distanza per sostenere l’autonomia degli studenti e invitarli allo
sforzo di confrontarsi direttamente con i temi di apprendimento,
evitando la postura passiva che spesso è generata dalla lezione
frontale.

L’importanza di abbassare il rumore

Limitiamo al massimo le notifiche. Ad ogni file, messaggio, contributo che inviamo nel digitale corrisponde una notifica: cerchiamo di essere responsabili del numero minore possibile. Le notifiche sono quasi
letteralmente “spilli”, che pungono la pelle, stimolano il cervello e
mantengono uno stato di tensione continua, una sorta di attenzione che
non genera profondità e intensità ma stress performativo. Nelle
situazioni di stress l’apprendimento significativo è inficiato in
maniera sostanziale.

Cerchiamo di utilizzare il un minor numero di canali nelle situazioni multimediale di apprendimento, allo scopo di ridurre il numero di stimoli e
quindi favorire la focalizzazione dell’attenzione. Ad esempio in videochat si può decidere tutti di non utilizzare la chat testuale, o di chiudere
la telecamera e quindi togliere lo stimolo del monitor generando un’atmosfera «radiofonica».

Non esistono regole generali valide per tutti e sempre, ma di certo la
scrittura della chat non è meno emotivamente coinvolgente del video:
anzi, se l’obiettivo è creare intimità e confidenza, la chat può svolgere un ruolo fondamentale.

Il canale “caldo” più sottovalutato: la voce

È importante ricordarsi che la voce è un medium più caldo del video.
Non significa che emotivamente le immagini sono meno coinvolgenti, ma
che la voce è più efficace nel momento in cui vogliamo creare intimità,
confidenza (così come le immagini in bianco e nero sono più calde di
quelle a colori): quando dobbiamo confidare un segreto preferiamo farlo
in penombra, in un “setting notturno”. Nell’oscurità i contorni delle immagini si sfumano, si smussano i confini e questo ambiente ci protegge e ci fa sentire più vicini. Tradotto in una prospettiva di educazione a distanza, può essere importante valorizzare la radio (in diretta), il podcast (una registrazione che si ascolta in differita), ma anche semplicemente rivalutare la “vecchia” telefonata, a tu per tu, “solo” voce.

A questo proposito possedere un microfono discreto può essere importante, più della risoluzione del video. Se vogliamo fare un salto di qualità tecnica, ecco un buon investimento: microfoni adeguati, direzionali se servono per portare una singola voce, ambientali e panoramici se devono restituire più voci e suoni. Anche con un computer portatile un microfono usb esterno può fare la differenza fra una sessione disturbata e disturbante e un’esperienza più gradevole.

Relazionarsi con elasticità, e se serve trasgredire, le aspettative istituzionali

Marta Milani nel suo racconto sulla re-invenzione a distanza dei corsi
di italiano L2 (Clinamen: italiano senza confino) ricorda che il fatto
di essere all’esterno di un quadro istituzionale determini per loro “una
situazione fortemente privilegiata”. Non possono certo dire lo stesso
gli insegnanti della scuola: l’istituzione non transige al rispetto del
programma, e, anche ai tempi di diretta in videochat, rimane aggrappata alle classiche modalità valutative, rigidamente programmate, quantificate.

I vincoli che attanagliano chi è costretto a fare formazione a distanza
però possono però essere anche auto-imposti: non pochi formatori ed
educatori si sentono responsabili della replicazione di modelli più o
meno calati dall’alto tanto che faticano a fare un passo indietro
rispetto a quelli, anche nelle situazioni di emergenza.

Per una formazione a distanza il più possibile funzionale, è invece
spesso imprescindibile la trasgressione a questi vincoli, esterni e/o
autoindotti, e prendere le distanze dal «dover fare» e re-impostare le
proprie coordinate.
Sono diversi i tempi di lavoro in situazione
sincrona (condivisione delle stesso spazio-tempo e focus di
attenzione), la condizione emotiva, la possibilità di utilizzare
strumenti didattici; quindi anche gli obiettivi e le priorità devono
essere diversi.

La macchina burocratica impone 5 ore al giorno di formazione in videochat ma lo ritenete una follia? Connettetevi, lasciate aperto e il log e poi inventate modalità di lavoro alternative, come riportato nei paragrafi appena precedenti.

Non vuol dire che si debba per forza «puntare in basso» rispetto i contenuti ma re-impostare sì, anche senza chiedere il permesso. Dobbiamo ripartire
dall’essenziale, da quello che maggiormente puoi dare alle persone verso
cui hai responsabilità educative, al di là di quanto scritto
precedentemente sulla carta. Se vogliamo creare dobbiamo agire veloci,
anche un po’ da clandestini svicolando tra le griglie dell’istituzione,
e delle nostre rigidità.

Utilizzare il più possibile F/LOSS (Free/Libre Open Source Software)

Le piattaforme e gli strumenti digitali non sono tutti uguali. Quelli
che prediligiamo sono spesso leggeri, poco esosi in termini di
risorse; sono molteplici, perché tendono a far bene una cosa sola e
non a proporsi come soluzione unica per qualsiasi necessità; spesso non
ci chiedono nessun login e nessuna password
, e quando accade sappiamo
dove stiamo entrando, a casa di chi siamo quando accediamo a un
determinato servizio; non raccolgono dati e metadati dalle nostre
attività per profilarci e propinarci pubblicità e prodotti personalizzati.

Nel libro «Formare a distanza» ritornano spesso citati NextcloudJitsiEtherpad, ma ne esistono tanti altri. Sono F/LOSS, cioè programmi che si possono modificare per contribuire ad ampliare le libertà personali e collettivi attraverso il digitale. Di certo non sono gratis: costano tempo ed energia per imparare ad averci a che fare, talvolta denaro se non siamo capaci di gestirli da soli. Perché se il software è gratuito, la merce
siamo noi
, con le nostri gusti, le nostre abitudini, le nostre relazioni.

Questo è tanto più vero per le piattaforme di e-learning: come spiega
Graffio (nella sezione Didattica dello stesso testo, questo il link), il metodo di insegnamento viene piegato dalle piattaforme proprietarie, proprio perché non sono strumenti neutri al nostro servizio, ma portatrici di interessi economici in primo luogo.
Per non parlare del fatto che, se immagazzinano dati personali degli
utenti negli Stati Uniti, non rispettano la legislazione vigente in
tutta Europa in fatto di privacy (GDPR), come dichiarato dalla Corte di
giustizia europea.

