Fra teatro e fumetto. Un’attività espressiva per adolescenti che non amano esporsi

Lavorare sull’attivazione del corpo, la relazione, l’espressione di sè con una proposta che possa coinvolgere adolescenti particolarmente introversi, non a loro agio in attività di tipo teatrale.

Le idee in pillole:
1 – Lavorare sull’attivazione del corpo, la relazione, l’espressione di sè con una proposta che possa coinvolgere adolescenti particolarmente introversi e non a loro agio in attività di tipo teatrale.
2 – Proporre ai ragazzi di utilizzare i loro smartphone, con applicazioni semplici e intuitive, per creare narrazioni attraverso le quali esplorare il proprio mondo interiore
3 – Creare occasioni di espressione di sè in cui si garantisce al ragazzo la possibilità di proteggersi dall’esposizione diretta allo sguardo dell’altro, proponendo un’alternativa all’imperativo “mostrati!” della società attuale.

Riferimenti metodologici e ambiti di ispirazione:
Metodologicamente i principali riferimenti si possono ritrovare

– Nello storytelling digitale in una prospettiva di apprendimento esperienziale
– Nello psicodramma moreniano e in particolare il lavoro con la maschera di Mario Buchbinder
L’ideazione della proposta è sicuramente influenzata da pratiche quali il cosplaying, il gioco di ruolo e il LARP (Live action role-playing)


Mettersi in gioco per piccoli step

In genere quando si propone un’attività di tipo teatrale i ragazzi meno a loro agio con la corporeità, più introversi o magari con sintomi di fobia sociale, la risposta è (intuitivamente) un rifiuto. In un’ottica di “pedagogia nerd” una possibilità in questi casi può essere accompagnare a lavorare sugli obiettivi formativi che ci si è proposti (attivazione del corpo nello spazio, espressione del mondo interiore attraverso la fisicità, creazione di relazioni..), ma per piccoli step, dando loro la possibilità di rimanere protetti e mantenersi in un ambiente conosciuto e a loro congeniale (il mondo fantastico).
Quello che segue è un esempio di questo tipo di attività.

Se qualche collega è incuriosito e vuole provare a proporre qualcosa di simile non si scoraggi dall’utilizzo delle maschere (materiale non facile da avere a disposizione). Un lavoro simile si può fare anche realizzandole in cartone (come si vedrà in fondo al post) oppure utilizzando altri espedienti.

La scoperta delle maschere

I tavoli dell’aula dell’Anno Unico erano coperti di tante maschere diverse. Alcune orrorifiche, altre misteriose, altre curiose, altre ancora simpatiche e rasserenanti.
Ogni ragazzo era invitato a prenderne una che gli risuonasse. La consegna era “prendi la maschera che ti chiama.. fatti scegliere da lei..”.
Una volta scelta la proposta era di indossarla ed eventualmente completare il travestimento utilizzando stoffe e mantelli, e aggiungendo altri gadget come bacchette magiche, campanellini, armi in legno.. A loro disposizione c’era uno specchio, o in alternativa per guardarsi potevano utilizzare i loro cellulari in modalità “selfie”.

A questo punto la richiesta era di provare a immaginare chi fosse quella maschera, quale storia avesse, quale missione nel mondo, annotando appunti su un foglio. Ho utilizzato come stimolo una scheda personaggio simile a quella di un gioco di ruolo, o di un videogioco, sottolineando che non era obbligatorio compilarla tutta.

Inventare le storie a gruppi e realizzare i frame fotografici

I ragazzi erano poi invitati a guardarsi intorno, osservare gli altri e unirsi in piccoli gruppi facendo incontrare le maschere che secondo loro avevano “qualcosa da dirsi”.
Compito di ogni gruppo era inventare una storia i cui protagonisti fossero i personaggi nati dall’attivazione precedente.

La storia quindi doveva essere divisa in alcuni frames fotografici: i ragazzi mascherati dovevano mettersi in posa per rappresentare le diverse fasi della narrazione e fotografarsi utilizzando i loro cellulari.

Un editing digitale semplicissimo e dall’effetto immediato

A questo punto, utilizzando due app, Prisma e PicSay, i ragazzi avevano il compito di trasformare le foto in vignette. Prisma è un’applicazione per smarphone che permette di “fumettizzare” qualsiasi immagine. L’utilizzatore può scegliere tra opzioni di filtri diversi, alcune dalla resa grafica davvero efficace. PicSay invece permettere di aggiungere anche fumetti per dare voce ai personaggi (al momento in cui scrivo Prisma dovrebbe essere disponibile per Android e iOS mentre PicSay solo per Android, ma se ne trovano altre simili per iOS).
I ragazzi hanno così editato e realizzato il proprio fumetto, spesso stupendosi della bellezza delle immagini prodotte dall’intersezione tra la tecnologia e la loro sensibilità
I ragazzi che lo desideravano potevano utilizzare un’altra app, VideoShow, per creare uno slideshow di presentazione della storia, con la possibilità di aggiungere musica ed effetti sonori.

