MASCHERE

Ho incontrato il lavoro con le maschere grazie a due “Mario”: Mario Valzania e Mario Buchbinder. Il contesto era la scuola di Metodi d’Azione (poi “scuola internazionale di psicodramma integrato”), organizzata da Metodi, molto tempo prima di divenire membro di questa società.

Mario Buchbinder a Buenos Aires ha sviluppato un tipo di lavoro psicodrammatico in cui la maschera è l’oggetto mediatore centrale. Un lavoro unico, che mi affascinava e a tratti mi spaventava a causa della sua forza archetipica e simbolica, il potere che aveva di smuovere parti del mondo interiore.

Dai un occhio al sito dell’Instituto de la Mascara di Mario Buchbinder a Buenos Aires

Ho iniziato a collezionare maschere quasi per caso, attratto da questo potere. Ne ho trovate nei mercatini vicino a casa e nei luoghi più lontani in giro per il mondo: Kathmandu, Città del Messico, Tokyo, New York. Non ho mai speso molto per le singole maschere, solo poche volte ho investito qualcosa in più, rapito dal fascino di volti scolpiti nel legno o modellati col cuoio.

Questo sono io

Ho iniziato quindi a introdurre questi oggetti un pò magici nel mio lavoro con gli adolescenti, sviluppando un approccio che sento più vicino al mio stile di conduzione e alle esigenze del lavoro con questa fascia di età, anche allontanandomi talvolta dalla dimensione psico/sociodrammatica

io durante un laboratorio con Mario Buchbinder nel meraviglioso teatro di Longiano (foto di Luca Frontini)

Di seguito riporto un frammento una storica dispensa della scuola di Metodi d’azione, scritto da Mario Valzania:

Nella conduzione di gruppi, con metodologie attive, assume una importanza rilevante l’utilizzo di materiali quali: teli, cuscini, maschere, fotografie, fogli, colori musica ed altri. Il medium o materiale ha essenzialmente le seguenti funzioni:

  • Assolve al compito di “spugna” che assorbe e attutisce le relazioni transferali;
  • Diventa un oggetto transizionale tra conduttore e gruppo, capace di creare un’area intermedia tra realtà esterna e rappresentazioni interne del reale;
  • Facilita lo scambio e allo stesso tempo crea una distanza e protegge;
  • Favorisce la produzione simbolica e fantastica spostando immediatamente l’attività da un piano di realtà a un piano di semirealtà.

Le maschere hanno tra le varie funzioni che le caratterizzano, in particolare, quella di“smascheramento ristrutturante” e quella di “metabolizzazione dell’immagine”: danno forma, rendono presente e concretizzabile l’immagine predominante di un soggetto o l’immagine emergente di un gruppo e facilitano una connessione dinamica e trasformativa con altre immagini. L’intreccio di queste immagini attiva la funzione mitopoietica. I personaggi evocati dalle maschere ispirano una narrazione che è ponte tra il soggettivo e il collettivo, tra opposti apparentemente irriducibili, sono una modalità di conoscenza e comprensione di ciò che è percepito come inafferrabile e informe. C. Lèvi Strauss (“La via delle maschere” pag. 100) scrive: “una maschera non è principalmente ciò che rappresenta, bensì ciò che trasforma, vale a dire ciò che essa sceglie di non rappresentare. Come un mito, una maschera tanto nega quanto afferma, non è fatta solo di quanto dice o crede di dire, ma anche di ciò che esclude”.

La maschera, intesa come l’organo di superficie dell’insieme dei rapporti sociali, diventa vincolo percettivo, si trasforma in opportunità creativa e comunicativa; la metabolizzazione delle “maschere quotidiane” stereotipate ci offre la possibilità di giocare a giochi diversi da quelli abituali, di cambiare gioco, maschera, prospettiva.