Una provocazione per chiudere: Formazione a distanza senza il digitale?

Chiudiamo questa “introduzione” con una provocazione: è possibile fare
formazione a distanza senza il digitale?

inviare materiale didattico attraverso qualche amico volatile?

Alcuni docenti, quando le scuole sono state chiuse a fine febbraio ma
non era ancora scattato il lockdown, hanno fatto il giro delle
abitazioni dei loro studenti per portagli “pacchi” con il materiale per
il lavoro a distanza, o lettere per comunicare la propria vicinanza e
dare qualche consiglio su come vivere quel momento difficile.

Con questa suggestione non vogliamo sicuramente sminuire il ruolo
fondamentale che il digitale ha avuto e sta avendo in un periodo così
difficile. Vogliamo solo ricordare che il digitale non deve annullare la
nostra saggezza e creatività analogica, è una presenza (spesso utile) in
un mondo che è molto di più. Per noi essere hacker è proprio questo,
saperci porre con le macchine in modo creativo senza esserne usati,
senza che divenga il quadrato di gioco totalizzante che soffoca la
nostra generatività.

questo articolo, scritto con CARLO MILANI, è un estratto dal libro formare a distanza scritto con il gruppo di ricerca C.I.R.C.E. Qui (come in giro su questo blog) si trovano altri estratti.

Quando la trap diventa spazio di incontro generativo

Quale presente? Quale futuro? La musica più indigesta degli adolescenti apre a inaspettate riflessioni

Avevo raccontato ai ragazzi la storia dell’hip-hop attraverso video musicali, era stata una lezione seguita con attenzione. Sebbene si ragionasse principalmente sulla dimensione musicale e storica, avevo come sempre anche portato qualcosa di me, sottolineando quanto alcune canzoni mi avevano segnato, avevano contribuito a dare senso al mio percorso di adolescente, mi avevano dato conforto e voglia di reagire.

Lorenzo, forse proprio ispirato da questi miei frammenti autobiografici, ad un certo punto si alza ed esclama “ce l’ho io un video!” e propone di guardare quello che, secondo lui, non si poteva perdere se si voleva parlare rap «che conta»: 6 A.M. del produttore hip-hop Night Skinny.

Sebbene sapessi bene chi fosse l’artista – avevo avuto modo anche di conoscerlo personalmente perchè aveva prodotto i beats per il mio amico (e grande rapper, e insegnante, e educatore…) Andrea “Mastino” – quel video me l’ero proprio perso.

La parte strumentale è opera dello stesso Night Skinny, mentre quella vocale affidata a Izi e Gue Pequeno; due personaggi, in particolare l’ultimo, su cui ho sempre avuto molte resistenze dati i clichè di cui si compongono spesso le sue canzoni.

Avevamo però un pò di tempo e dico ok a Lorenzo.
I venti minuti successivi sono stati un momento davvero stimolante di riflessione non solo sul rap e la trap, ma in generale sui vissuti degli adolescenti attuali, e sul mondo in cui viviamo.

Guardiamo allora il video insieme, è davvero fatto bene, è realizzato completamente in animazione; per 4 minuti rimaniamo in silenzio e lasciamo che le immagini animate evocative che ci scorrano davanti agli occhi.

Vi consiglio di guardarlo anche voi, poi andate avanti a leggere

Al termine chiedo ai ragazzi di provare a scegliere un’immagine, un fotogramma che gli risuona particolarmente, che sentono come significativo (in genere questa semplice consegna è un buon punto di partenza per lavorare in modo riflessivo ed esperienziale su uno stimolo video).

L’infanzia serena

La prima scena che evidenziano, e sui cui convergono in molti, sono le 7 sfere del drago. Io, che per motivi generazionali, Dragon Ball andrò a guardarmelo solo dopo quel giorno (chiedo scusa al mondo…), non le avevo neanche riconosciute. Mi spiegano che nell’anime ci sono queste 7 sfere (da cui il nome della serie) sparse per il mondo. Chi riesce a trovarle tutte può esprimere un desiderio al drago (che compare anche nel video nel fotogramma successivo) che lo esaudirà. Una volta esaudito le sfere si ridistribuiscono immediatamente in diversi luoghi remoti del pianeta (non pensavo che un lavoro a tema hip-hop ci avrebbe anzitutto portato così in fretta sui lidi della pedagogia nerd).

I ragazzi spiegano che questa scena è importante per loro perché nella vita i desideri sono imprescindibili, ed è stupendo quando si realizzano.
Dopo questa prima dichiarazione parte un momento reverie: si accavallano i ricordi di quando erano bambini, il tempo dell’innocenza in cui erano convinti che il mondo fosse bello e la vita pronta ad esaudire i propri desideri. Collegano questi pensieri ad altre immagini presenti nel video, quelle dello scooter e del Nokia 3310, rievocando il periodo pre-smartphone, evocandolo come il tempo storico dell’autenticità, prima che, sostengono, l’avvento del digitale e dei social network rendesse tutto finto.

La sensazione da accogliere di un futuro minaccioso

E’ interessante come i ragazzi abbiano sottolineato per l’esistenza per loro di due passati mitici: quello dell’infanzia e quello storico, datato quest’ultimo solo un decennio prima, un’ «epoca dell’oro» vista come molto diversa da quella attuale.
I ragazzi oggi spesso associano al tempo presente la perdita di autenticità, e hanno uno sguardo negativo verso il futuro. Se vogliamo capire gli adolescenti di oggi è fondamentale avere la consapevolezza di questo loro vissuto, senza sminuirlo. Si sottolinea come “il mito del progresso” – ancora fortemente radicato nell’immaginario di molti adulti – nelle nuove generazioni sia sempre più labile, se non, come in questo caso, abbia cambiato di segno. La storia non viaggia più in modo lineare verso «il meglio», lo sviluppo tecnologico non è più garanzia di benessere presente e futuro per l’uomo. Un tema che come vedremo, sarà al centro di molte riflessioni stimolate da questo video.