Momento riflessivo di condivisione

L’attività si è chiusa proiettando i lavori prodotti. In questa fase il mio compito di conduttore è stato quello di provare ad approfondire i contenuti, chiedendo ai ragazzi di dare un nome ai sentimenti dei personaggi, ai loro pensieri, ai motivi dei loro gesti. In un’ottica di mantenere la “copertura” non chiedo di uscire dalla metafora, di raccontare se gli autori ritrovano qualcosa di quanto raccontato nei loro vissuti personali, a meno che ciò non emerga spontaneamente. L’idea è quella di invitarli ad esplorare il proprio mondo interiore rimanendo ancora protetti dalla metafora.

Creare spazi protetti di convivialità ed espressività

Un’attività di questo genere comprende alcuni elementi tipici del teatro quali la narrazione, la relazione “incarnata” tra personaggi, il corpo come veicolo narrativo, può però essere utilizzata con adolescenti che non parteciperebbero mai ad una classica attività teatrale. In particolare ho scelto in diversi casi di proporla ragazzi che provenivano da una situazione di hikikomori (o ne erano a rischio), o che in generale vivevano disagio nell’esporsi all’altro. I 3 diversi livelli di protezione – la maschera, la mediazione della foto, la fumettizzazione – permettono loro di sentirsi sicuri e quindi facilitano il mettersi in gioco.
I ragazzi si muovono, esplorano gli spazi (le foto potevano essere fatte ovunque nell’edificio, e anche nel cortile), cooperano ad un obiettivo comune, interagiscono (e non è raro sentirli ridere insieme).

I ragazzi si espongono, comunicano rimanendo in uno stato di anonimato, ciò che importa non è il nome e il volto di chi manda il messaggio ma il messaggio stesso. Il prodotto artistico è un’opera collettiva che permette a chi l’ha creata di esprimere elementi importanti di sè, pur non svelando la propria identità.

Approcciare in modo attivo le tecnologie

Le applicazioni che sono state utilizzate contengono pubblicità, acquisti “in app” e le loro funzioni sono creativamente piuttosto limitanti: l’utilizzatore, può scegliere solo tra poche opzioni operative. Sono quindi agli antipodi rispetto al software libero, direzione imprescindibile in una prospettiva di Pedagogia Hacker.
Un’attività di questo permette però, a ragazzi che spesso vivono lo smartphone come oggetto di dipendenza, subendone passivamente la presenza, di cominciare ad invertire la rotta, scoprire che la tecnologia può essere utilizzata in modo attivo, creativo, può permettere loro di generare opere originali a partire dalla propria sensibilità e necessità comunicative.
Inoltre l’inversione di direzione è riscontrabile anche sul fronte dell’esposizione di sè. Mentre nei social network è fondamentale promuovere il proprio volto, la propria immagine, qui al contrario la regola è tenersi nascosti. Chi manda il messaggio è un’identità collettiva, un incontro tra persone che hanno lavorato ad un obiettivo comunicativo e artistico comune che trescende le singole individualità.

Le storie

Tra le storie realizzate da i ragazzi dell’Anno Unico c’è quella che racconta di Iris, un adolescente (con poteri magici) che per punizione è stato intrappolato in una foglia che non appassiva mai. Per questo rimase per anni attaccato ad un ramo, era “diventato un silenzioso osservatore del piccolo mondo che lo circondava e trascorreva le sue giornate pensando ad un modo per liberarsi”, era “centenario ma fisicamente appariva come al giorno in cui era stato intrappolato” (cit. dal testo dell’allievo). Iris cercava di chiedere aiuto ma, per colpa dell’incantesimo, era diventato afono, non emetteva alcun suono
Un giorno però Iris incontrò Peggy, un ragazzo molto solo, che aveva il dono di un udito finissimo. Peggy fu l’unico a riuscire a sentire le grida di aiuto di Iris, lo trovò, salì sull’albero e lo liberò. Dal quel momento naque una bellissima amicizia.

E’ facile uscire di metafora e riconoscere nel vissuto di Iris quello di tanti adolescenti che abbiamo incontrato. Ritengo inoltre che abbia una grande carica poetica, esaltata dalla realizzazione per immagini che pubblico di seguito:

Nella seconda storia che vorrei presentare i contenuti sono invece meno rassicuranti, come accade spesso quando i ragazzi sono liberi di inventare senza l’intromissione dell’adulto. Ad una prima lettura potrà sembrare una storiella banale, ma anche qui possiamo trovare temi che caratterizzano il vissuto degli adolescenti: la fiducia, il tradimento di una persona cara, la rabbia.

La catarsi

Un lavoro di questo genere può attivare un processo di catarsi: il ragazzo, mettendo in scena l’assassinio di colui che lo ha tradito, “scarica” le tensioni negative, prendendo distanza dall’evento traumatico e provando una sensazione di liberazione; la vendetta viene agita nel mondo della rappresentazione scenica (senza conseguenze per la vittima!) ma permettendo al protagonista di esternare e dare forma alla propria sofferenza e rabbia.
L’opportunità, in una fase successiva, di riguardare e commentare il prodotto finito (assistendo alla proiezione della storia realizzata) favorisce ulteriormente la rielaborazione dei vissuti. Si tratta di un processo che ha affinità con l’effetto di “purificazione dalle passioni” che Aristotele attribuiva alla tragedia greca e, in tempi più recenti, che Moreno indica come elemento importante della terapia psicodrammatica.
Ragazzi che sono stati vittima di bullismo o di abbandono hanno potuto rientrare in contatto con il proprio vissuto negativo generando il bello, prendendosi cura di sè e avviando piccole (o grandi) trasformazioni.