LASCIARSI ANDARE

Interrompo lo scambio di ricordi e nostalgie per i tempi passati e chiedo se qualcuno voleva portare un’altra immagine tratta dal video.
L’insetto morto con intorno le pastiglie! dice Laura. Anche qui in molti annuiscono. Laura dice che da un’idea “di schifo”, di trasandatezza, “come quando una persona lascia andare tutto, perché non ha motivi per vivere“. Racconta che ci sono stati e ci sono tutt’ora momenti vissuti così, e che succede a tanti, l’ha visto anche in amici e parenti. Gli altri annuiscono.
Emerge il tema delle sostanze, di come le utilizzino come un lenitivo, “una sorta di medicina che non ti fa pensare, ti anestetizza ma ti riduce ma poi ti fa diventare apatico“. Un’immagine molto lontana da quella “cool” associata alle droghe che la maggior parte delle volte presentano quando ne parlano. Mi colpisce, si aprono preziosi spiragli di autenticità, da gestire con delicatezza.
Ecco un altro elemento sempre caratterizzante gli adolescenti oggi: le sostanze, più che strumento conviviale di trasgressione, o per farsi viaggi «oltre le porte della percezione», sono sempre più utilizzate come anestetico, come un farmaco ansiolitico, e magari consumate in solitudine.

QUANDO MORIREMO? QUANTO TEMPO MANCA?

La terza immagine che emerge dal gruppo è il fantasma che balla in una piazza Duomo di Milano in rovina, in un efficace remix visivo di Betty Boop Snow White di Max Fleischer.
Ritorna ancora il parallelismo tra la decadenza individuale a quella storico-sociale. “La civiltà sta finendo in fondo al mare” dice Lorenzo!

Quando moriremo?” si chiede Luca “E per cosa? Sarà per il riscaldamento globale, per le guerre… Quanto tempo manca?
La domanda riverbera tra i ragazzi quando Lorenzo incalza: “La verità in questo video è quando si vede la pantera sulla Lamborghini distrutta: la natura è più importante della ricchezza, alla fine vincerà la natura, la ricchezza dura poco, vale poco

L’immagine è davvero forte, e in un attimo stravolge tutti gli stereotipi monodimensionali della trap e della lettura spesso superficiale che ne fanno gli adulti.
Un anno prima aveva riscosso grande successo la canzone «Lamborghini» di Guè Pequeno insieme a Sfera Ebbasta, lo stesso che canta una delle due strofe del pezzo su cui stiamo riflettendo.
In quella canzone, uno degli inni della trap tricolore, Guè dichiarava: “oggi mi sposo con i money, i soldi per me sono dio”. In 6.A.M. invece la stessa Lamborghini è andata a schiantarsi, e una pantera nera cammina sopra la carcassa.

Il doppio sogno

Proponendo qualche tempo dopo ad un gruppo di educatori il video «Lamborghini» insieme a «6 a.m.», proprio per discutere di questi temi, è emersa una riflessione molto interessante. Un collega ha condiviso come, posto di fronte a questi due stimoli, gli fosse parso di aver assistito ad un «doppio sogno».
Lamborghini, di Gue Pequeno e Sfera Ebbasta rappresenta la dimensione diurna, racconta la superficie, rappresenta la narrazione che spesso (con nostro disappunto) ci restituiscono i ragazzi.
Il video di 6.a.m. è invece la sua controparte notturna, il sogno, o meglio l’incubo, che rappresenta l’indicibile, la voragine, ciò che (anche dalla trap) si percpisce ma non è confidabile nemmeno a se stessi, pena la destabilizzazione (qualcosa che forse ha a che fare con il concetto lacaniano di reale?).

Il giorno è «la narrazione della trap»: ciò che conta nella vita è il denaro, il sesso predatorio, essere vincenti senza scrupoli, «farcela» in modo da essere ammirati e temuti. E’ il copione “diurno” che si dispiega nei discorsi in gruppo dei ragazzi: “è così la vita fra..” ci dicono, quando proviamo ad obiettare.

Il video 6 a.m. apre invece ci dice cosa c’è sotto a questo racconto: sappiamo inconsciamente che tutto ciò non ci porterà a essere felici, a stare bene, è solo il gioco che ci sentiamo obbligati a giocare. In realtà questo ci può portare all’annientamento, nostro e del pianeta.
Ci dice anche che i ragazzi (e molti tra gli artisti stessi), più o meno consapevolmente, lo avvertono, e lo soffrono.
Al di là infatti di 6.A.M. in cui questo «svelamento» è molto esplicito, in diverse canzoni trap troviamo un verso, nascosto da qualche parte nel testo, in cui si riconosce l’illusorietà di tutto questo immaginario, la consapevolezza della dimensione distruttiva di questo racconto a cui, si dice, non ci sono alternative (e quindi tanto vale abbracciarlo, ed esaltarlo).

La trap come volto senza veli del racconto della nostra società

Noi adulti spesso ci poniamo nei confronti di questa iconografia, in modo scandalizzato e moralistico, con l’urgenza di allontanare i ragazzi da rappresentazioni cariche di dis-valori. Forse però molti di questi elementi negativi – il mito del successo personale, l’individualismo, l’esaltazione del lavoro che conferisce status, denaro e potere – sono semplicemente la narrazione prevalente della società che abitiamo, non della trap, una narrazione che in certi suoi elementi talvolta anche la scuola e i servizi educativi strizzano l’occhio. I testi di cui parliamo hanno solo il pregio/difetto di estremizzare tutto ciò, di amplificarlo, di presentare esplicitamente il suo vero volto, che è rivoltante, ce lo mostrano come «il pasto nudo sulla forchetta», come direbbe William Borroughs.
E se fosse proprio «stare», esplorare questa realtà insieme senza aver paura di reggerne lo sguardo, un punto di partenza per affrontarlo educativamente? Può essere utile esplicitare anche le nostre fragilità e senso di impotenza, invece che subito invitare a «pensare positivo»? 

LA DONNA CHE PIANGE

Tornando al lavoro in aula, a questo punto sembrava che di riflessioni ne fossero emerse già tante e molto significative e che si poteva andare verso la conclusione, quando ancora Lorenzo, con il solito tono di chi la sa lunga, alza la mano: “si, va bene tutto questo, ma c’è un’immagine che è più importante di tutte le altre, e non è nel video: è la copertina della canzone”
La cosa mi incuriosisce molto, la cerco in rete, la trovo facilmente e la proietto.

Rappresenta una donna, ben truccata, con una sigaretta tra le dita; strani segni dagli occhi le attraversano le guance, lacrime stilizzate.