La sfida di proporre la stessa attività ad un gruppo di ragazzi più “street”…

Ho provato a proporre questo tipo di lavoro anche alla Crew, il gruppo dell’Anno Unico più “street”, insofferenti ai setting maggiormente strutturati, spesso provenienti da contesti familiari e sociali difficili.
I ragazzi si sono divertiti molto, hanno giocato con le maschere, ne hanno provate diverse a testa ma si è creato un clima di confusione tale che i gruppi (un quartetto e due coppie) non sono riusciti a creare alcuna storia. Sono nate alcune belle immagini, che posto qui sotto, tutte molto violente ed evocative, ma anche quando le abbiamo riviste insieme non siamo riusciti a parlarne, i ragazzi erano distratti, le voci si accavallavano, quando qualcuno provava ad intervenire con argomenti pertinenti gli altri lo interrompevano con battute. In quel momento mi sono fatto molte domande: avrei dovuto dare un consegna differente? Non avrei dovuto proporre questo lavoro ad un gruppo di ragazzi con queste caratteristiche?

Lo spettro

Ad un certo punto però qualcosa succede… proiettata sul muro compare l’immagine qui sotto. Non mi ricordavo nemmeno di averla scattata io quella foto. Era un ritratto di gruppo che alcuni ragazzi mi avevano chiesto per ricordare quel momento:

Luca per primo notò la persona sulla destra, separata dagli altri. Aveva una maschera a specchio, un volto spettrale senza occhi, naso, bocca, solo il riflesso del mondo circostante
Luca si chiese ad alta voce chi fosse quello spettro, come fosse finito lì.
Da quella domanda semplice il clima (magicamente..) cambiò:
Hedi, acuto tirocinante, allargò al gruppo la domanda del compagno, invitando ognuno a proporre la propria teoria. I ragazzi si ascoltavano reciprocamente e rispettavano i turni di parola: “E’ uno spettro solitario”. “E’ triste, non ha amici, è venuto a ricordare che la felicità un giorno finirà”, “E’ una persona che è stata esclusa dal gruppo”… In poco tempo in quell’aula si sono materializzate e condivise alcune tra le paure più forti di questi ragazzi, paure “spettrali” in quanto indicibili, su cui si è potuto aprire un breve ma interessante e intenso spiraglio di riflessione.
Ritengo che questo quarto d’ora abbia dato senso all’intera attività, un piccolo fiore nel caos che in seguito, in sede di colloqui individuali, avrò modo di riprendere in modo più approfondito e generativo con alcuni dei ragazzi presenti.

Autoprodurre le maschere. Il lavoro con un gruppo di ragazzi disabili

Quelle che seguono sono alcune immagini in cui le maschere sono state costruite con il cartone, a testimonianza che non è vincolante possedere un propria collezione. Il lavoro è stato fatto da una collega con un gruppo di ragazzi disabili, all’interno di una lezione di inglese.

Sperimentazione al corso di formazione formatori “Alieni”

Durante il percorso Alieni, strumenti e metodi per il lavoro con i nuovi adolescenti nel seminario dedicato alla cultura nerd e ai ragazzi più isolati, spesso è capitato di proporre questo tipo di attività ai partecipanti (educatori, psicologi, formatori), che si sono sempre prodigati creando immagini e storie molto interessanti.. Ecco qualche loro immagine per concludere.
Questo seminario si svolge all’UESM Casa dei Giochi di Milano, patria nerd di ogni età. Le ultime due foto sono scattate nel suggestivo dungeon per LARP ad imbientazione dracula che si trova sotto l’edificio..

Questa società ci obbliga a mostrarci sempre felici?

I ragazzi riflettono sulla società in cui l’imperativo è “devi divertirti!”

Stavamo lavorando in aula all’Anno Unico. Si parlava libertà, aspettative, imposizioni sociali.
Propongo ai ragazzi un video che avevo da poco scoperto, intitolato “this is a generic millenium ad” (che da allora riproporrò spesso in aula, anche nelle formazioni con insegnanti e formatori).
Lo scopo di chi l’ha prodotto è quello di raffigurare – attraverso un lavoro di cut-up di altri video – l’immagine stereotipata che le pubblicità mostrano dei giovani. Un’opera che dipinge in modo didascalico la pressione a cui le nuove generazione sono di continuo esposte: bisogna essere sempre allegri, avere mille amici, partecipare agli eventi giusti, mostrarsi originali e di successo tra i pari. Il video è molto evocativo, se utilizzato in maniera esperienziale, attenti alle risonanze che suscita, può aprire spiragli di consapevolezza interessanti.

“Tu sei unico. Tu sei differente. Tu sei speciale. Noi lo sappiamo. Noi capiamo tutto di te. In particolare il linguaggio che usi quando sei online. Come T.O.T.S. B.R.B. e “Join the conversation”. l’hai detto, vero? Il fatto è che sei libero. Libero dalle parole con le vocali!. Libero dai limiti del colore naturale dei capelli.. I tuoi capelli sono completamente rosa. Tu balli tutto il tempo. In strada. Nella tua camera. E sicuramente con il tuo eclettico gruppo di amici. Wow Ephram suona l’ukulele! Chi se lo aspettava? Questo è il modo in cui i millennials si comportano… “

Al termine della proiezione chiedo ai ragazzi se c’è qualcosa nel video che li ha colpiti, cosa hanno pensato o sentito dentro di loro mentre lo guardavano. Dopo un primo momento di silenzio gli interventi che si susseguono sono molti. Il vissuto di fondo è un mix tra lo sturpore di fronte alla rivelazione di qualcosa di assolutamente nuovo e l’esclamazione “è ovvio che è così“! Il fatto che si possa tematizzare qualcosa che ogni adolescente sa ma che difficilmente viene detto pubblicamente li colpisce.
Dicono “è vero, è così..”, “Devi sempre divertirti.. uscire.. magari non hai voglia però non puoi.. sei uno sfigato se non esci..”, “devi farti vedere..”, “devi far vedere che hai tanti amici..”, “magari tu vuoi stare da solo ma non puoi..”

Il disegno di felipe

Mentre proseguiva la condivisione Felipe, che di solito si coinvolgeva molto in questo tipo di riflessioni, non parlava, era molto impegnato a disegnare.
Ad un certo punto mi porge il disegno. Mi dice “Ecco, questo è quello che succede!”.
Il disegno rappresenta un ragazzo con in testa un casco. Questo casco è uno “smile”, l’emoji che rappresenta un volto sorridente. Nel foro della bocca spalancata si intravede il suo volto reale, che invece è triste, affranto. Sulla sua maglietta c’è un segnale di divieto con all’interno un viso triste: “vietato non sorridere”. Alle sue spalle una città in macerie.

Il disegno di Felipe

Chiedo a Felipe se ha voglia di mostrare e raccontare a tutti il disegno. “Questo rappresenta come mi sento” dice ai compagni “questa società ti obbliga a farti vedere in un certo modo, soffoca delle parti di te”.
Gli chiedo cosa rappresentano le macerie dietro al personaggio “sono i problemi di tutti i giorni, che sono tanti, ognuno ha i suoi, le tensioni con i genitori, la scuola, trovare lavoro.., e poi sono il nostro passato, le storie, le sconfitte..”.
Dice che non sono cose di cui parli tanto, te le tieni dentro, i genitori o li ingigantiscono o li sminuiscono, allora alla fine non ti rivolgi più a loro, con gli amici in compagnia non se ne parla, ci si diverte, bisogna essere sempre presi bene. Magari c’è qualche amico con cui ne parli ma solo con pochi.

Christopher si inserisce: “…devi fare un pò il coglione. quando sei fuori, devi far ridere gli altri.. fumare.. non è che puoi parlare dei tuoi problemi.. “

La chat come luogo sicuro dove essere se stessi

Chiedo a Christopher se ci sono dei momenti in cui invece riesce davvero a parlare dei suoi problemi.
Lui risponde: “in chat!
Io sono sinceramente sorpreso “in chat?!” .. “si in chat, nella chat dei videogiochi on line” (Christopher è un gamer “duro”) “Io ho cosciuto in chat delle persone con le quali parlo dei miei problemi, gli racconto le mie storie e loro le loro..”

E perchè questo non succede con gli amici che vedi tutti i giorni?
Perchè in chat non li vedi. Non ti vedi in faccia. E non ti giudicano. Puoi parlare tranquillo.

Porto a casa questa scoperta. La chat, il luogo che per tanti adulti è un luogo negativo, dove con le persone si intessono solo rapporti superficiali, se non pericolosi, è invece per molti ragazzi uno spazio “safe”, al riparo del richiamo alla prestazione, all’essere sempre brillanti e goliardici, come invece richiede il rituale pubblico delle compagnie di adolescenti.

Un rito di chiusura: mostriamo le macerie

La lezione volge al termine e decido di proporre un piccolo rito di chiusura di questa attività, convinto che questi temi avremo dovuto sicuramente riprenderli.

Dico che la nostra missione è contrastare questa spinta della società a volerci sempre brillanti e performanti, far si che anche la parte oscura, le macerie, abbiano la possibilità di mostrarsi.

Utilizzando la lavagna come sfondo di proiezione e il proiettore ancora acceso, fermo a mostrare uno degli ultimi fotogrammi del video, chiedo se qualcono di loro voleva alzarsi e disegnare con il pennarello delle macerie, come sfondo agli attori felici ritratti nel video, come primo atto “psicomagico” per sancire i nostri intenti. Nel minuto seguente compaiono come “quinte” della rappresentazione in video case diroccate che richiamano il disegno di Felipe.

Guardiamo insieme il risultato, skippando anche tra i fotogrammi, Sorridiamo per le immagini che si creano. Ora le macerie sono presenti, le vediamo e forse insieme possiamo cominciare ad affrontarle insieme.