Decido allora di utilizzare la tecnica dell’ “esplosione della storia”: quando stiamo lavorando su un’immagine o un video in cui c’è qualche personaggio che colpisce in modo particolare, ma di cui si hanno poche informazioni, un buono strumento per facilitare l’approfondimento riflessivo è quello di provare a narrare la sua storia, inventandola a partire dalle proprie risonanze.
Chiedo allora a Lorenzo di raccontarmi, attraverso la sua immaginazione, chi è quella donna.

Lorenzo inizia senza esitazioni a «illuminarci»: “Si capisce che quella che sta fumando non è una sigaretta normale. Vedi quei puntini? È cocaina. È un’immagine perfetta per le sei di mattina: lei è andata a ballare, si è fatta di ogni cosa, ha appena scopato con uno sconosciuto. Ora piange perché ha paura di essere rimasta incinta”

IL PRESCELTO CI SALVERA’

Mi colpisce la sicurezza con cui Lorenzo racconta la storia. Un pò per stimolare la riflessione, un pò perchè io personalmente curioso, gli chiedo se è davvero incinta, e se in caso terrà il bambino:
“Si, è incinta e questo bambino nascerà”
“E ci sai dire qualcosa di questa creatura?”
“Il figlio che nascerà sarà un illuminato: non porterà le colpe della madre e salverà il mondo, dichiara il ragazzo con perfetto tono da profeta”

Finisce così la storia e finisce il tempo che avevamo a disposizione.

UNO SPAZIO DI AUTENTICITA’ DA ATTRAVERSARE CON SENSIBILITA’

Questo video ha aperto uno spazio di riflessione davvero ampio, per loro, per me.
E’ stato occasione di dialogo autentico tra noi, il video è stato l’oggetto mediatore che lo ha reso possibile, ogni volta che questo accade penso quanto sia importante prendersi del tempo per questo tipo di attività, e quanto sia importante sospendere il giudizio e lasciarsi attraversare e magari sorprendere.

I ragazzi attraverso le immagini hanno raccontato momenti sereni della loro infanzia, e hanno tematizzato il disincanto per il progresso e il timore per il futuro, il fatto che nella loro esperienza che non possiamo liquidare con facilità, oltre il ricordo malinconico del passato (biografico e storico), restano solo due alternative: seguire le parole d’ordine imperanti nella società fino al baratro, facendo finta che questa menzogna sia vera, oppure riconoscerne la tragicità, ma ammettendo allo stesso tempo anche la propria impotenza.

E IL FUTURO?

In tutto ciò però il futuro non è completamente scomparso, c’è ancora spazio per essere citato dai ragazzi, ma è una luce in lontananza, una speranza ancora viva ma non ritenuta a portata di mano. Il futuro più vicino è invece un futuro-catastrofe, una catastrofe che però è in qualche modo catartica, è l’unica cosa che può rimettere le cose al loro posto: la pantera che cammina sulla Lamborghini distrutta, in un panorama in cui l’uomo non si vede più, forse si è estinto, o forse è rifugiato e ha voglia di ri-inventarsi in un modo realmente e radicalmente diverso.

Molti adolescenti di oggi (certo non tutti) sentono che la loro generazione è già politicamente persa, già troppo invischiata in logiche mortifere, troppo deboli i legami e troppo in loop vittima di algoritmi efficacissimi.
La speranza allora è che sarà qualcun altro a portare il nuovo (interessante notare come il cambiamento non sia concepito come risultato di una lotta collettiva ma dell’intervento di un singolo salvatore, «il prescelto»).

I più giovani, soprattutto quelli più sensibili, portano il peso di un’impotenza che non va minimizzata, ridimensionata, “basta lottare tutti insieme, cosa ci vuole? vuoi nuove generazioni siete dei rammolliti, guarda ai nostri tempi!“. Per quanto controintuitivo forse è importante imparare a sostare anche noi in questo senso di impotenza che caratterizza la nostra epoca, che per molti versi è un pò anche nostro, ma non abbiamo il coraggio di ammetterlo (noi ce la caviamo dicendo che tocca a loro, che noi siamo troppo occupati, rivelando la nostra essenza di cronofrettici, usando il bel neologismo di Vincenza Pellegrino). Forse abbiamo proprio bisogno di tempo, per ascoltare la sofferenza della frenesia e dell’impotenza, e poi cominciare a tessere alleanze, ricreare nuove comunità con nuove parole d’ordine, provare a inventare nuovi racconti. E forse dobbiamo farlo con loro, incontrandoci in modo autentico senza giudicarci, come è accaduto quella mattina a scuola, a partire da un video trap.

Gli adolescenti cercano spazi di vuoto e intensità (a ritmo di blues)

Dal soggetto di un video musicale scritto in modalità partecipativa emerge il desiderio di rallentare e di incontro autentico (ora più che mai)

Ecco fuori dal cassetto il racconto di un’attività fatta con i ragazzi in tempi “pre-covid”, ma che non perde oggi la sua attualità, anzi. In un’epoca di legami deboli e di iperstimolazione, che con la pandemia si sono trasformati in isolamento e sovraesposizione ai dispositivi digitali, i ragazzi cercano spazi dove il ritmo rallenta, e alla base c’è la qualità della relazione. 
E noi educatori/formatori/insegnanti come ci poniamo?

L’idea di Filippo Corbetta, regista e amico, era semplice e forte: raccontare nel videoclip a cui stava lavorando la fuga di due ragazze adolescenti dalle aziende in cui erano in stage. Una sorta di Thelma e Luise dei giorni nostri: la prima ruba il furgone dell’azienda in cui è ospitata, va a recuperare la seconda che – all’inizio un pò titubante – sale a bordo, e insieme fuggono via.

La questione centrale per la stesura del copione era a questo punto capire dove sarebbero potute andare. Filippo aveva qualche idea ma era convinto che chiedere direttamente ad adolescenti della stessa età delle protagoniste sarebbe stato molto interessante e più realistico.
Concordiamo allora una data in cui sarebbe venuto a trovarci all’Anno Unico per discuterne con i ragazzi.

OGNI INCONTRO E’ PREZIOSO

Il giovane regista si siede così tra di noi in classe un giovedì mattina.
Prima di entrare nel vivo dell’argomento decidiamo, come sempre accade quando abbiamo ospiti, di chiedergli di raccontarci la sua storia. In un mondo difficile da decodificare come il nostro ascoltare storie di vita, soprattutto di chi non ha molti anni più dei ragazzi, è sempre preziosissimo. In particolare era interessante ascoltare la storia di una persona che per passione ha scelto la professione di filmmaker, consapevole della difficoltà di portare avanti il proprio progetto. Gli stimoli di riflessione emersi in poco tempo sono stati moltissimi: cosa vuol dire vivere di “arte”, la precarietà, le soddisfazioni, i compromessi, i momenti di sconforto, i viaggi, la necessità di imparare a mediare tra le richieste del committente e la propria ricerca artistica e tanto altro.

ALLA RICERCA DI IDEE PER IL VIDEO

Chiusa questa parte abbiamo avviato il “focus group” per la raccolta di idee per la sceneggiatura del video. I ragazzi all’inizio erano un pò reticenti, come è giusto quando si incontra una persona nuova, in breve tempo però la discussione si è animata.

La domanda di partenza è quindi stata “dove andresti con una tua amica/o se aveste un furgone a vostra disposizione?”

Se qualcuno tra i lettori ha immaginato che i ragazzi avrebbero risposto “a fare shopping”, “a divertirsi, a spaccarsi!” non conosce bene i “nuovi” adolescenti. Certo, tra le tante idee all’inizio sono emerse anche questo tipo di proposte, ma quella che infine ha prevalso è stata ben diversa.

ALLA RICERCA DI SPAZI DI VUOTO E INCONTRO

Quello che maggiormente emerge dai suggerimenti dei ragazzi non è stata una meta ricca di stimoli, di rumore, di persone, ma uno spazio di tranquillità, di intimità, di vuoto:

In riva al mare la sera!
in una fabbrica abbandonata!
a parlare,
a fumare una sigaretta con calma… al tramonto…

 ci dicono

si è imposta la ricerca di uno spazio sereno, “notturno”, al riparo dalla frenesia del quotidiano.
Passa quindi l’idea della fabbrica abbandonata.

OGNI POSTO TRANQUILLO NON E’ MAI TRANQUILLO

Barbara prima si lascia cullare dall’idea che i protagonisti guadagnino la propria tanto ambita tranquillità, ma poi rimane pensierosa; rialza lo sguardo dicendo agli altri che nella realtà non si può mai stare tranquilli, c’è sempre qualcuno che mette i bastoni tra le ruote. Propone allora che ad un certo punto spuntino fuori dei bulli, maschioni seducenti, che si riveleranno poi personaggi senza scrupoli che cercavano solo di “divertirsi” con le due ragazze. Ribadisce che questo è un mondo dove le persone sono false e non ci si può fidare di nessuno, ognuno segue il suo interesse, che le ragazze vengono cercate solo se “la danno”. Gli altri, in particolare le ragazze, annuiscono, è un momento importante di solidarietà femminile, e un chiaro messaggio ai maschi.
Insieme propongono a Pippo che nel video le ragazze trovano la forza di dire “NO”, allontanare gli aggressori e ritrovare la loro pace. Una proposta scenica che, recitata nel video, avrà una certa forza simbolica.

… E NE E’ NATO UN VIDEO DAVVERO BELLO

I suggerimenti dei ragazzi, filtrati e ri-interpretati dalla sensibilità e dalla capacità tecnica del regista (nonchè dalla bravura delle attrici) hanno portato alla creazione di un video veramente bello, che ha anche vinto diversi premi. Lo potete vedere qui sotto.
Quando è uscito, diverso tempo dopo la mattinata appena raccontata, lo abbiamo visto insieme in classe, rievocando le nostre riflessioni, integrando con nuovi spunti dati dalla visione.
In un ottica freiriana si è trattato di interrogarsi, “problematizzare” a partire da un determinato tema che risuona nel gruppo e “codificarle” in un prodotto artistico che aiuti a portare ulteriori elementi inediti di riflessione.

Per noi formatori è stato sicuramente un tassello in più per conoscere meglio i nostri ragazzi, questi adolescenti della generazione sovrastimolata, dell’individualismo estremo (dell’isolamento…), che come desiderio hanno spazi di vuoto, di serenità, di incontro intimo e autentico.


Qui trovate tante altre cose interessanti sul suo lavoro di Filippo Corbetta

Imparare a tremare

Non voglio imparare a non aver paura, voglio imparare a tremare
Non voglio pacificare tutto,
voglio esplorare la realtà anche quando fa male

Questi sono gli stendardi realizzati nello Spazio Donna Zen gestito dall’associazione Handala, esposti al palazzo delle Aquile di Palermo, nel contesto delle azioni organizzate per la giornata del 25 novembre 2020 dal movimento “Non una di meno”.
Non riesco ad aggiungere parole. In questa poesia di Livia Chandra Candiani c’è tutto. Un manifesto esistenziale, pedagogico, radicalmente contro-culturale per la nostra epoca. In fondo, dopo le immagini, trovate il testo completo.

Imparare a tremare

Non voglio imparare a non aver paura,
voglio imparare a tremare
Non voglio imparare a tacere,
voglio assaporare il silenzio da cui ogni parola vera nasce.
Non voglio imparare a non arrabbiarmi,
voglio sentire il fuoco,
circondarlo di trasparenza che illumini quello che gli altri mi stanno facendo e quello che posso fare io.
Non voglio accettare, voglio accogliere e rispondere.
Non voglio essere buona, voglio essere sveglia.
Non voglio fare male, voglio dire:
mi stai facendo male, smettila.
Non voglio diventare migliore,
voglio sorridere al mio peggio.
Non voglio essere un’altra,
voglio adottarmi tutta intera
Non voglio pacificare tutto,
voglio esplorare la realtà anche quando fa male,
voglio la verità di me
Non voglio insegnare,
voglio accompagnare.
Non è che voglio così, è che non posso fare altro.

[Chandra Livia Candiani, Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione, Torino, Einaudi 2018]

E’ tempo di pedagogia nerd!