Ringrazio i ragazzi, dico che le loro riflessioni sono state molto interessanti per me, che spero che l’Anno Unico sia anche questo, un posto che possa anche accogliere la parte non luminosa di noi, in cui non ci sia l’obbligo per nessuno di mostrare felicità forzata.
Li saluto, si alzano, “bella!..”, a domani..

Una notte in biblioteca.

Re-inventare uno spazio pubblico e sperimentare l’intensità della poesia, attraverso un’ “occupazione” notturna, scene teatrali e l’intimità del buio

Le idee in pillole:
1 – “Occupare” un luogo pubblico per incantarlo, creare un temporaneo spazio di magia in cui :
– le relazioni nel gruppo sono più intense
– le relazioni con lo spazio si ristrutturano
– Un tema di apprendimento come la poesia può essere affrontato nel setting che più gli si addice, quello notturno
2 – Lavorare sulla poesia in una prospettiva immaginale
3 – Proporre cicli di codifica-decodifica trasformando la poesia in scena teatrale attraverso l’utilizzo di oggetti mediatori quali teli e maschere

Da un punto di vista metodologico:
mixare approccio rave/TAZ, pedagogia immaginale, psicodramma con le maschere (in particolare nella declinazione sviluppata da Mario Buchbinder), apprendimento esperienziale

notte in biblioteca (video di Filippo Corbetta)

DIARIO DELL’ESPERIENZA:

L’intento era presentare ai ragazzi la poesia in tutta la sua forza, scrollarle di dosso quella patina di cui spesso è ricoperta a scuola, che la disarma, la rende sterile. E poi, come richiedeva il progetto in cui l’attività era inserita, bisognava aiutarli a riavvincinarsi, in modo inedito, ai locali della biblioteca.

Ci voleva un’azione forte, destabilizzante.

Perchè in biblioteca non facciamo un’irruzione a notte fonda? Entramoci avvolti dall’oscurità, intrufoliamoci a leggere, scrivere, dare vita ai versi!”

Mi ricordo le facce stranite dei colleghi quando ho proposto l’idea al tavolo di coordinamento del progetto Biblio.net, facce che presto si sono fatte complici. Ilaria DeLorenzo, compagna di mille scorribande educative, ci è stata subito, per lei era un invito a nozze.

E così, dopo un pomeriggio passato con i ragazzi a parlare di poetry slam e comporre testi di spoken word, una cena e una serata insieme, allo scoccare della mezzanotte ci siamo avventurati tra gli scaffali pieni di libri. Era completamente buio, tranne la luce dei lumini che io e Ilaria avevamo posizionato ovunque (tanto che più di una volta la direttrice ci ha chiamato per assicurarsi che non scattasse l’allarme anti-incendio..). A terra avevamo sparso testi di poesie e canzoni. Nei locali risuonava una musica un pò magica che non si capiva bene da dove arrivasse (tutta la prima parte della conduzione l’ho passata ad una consolle allestita su un soppalco della biblioteca, divertendomi a mixare colonne sonore, tappeti di musica ambient, classica contemporanea ed elettronica cercando di costruire – anche a livello sonoro – l’atmosfera giusta per il lavoro).

I ragazzi sono hanno iniziato la propria esplorazione con una pergamena in mano che riportava la consegna:

“Esplora, Cerca, Leggi – Esplora ancora, Cerca, Leggi

Prenditi il tuo tempo.

Quando avrai trovato una poesia – o la parte di una poesia – che ti risuona, che per ragioni anche imperscrutabili ti chiama, lasciati scegliere da lei.

Cerca allora un luogo propizio per accostarti a lei nella sua dimensione immaginale, affinché tu riesca a captarne il potere simbolico.

Scegli un luogo comodo e accogliente.

Ora leggi e rileggi più e più volte la poesia.

Non giudicarla, non chiederti se è bella, brutta, scritta bene o male,

Se per caso ne conosci l’autore rimuovi tutto ciò che sai.

Affinchè l’esperimento riesca prova ad annullare te stesso e il tuo vissuto, non cercare parti di te e della tua esperienza tra i versi.

Rimani sulle parole, sulle immagini che la poesia ti suggerisce, ti propone, con cui il testo ti pervade.

Focalizzati sulle immagini che la poesia fa scaturire

COSA VEDI?

Annota ogni visione sul tuo blocco”

L’intento era lavorare sul potere immaginale e simbolico della poesia. Per questo eravamo andati, giorni prima, a consultarci con Paolo Mottana, che ci aveva dato qualche prezioso consiglio (se sei incuriosito dalla pedagogia immaginale clicca qui).

E’ iniziata un’esperienza di esplorazione solitaria, di contemplazione e meditazione, di ricerca di visioni. E’ stato un lavoro dello stare, dell’attesa, del silenzio fuori ma soprattutto dentro.

In un secondo momento i ragazzi si sono ri-incontrati, appartati in piccoli gruppi hanno condiviso le visioni.