Educatori e insegnanti gamers, geeks, otaku, viaggiatori dell’immaginario, sognatori introversi unitevi! Le vostre competenze sono preziose, oggi più che mai

La cosiddetta cultura nerd fa riferimento ad una realtà complessa e talvolta controversa, che spesso si associa ai ragazzi meno “cool”: a volte introversi, facile bersaglio dei “fighi della scuola”, avete presente i ragazzini protagonisti di Stranger Things?
In questo articolo spiegherò perchè sono convinto che, nella società dell’utilitarismo, del rumore e dell’apparire, questo universo possa portare un contributo da non sottovalutare nei nostri ambiti di lavoro, se approcciato da un prospettiva di educazione critica. Un valore ancora più importante oggi, quando questi mondi sono uno dei pochi ambiti di “resistenza” e crescita per adolescenti in condizione di ritiro sociale.

Non è una novità

Una pedagogia nerd in realtà esiste già da molto tempo, anche se forse non si è mai utilizzato un nome per riunirne riflessioni e pratiche. E’ promossa da lungimiranti educatori, insegnanti, animatori sociali (magari anche tu che leggi) che sanno cogliere il valore di crescita e di mediazione con il mondo di fumetti, serie tv, ambienti fantastici, o che nei propri contesti animativi e di cura propongono giochi di ruolo, scrittura immaginativa che apre sguardi nuovi, attività basate su originali approcci ai videogame e al mondo digitale.
Dare un nome a tutto ciò non è detto che sia così importante, contribuire valore e contribuire al suo sviluppo sicuramente si. Il “Manifesto della pedagogia nerd” che segue è allora solo un gioco, il tentativo di rilanciare questa ricchezza e aprire spazi di confronto.

MANIFESTO DELLA PEDAGOGIA NERD

1- Valorizzare la produzione culturale degli universi nerd

E’ necessario valorizzare in un’ottica pedagogica la produzione culturale e alle pratiche legate ai cosiddetti universi “nerd”: romanzi fantastici (speculative fiction, fantascienza, weird…), fan fiction, anime, manga, supereroi, giochi di ruolo, videogames, quali risorse di riflessione su sé stessi e sul mondo, strumenti di apprendimento e di crescita. Sollecitare e supportare la conoscenza base di questi fenomeni culturali da parte di insegnanti, educatori e genitori, per aprire piani di comunicazione con i bambini e gli adolescenti che ne sono appassionati, e in generale arricchirsi di una risorsa preziosa per comprendere la contemporaneità.


2- Riscoprire che il gioco e l’immaginazione sono risorse fondamentali di apprendimento non solo per i bambini

E’ necessario valorizzare la pratica del gioco tra cui quello da tavolo, di ruolo, di cosplaying, di immaginazione; riscattarlo dalla convinzione comune che sia solo patrimonio dell’infanzia (mentre quasi solo lo sport sia riconosciuto come attività ludica degna di essere praticata da giovani e adulti).

3- Valorizzare gli educatori, gli insegnanti, i formatori nerd

Con il passare degli anni incontriamo sempre più educatori e formatori che in modi diversi si possono iscrivere al grande universo “nerd”. E’ fondamentale valorizzare le loro competenze in tal senso, conferire loro dignità e sostenerli nello sviluppare pratiche generative nel lavoro educativo e formativo. E’ importante inoltre valorizzare la figura di educatori riservati, introversi, in opposizione al mito, in particolare in ambito maschile, dell’ “animatore-maschio-alfa”.

4- Sviluppare la progettazione e sperimentazione di attività didattiche ispirate o focalizzate all’immaginario nerd.

E’ necessario progettare e portare in contesti di apprendimento formali e non-formali attività ispirate ai mondi fantastici, al gioco di ruolo, a tutto ciò che del vasto contesto culturale nerd può essere utile per creare attivazioni generative, senza snaturarne il valore originale.

5- L’attitudine nerd: essere introversi, riflessivi, non è un difetto ma un valore.

E’ necessario valorizzare l’attitudine, il modo di apprendere e di relazionarsi con il mondo delle persone meno estroverse; individui che possiedono spesso mondi interiori, capacità riflessive e doti immaginative particolarmente sviluppati. Dobbiamo portare alla luce la realtà che essere timidi non è un difetto, che ci sono modalità di socializzazione differenti rispetto a quelle rumorose delle feste, degli aperitivi, del ballo; che il silenzio è un valore, che la solitudine, se vissuta serenamente, non è per forza un problema (n.b.: non vogliamo qui avvallare l’equazione nerd=introverso, ma sottolineare quanto l’universo nerd rivaluti questa condizione).

6- Riscoprire il valore dell’inutile in contrasto alla società della prestazione

E’ fondamentale riscoprire l’importanza pedagogica, sociale e politica di ritagliare spazi nella propri vita dedicati ad attività che non hanno un fine utilitaristico, alla perdita di tempo. Si tratta di esperienze contro-culturali fondamentali a contrastare l’attuale società della prestazione e dell’utilitarismo.

7 Creare spazi generativi in cui sia valorizzato il potenziale contro-culturale dell’universo nerd, ridimensionandone la parte consumistica

L’universo nerd è (come, ahimè, gran parte delle sottoculture) colonizzata dal mercato (dalle grandi produzioni hollywoodiane ad ogni tipo di gadget legati a produzioni audiovisive, fumetti, libri). La Pedagogia Nerd mira a contrastare il predominio della sfera commerciale tornando invece a valorizzare le potenzialità del gioco e degli universi immaginari come strumenti di “visione” e di cambiamento sociale da sempre insiti in tali pratiche. La strada è quella di privilegiare la dimensione di autoproduzione e autorganizzazione (DIY) e di fiction speculativa (immaginazione, fantasy e fantascienza come strumento di riflessione critica sul mondo).

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Tornando a lavorare con i ragazzi: appunti poetici

Una poesia collettiva per prenderci cura di noi che di lavoro ci prendiamo cura. Dare forma in versi ai vissuti della ripartenza

Il testo che segue lo abbiamo scritto durante un laboratorio on line di formazione formatori (do you know AlieniOnLine?…), riflettendo sulle potenzialità della poesia nel lavoro a distanza con gli adolescenti.

Nasce come esercitazione, come gioco leggero per esploratori di nuove possibilità.

un pad, un foglio di testo open source, etico e sottile, e le nostre parole

Rileggendolo ho pensato che fosse importante pubblicarlo.
In mezzo a tutto il vociare di questi giorni sui giovani, sulla scuola, sugli insegnanti, sugli educatori, noi operatori in prima linea forse abbiamo più bisogno di silenzio e parole incarnate. Abbiamo bisogno di fare un passo a lato, guardare dentro e guardare oltre, di visioni, di ri-connetterci con noi stessi e tra di noi, prenderci cura di noi.