A questo punto sono comparsi intorno a loro teli e maschere. Utilizzando questi oggetti mediatori ogni gruppo era invitato a dare corpo alle immagini emerse con un breve scena teatrale, in un processo trasformativo di appropriazione e re-invenzione.

clicca qui per sapere qualcosa di più sull’utilizzo delle maschere in contesti formativi

E’ difficile raccontare a parole la bellezza di quello a cui abbiamo assistito poco dopo. Vi lascio alle immagini del video che postato all’inizio dell’articolo che rimangono una, seppur limitativa testimonianza.

Sicuramente è stato un momento che ricorderanno a lungo, una TAZ generativa, un “atto insensato di bellezza” .

Youtube e apprendimento riflessivo. Parte 1: Rap, anime e neo melodici

Utilizzare youtube con gruppi di adolescenti come strumento di apprendimento riflessivo

L’idea in pillole:
Si chiede ai ragazzi di indicare titoli di video che loro ritengono particolarmente significativi. In seguito si guardano insieme. Il conduttore, attraverso specifiche domande e sollecitazioni, aiuta il singolo e il gruppo a fare i “movimenti dell’apprendimento esperienziale“, costruendo apprendimenti riflessivi.

La consegna

Entro in aula. Dopo una mezzoretta di aggiornamento chiedo ai ragazzi di scrivere su un bigliettino il titolo di un video reperibile on line che reputassero significativo. Un video che raccontasse qualcosa di loro o in generale dell’essere adolescenti oggi, del mondo che abitano. Chiedo che, al di là delle parole, fossero le immagini l’elemento comunicativo centrale. Potreva essere un video musicale, una pubblicità, il trailer di un film..

I ragazzi si mettono a scrivere subito, quasi senza rifletterci, pare che nessuno avesse difficoltà a trovare il titolo, qualcuno anzi mi chiede: “posso scriverne 2? 3?”. Io rispondo che va bene, ma cercando di metterli in ordine per importanza, in modo che uno, anche per pochissimo, la spunti sugli altri.

IL FIORELLINO DENTRO

Ritirati i bigliettini ci spostiamo nello spazio allestito per la proiezione. Vedremo i video uno a uno. Chiedo se qualcuno di loro vuole proporre il proprio per primo.

Si offre Diego. Subito ci tiene a precisare che non si tratta di un vero e proprio video, ma è solo una canzone accompagnata da un’immagine statica di una una ragazza “manga”.

Ok, anche se non era esattamente quello che avevo chiesto. Cerco il video su youtube e clicco play. La ragazza dell’immagine è molto bella, stesa che guarda il soffitto. La canzone ha una melodia triste. Diego dice che è una canzone “depressiva”. Il testo è in inglese, scorre in un angolo dello schermo, proviamo a tradurlo insieme ma lui ci dice che non sono importanti le parole. Lui ascolta questo pezzo quando pensa alla sua ragazza che vive in Svizzera, che può vedere solo nei mesi estivi. Ci racconta che lei è così come l’immagine del video, così bella. Gli occhi di Diego si fanno lucidi. Gli chiedo se vuole dare un nuovo titolo a questo pezzo, a partire dalle cose che ci ha detto, lui risponde senza pensarci troppo: “vorrei che tu fossi qui”. Alejandro, che fino a quel momento era sembrato distratto, vede Diego commosso ed esclama ad un tratto: “dentro di lui c’è un fiorellino”.

Io dico che forse c’è un fiorellino dentro ognuno di loro, e di noi. Solo che qualcuno lo tiene ben nascosto, lo ha messo in un’armatura perché è molto delicato.

Propongo di affiancare al titolo dato da Diego anche “Il fiorellino dentro”.

Alcuni annuiscono.

LACRIME

Il secondo a proporsi è Marco, ci dice che non vorrebbe condividere un video ma una canzone. Che la cosa importante è il testo (figuriamoci se ce ne è uno che segue la consegna!) È un pezzo hip-hop di Luchè. Se la cosa importante è il testo allora ho bisogno del testo: attraverso google lo recupero velocemente, lo copio su un foglio word e lo proietto, ingrandendolo il più possibile in modo che tutti lo potessero leggere.

Parte il pezzo, lo ascoltiamo mentre io faccio scorrere le parole. Al termine dell’ascolto chiedo a Marco di individuare il passaggio nel testo che gli risuona maggiormente. Lui indica questi versi:

Quando avevo bisogno di lei
Mi trovai con un coltello nella schiena
E un addio scritto a penna
E mo’ non credo più nell’amore

io lo evidenzio in neretto nel testo proiettato.

Marco racconta che gli ricorda una storia d’amore finita male. Che c’era questa ragazza che si era presa gioco di lui, lo aveva lasciato più volte e poi era sempre tornata chiedendogli di rimettersi insieme. Lui ci era sempre ricascato, finché un giorno ha trovato la forza per parlarle chiaro, dicendole quello che pensava, che non voleva essere più trattato in quel modo. Chiedo a Marco se quella vicenda gli ha portato qualche insegnamento. Lui risponde che ha capito che è meglio parlare chiaro e il prima possibile anche se abbiamo paura, che il silenzio a volte è un buon alleato ma non sempre.

Dopo un momento di silenzio Marco riprende la parola, vuole aggiungere un’altra riflessione: “anche a me è capitato in un modo simile di prendermi gioco di alcune persone, questa cosa mi fa pensare..”