Se qualcuno vuole ‘sentire’ come stiamo vivendo questi giorni, quelli che seguono sono i nostri appunti in versi. 
Se qualcuno vuole proseguire questa poesia collettiva, ci mandi le sue immagini, le sue visioni, le sue metafore. 

Questa ripartenza – poesia collettiva

Questa ri-partenza è grigio nebbia con fasci di luce
è pongo plasmabile
montagne alte che ti attraggono e ti spaventano
scalpitare allo start con i pesi alle caviglie
sono sereno sapendo che le nuvole sono veloci a coprire il cielo,
e la tempesta torna in fretta
tengo stretto il manubrio di gomma rigida
un ritmo difficile da ballarci sopra
ci sono

Parto giallo cammino scalzo
con i piedi al caldo
non c’è più il deserto in paese
ma la sabbia è rimasta
affondo
lascio tracce
guardo le scie
sento l’umidità della tempesta
sta arrivando?
ruvida
mi riempie occhi e orecchie
di suoni morbidi
di battiti sordi

Settembre in bianco e nero,
una fotografia da ricolorare,
un ritorno lento alla velocità,
un passo verso un futuro meno tracciato,
carico di previsioni
senza un cielo azzurro,
toccando l’incertezza ma con la speranza
che sapremo suonare come un’orchestra.

Lo stridìo assordante della metro.
Quando fa caldo e ci sono i finestrini abbassati
ma qualche bocchettone dell’aria condizionata ancora funziona
e ti congela.
Quello stridìo,
che non sai se la metro resta sui binario deraglia.

la ri-partenza è funambolica….
il tempo arricciato e allungato si snoda perdendo i suoi soliti confini.
Mi sento grigia e gialla a secondo dell’aria che sento.
Vorrei più silenzio e meno folla di rumori superficiali,
più silenzio per sentire e capire

Questa partenza è di un bianco sporco
di plastica dura, un piccolo pezzo di Lego
correre sotto la pioggia
è cumuli, nembi, cirri,
strati da cui arriva un tuono lontano e il grido di un falco

Questa ri-partenza
è un vetro appannato su cui passare le dita e vedere attraverso.
La pioggia ci batte
sopra, appoggi la mano per sentirene le vibrazioni,
trema la mano,
trema il corpo,…..sarò pronto?

Questa ri-partenza
è tinta di un pallido verde come una tenue speranza,
è un legno sospinto a riva dopo un lungo naufragio,
è un vecchia foto di amici che ora si ritrovano cambiati,
è uscire da schemi ripetuti,
è un cielo rosa in un tramonto estivo
vellutato, morbido, che accompagna
un sussurro: “è vita”.

Questa partenza è scricchiolante di foglia
vola nel vento leggero
cadrà?
si alzerà?
la accompagno con lo sguardo
Riparto
verde come quel prato al pascolo
Rimbalzo come una pallina di gomma dentro un oceano dove non tocco.
Questa partenza è rossiccia, il cielo della sera.
È dura e fragile, un righello che si piega.
Le nuvole coprono tutto.
Camminare veloce sui tacchi, e piove.
Tocco il terreno ed è bagnato e caldo,
sento il rumore delle gocce di pioggia che cadono. 

Questa ripartenza
Cangiante e opaca
Un filo sottile,
uno zaino pieno
Saltare da un sasso all’altro, scivolosi, sul torrente
Resto asciutta
Ingannevolmente tiepida, serena a tratti,
con nuvole sospette all’orizzonte
Che possono cambiare fronte
Un prato invitante, una strada in pianura, montagne aspre vicine
Prendere un respiro, allacciare bene le scarpe comode

Questa ripartenza è il tiepido arancio è costanza
è la pista nel deserto, motori rombanti
temporali devastanti
fresco e morbido gelato, da mangiare con le mani
violini ritmati, colpi sferrati, cori vibrati

la mia ripartenza è fluida e malleabile
è magma incandescente
è salita sotto nuvole e vento
è un filo sospeso sopra punti di domanda
è rosso fuoco, ma anche giallo sole
è alternanza tra rulli di tamburi e flauti leggeri
come l’erba morbida e fragile

la (ri)partenzaè a righe bianche e nere
elastico che si tende ma non si spezza
è maionese in creazione, vortice necessario per non impazzire
Questa partenza è giallo intenso come il sole
fuoco che abbaglia e brucia
attrae e fa paura
mi avvicino e mi allontano
cerco ombra e fresco nel caldo torrido
silenzio assordante

Questa ripartenza la voglio giallo sole ma è resistente come l’acciaio…
le nuvole vanno e vengono mentre cammino in salita.
Forse pioverà ma sento il calore di un suono amico in lontananza,
una tromba che suona

La mia ripartenza
fumo negli occhi
la finestra si spalanca e salto fuori
il vento che spazza
in girostare
cercare vie nuove
tra il rumore di fondo
freddo
e il silenzio del tuo sguardo.
Settembre,
è un vivido magenta che incastra il pensiero,
è argilla nelle mani,
è ondeggiare in mezzo al mare,
ed è ventoso,
chiudo gli occhi e  mi lascio cullare da una musica dolce

Questa ripartenza è sfuocata
Intravedo opportunità 
Percepisco timori, paure. 
Allungo la mano
Incontro fumo
Mi faccio strada tra la nebbia 
Avanzo titubante nell’ignoto
Dei giorni che verranno 
Rosso, di Ferrocome una madonna che scavanella pioggia
e sente un colpo
che crea una musica.
Bella Musica!

Questa partenza
è grigio chiaro,
è nuvole che si rincorrono tra spiragli di cielo
è il brusio delle onde, un ritmo sempre pronto a cambiare
so galleggiare,
(ri)imparo a nuotare
La bici cade in un sorriso sbucciato
il solletico dell’erba alta sul palmo
che gira e piove
nel silenzio infranto dall’ape
e l’attesa del suo lavoro d’oro al mattino
con i progetti freschi spalmati di burro

Strutturarsi. Un villaggio digitale nella giungla tossica – Inventare formazione con adolescenti distanti. Parte 5

FASE TRE: LA “STRUTTURAZIONE APERTA”

Passata la fase del lutto e dell’impotenza, passata quella dell’aggancio nei territori del digitale e della prima sperimentazione di nuove pratiche, siamo infine entrati in un’ ipotetica fase tre, che potremmo definire della “strutturazione aperta”.

Dopo più di un mese di sperimentazione, dopo aver testato gli strumenti a cui i nostri ragazzi rispondevano meglio, il loro grado di tenuta, aver ascoltato i loro ritorni, si è potuto andare a definire un piccolo modello, un dispositivo che ha una sua forma specifica, seppur ancora “aperto” passibile di modifiche, anche importanti.

Abbiamo quindi ordinato in modo stabile gli interventi raccontati in queste pagine osando qualche aggiunta (una videolezione di matematica e una di grafica a settimana).

In questo momento quindi la nostra settimana si presenta così:

ogni mercoledì invio delle consegne per un’attività riflessiva, degli esercizi di matematica e inglese

– una chiamata individuale da parte del tutor in cui fare il punto su vissuti personali e questioni scolastiche.

– un appuntamento conviviale di condivisione di gruppo dei nostri vissuti, caratterizzato anche da leggerezza e risate insieme.

una videolezione “pillole di matematica”

– una videolezione “gocce di grafica”

una trasmissione radio settimanale principalmente inerente a temi delle attività riflessive.

Inoltre, a sancire questa “fase della strutturazione” abbiamo fornito ai ragazzi due spazi web di riferimento, uno integrativo di “appoggio” a tutta l’attività proposta, e uno personale, un diario di bordo condiviso solo tra l’allievo e noi.

Ritengo sia importante ad un certo punto sancire una nuova struttura, dare una forma e magari un nome al nuovo “villaggio”. Lo è per sottolineare che quello che abbiamo creato non è una brutta copia di quello che avevamo prima ma è qualcosa di nuovo, con pro e contro, ma con una sua dignità e forse bellezza.

Uno spazio virtuale (accogliente) che sia la casa della scuola on line

Un elemento importante che ha caratterizzato questa fase è la creazione di una sorta di rifugio dell’Anno Unico in quarantena nel cyberspazio. In questo luogo (utilizzando l’applicazione Padlet) i ragazzi possono trovare il calendario, le consegne e i testi dei compiti assegnati per quella settimana, i podcast delle trasmissioni radio, l’archivio dei compiti delle settimane precedenti. Inoltre è presente una sezione che abbiamo chiamato “compiti a buffet”, che contengono ulteriori attività esperienziali (principalmente) ed esercizi legati alle materie di base in modo che, nell’ottica che ognuno segua il proprio bio-ritmo, i ragazzi possano personalizzare il loro programma di lavoro individuale.

La pagina contiene inoltre materiale per ripassare alcuni argomenti delle materie di base (immagini, fogli di testo, videolezioni in un’ottica di flipped classroom) e uno spazio di condivisione di lavori riflessivi svolti dai ragazzi.

Questo spazio, fruibile anche attraverso app mobile, vuole essere anzitutto un punto di approdo per i ragazzi, un luogo ordinato che resiste alla frammentazione e al “rumore” che può generare il mondo digitale.

Una casa bella

Un’attenzione che abbiamo avuto è stata la resa estetica. Ci tenevamo che la casa virtuale dell’Anno Unico potesse essere bella, avesse una sua forza simbolica anche nella cura grafica sempre nell’ottica di coltivare spazi digitali il più possibile “caldi”. Abbiamo quindi scelto la grafica di fondo e soprattutto le immagini. In particolare sono state utilizzate diversi screenshot tratti all’anime “Nausicaa della valle del vento” del regista Hayao Miyazaki, come riferimento simbolico dell’approccio che vogliamo ci animi. In questo lungometraggio animato i personaggi devo stare molto attenti nelle loro azioni e portare sempre maschere antigas perché l’aria è divenuta irrespirabile e la natura ostile. La protagonista Nausicaa è un’adolescente che porta la propria vitalità e desiderio di rapportarsi in modo generativo anche nella “giungla tossica”, tessendo relazioni, inedite alleanze, apprendendo e ponendosi in maniera trasformativa.

Fornire ai ragazzi uno spazio personale un pò zaino, un pò diario, un pò specchio che li mostra crescere.

Oltre alla pagina web ogni allievo ha a disposizione una seconda pagina che, a differenza della prima, è accessibile solo a lui e a noi. Si tratta di uno spazio dove poter raccogliere tutte le attività svolte, ma anche le riflessioni, i pensieri, tutto ciò che può essere importante dal punto di vista della crescita personale e dell’apprendimento che sta avvenendo in questo periodo, elementi magari emersi nei dialoghi settimanali con i tutor.

Questo spazio ha un valore integrativo, aiuta a mettere in ordine quanto conquistato e vissuto durante il viaggio, come metaforico zaino o diario di bordo. Inoltre può divenire anche uno strumento valutativo e soprattutto autovalutativo, strumento riflessivo in cui emergono potenzialità, passi avanti, si registra lo sbocciare di “fiori nel caos”.

La scelta del software

Per realizzare la pagina integrativa e il diario personale abbiamo scelto di utilizzare, come accennato, l’applicazione Padlet; purtroppo abbiamo dovuto accontentarci di un software proprietario e non esattamente rispondente al nostro ideale (è bello pensare che un giorno si possa sviluppare un software open source immaginato appositamente per l’apprendimento esperienziale, pensato da formatori e coder insieme…). Ad ogni modo, tra altre opzioni che abbiamo vagliato era quella che meglio poteva avvicinarsi alle nostre esigenze di base: facilità nell’utilizzo condiviso dell’interfaccia, una certa elasticità nella personalizzazione del layout, la possibilità di incorporare file multimediali ed esporre in modo chiaro molti materiali in un contesto grafico gradevole. Si tratta di una piattaforma spesso usata nelle scuole elementari. Ritengo che per ragionare su un lavoro a distanza per adolescenti e adulti in una prospettiva di lavoro esperienziale può essere molto utile creare sinergia con il lavoro di ricerca dei colleghi che lavorano con i più piccoli,che, per sensibilità pedagogica e necessità dei propri piccoli utenti, sono forse più inclini a sperimentare soluzioni originali che tengano in considerazione anche gli aspetti relazionali ed emotivi.