Gli chiedo se c’è un altro passaggio del testo che vorrebbe sottolineare. Lui ci indica questo:

So che non è facile
Credere ai miei occhi quando sono fragile
Guardare attraverso le mie lacrime

La parola lacrime tocca molti del gruppo, avevamo appena intravisto quelle di Diego. Sembra che emerga ancora più forte quella sensazione di vulnerabilità, quel fiorellino interiore protetto dietro i loro fisici e atteggiamenti che paiono inattaccabili. La cosa forse più importante educativamente e che ci si inizia ad accorgere che siamo in un gruppo in cui anche le vulnerabilità possono emergere ed essere accolte. Non una cosa da poco.

SI NASCE E SI MUORE, CI SI INCONTRA E CI SI LASCIA

Il video seguente è di Paolo. Ci propone Daniele Marino, cantante neo-melodico che non conoscevo, ma a quanto mi raccontano i ragazzi molto famoso.

Il video comincia con un incidente d’auto. Due fratelli camminano sul marciapiede, quello più grande è distratto dal telefono e attraversa la strada mano nella mano con quello più piccolo. In quel momento passa un’automobile e quest’ultimo viene colpito e buttato a terra sulla strada.

A questo punto il video comincia un surreale botta e risposta tra il cantante e il bambino steso sull’asfalto, il primo che chiede perdono e si dispera, il secondo che riflette sull’ineluttabilità del destino. Durante questo dialogo i protagonisti ripercorrono tutta la loro vita, e si scopre che anche la loro mamma è scomparsa prematuramente. Sebbene il video, ai miei occhi, rasenti il ridicolo, la tensione emotiva nel gruppo è molto alta. Ad un certo punto decido di fermarlo perché i ragazzi sembrano non riuscire più a reggerlo, e perchè so che per un di loro la ferita per la morte del padre è profonda e ancora aperta. Quando si lavora coinvolgendo i vissuti personali uno dei compiti più difficili del formatore è quello di mantenere una temperatura emotiva sufficiente per dare intensità e profondità al lavoro, ma non oltre quella che il gruppo può reggere e gestire.

Paolo racconta che questo video gli fa pensare al suo fratello in Ukraina, che non ha mai più visto da quando è stato adottato e ha lasciato quel paese. Sentendo quelle parole Samuele e Diego in contemporanea dicono “Anch’io sono ukraino!”. Era il secondo giorno di Paolo all’Anno Unico, questa “carrambata” ha generato subito un legame, o quantomeno un ponte importante.

Dopo aver nominato suo fratello il volto di Paolo si era coperto di un velo di tristezza, durato finché all’improvviso non si ricompone e dice: però mi sta per nascere un nipotino, il figlio di mia sorella, e sono felice!

Si avvia allora tra i ragazzi un discorso sulla vita, sul fatto, ovvio ma forse impossibile da realizzare nella sua enormità che nella vita si nasce e si muore, ci si incontra e ci si lascia. Io penso a quanto sia importante lavorare su questi argomenti oggi, in un mondo in cui la cultura dominante nasconde il dolore (o lo trasforma solo in pornografia emotiva) e nega il limite e la fine.

PERDONAME MADRE POR MI VIDA LOCA

Ora tocca al video di Deborah. Ci propone la canzone di un rapper russo, Kalin Ryse Nikolov; il pezzo si intitola Mama I’m a criminal. Il video è molto violento, utilizza le prime immagini del film Batman il cavaliere oscuro in cui un gruppo di malviventi vestiti da clown rapinano una banca, uccidendosi a vicenda uno alla volta. Mi chiedo cosa ci voglia comunicare con delle immagini così forti e come potrò lavorare su questo video.

Ho imparato che in queste situazioni la cosa migliore da fare è evitare elucubrazioni e chiedere direttamente al ragazzo la strada da percorrere con lui. Il video è un oggetto mediatore tra di noi (e tra il ragazzo e se stesso), è importante quindi capire quale aspetto del video risuona in lui, quello che ci vuole comunicare attraverso quell’opera. Il rischio è che noi formatori coinvolgiamo i ragazzi nell’indagine di aspetti che colpiscono noi, andando completamente fuori strada rispetto le risonanze dell’adolescente. A volte i ragazzi ci portano un video o un opera d’arte perchè entrano in contatto con piccoli particolari che a noi possono sfuggire o sembrare secondari. Rimanendo in ascolto attento e mettendo da parte il nostro ego da quei piccoli spiragli possono nascere riflessioni importanti.

Mi rivolgo quindi a Deborah: “Quali tra queste immagini ti risuonano di più Debby? perché?”. Lei mi risponde, spiazzandomi, che non gli interessano le immagini, che lei quella canzone di solito la ascolta in cuffia mentre cammina per la città: non le importa il video e nemmeno il testo (che non capisce). Vuole porre l’attenzione solo sul titolo.

Sbang!! Se avessi iniziato a proporre stimoli sull’analisi delle immagini avrei sbagliato completamente!

Deborah è lapidaria “questo titolo evidenzia la difficoltà di dire le cose di cui ci vergognamo alle persone a cui vogliamo bene”. Si vede che non ha voglia di approfondire troppo, però è bastata questa frase per far passare una scarica emotiva e di rispecchiamento in tutto il gruppo. Lo si vede da come per un istante sono cambiate le espressioni. La delusione e la paura di deludere sono alcuni tra i sentimenti più presenti all’Anno Unico: la delusione dei famigliari per il fallimento scolastico, per alcuni anche i guai con la legge in cui si sono cacciati.

Alejandro, che viene dall’Ecuador, ci racconta che i carcerati appartenenti alle gang si facevano tatuare sulla palpebre la scritta “perdoname madre por mi vida loca”. La ragione per cui o scrivevano proprio sulle palpebre era perché così gli altri, in particolare la propria madre, lo avrebbero visto solo quando sarebbero morti.

Alejandro sottilinea la dimensione della vergogna che vivono queste persone nei confronti delle persone a cui vogliono bene. I ragazzi non esplicitano i motivi, per ognuno diversi, della loro vergogna, ma con breve frasi o cenni del corpo si mostrano coinvolti e partecipi al tema che risuona di volto in volto.

SUPER SAYAN

E’ il momento di andare verso una chiusura, ci sono altri video da vedere ma vanno rinviati alla volta successiva. Il lavoro è stato intenso. Faccio spontaneamente i complimenti ai ragazzi, per la loro profondità, per i discorsi importanti che avevamo fatto. Ci sentivamo tutti appesantiti. Io avrei proposto un giro di sharing ma non mi sembrava ci fosse la predispozione adatta. Qualcuno dice: Perchè per rilassarci un po’ non ci guardiamo Dragon Ball? In risposta arriva un coro di “si dai!” “ci sta!”. Io dico ok, senza pesarci troppo, abbiamo tutti bisogno di un momento di decompressione. Chiedo loro quale stralcio di Dragon Ball vorrebbero vedere. Sono tutti d’accordo, chiedono quando per la prima volta Goku si trasforma in Super Sayan.

Lo vediamo insieme. “Mi vengono i brividi!” esclamano tanti durante la proiezione (anche un giovane collega, entrato nel frattempo in aula). Raccontano che gli veniva in mente quando quella scena l’avevano vista per la prima volta da bambini “Il mio più grande desiderio era diventare dei Super Sayan!” dice uno. Qualcuno dice che si chiudeva in bagno e urlava come Goku per trasformarsi. Ma non succedeva niente. Altri rispondono “anch’io!”.

Mi è subito venuto alla mente quando da bambino io sognavo di trasformarmi in Hurricane Polimar un eroe delle anime dei primi anni ottanta.

Interviene Corrado, con tono di voce serio: “…è che ad un certo punto ti accorgi che non puoi trasformarti. Diventi grande e capisci che non puoi essere un Super Sayan. Capisci che nella vita devi sbrigartela da solo..”

Penso che la prossima volta mi piacerebbe ripartire da qui, mi stupisce quante cose importanti emergono semplicemente dandogli gli strumenti per raccontarsi e riflettere.

IO CREDO IN ME

Le tre ore di aula stanno per terminare. I ragazzi chiedono se come conclusione della giornata potevano vedere insieme la sigla di Naruto (ormai siamo entrati nel mood “gli anime che mi hanno aiutato a crescere”..). Io non l’avevo mai vista, anche se della lunga serie di questo cartone animato ho visto buona parte. Il titolo è didascalico, pura pedagogia nerd: “io credo in me”.

I ragazzi vanno a sdraiarsi nell’ “angolo morbido” dell’aula dell’Anno Unico. Sono un pò scomodi per vedere la proiezione ma hanno voglia di “accucciarsi”. Cercano un momento di cura, rifugiarsi un attimo nella loro infanzia. Si tratta di un viaggio regressivo ma sereno, che genera gruppo, voglia di tornare a quel momento della loro vita in cui ancora credevano nel futuro. Si accoccolano, e parte la musica..

ps: i nomi potrebbero non essere proprio quelli reali..

Coltivare fiori nel caos

Venerdì 22 e sabato 23 marzo si terrà il terzo modulo del percorso “ALIENI. Formazione per il lavoro con i nuovi adolescenti” promosso da METODI.
Per riflettere su come relazionarci con i vissuti di rabbia, conflittualità, tensione dei nuovi adolescenti.
Pratiche di GUERRIGLIA EDUCATIVA per coltivare fiori in un’epoca di caos e impotenza.

Sempre più nei servizi e nelle scuole si ha a che fare con adolescenti a cui è sconosciuto il senso del limite, alterati psico-fisicamente da sostanze e/o da notti insonni, non ribelli ma carichi di una aggressività distruttiva e autodistruttiva.

Si tratta di situazioni in cui alle criticità – che ben conosciamo – di crescere in situazioni di povertà culturale, sociale ed economica, si sommano le problematiche nuove tipiche di crescere nel nostro tempo.

Atteggiamenti di questo genere producono negli operatori senso di impotenza e frustrazione, disagio e sofferenza che si amplificano quando divengono loro stessi bersaglio della provocazione e dell’aggressività.

E’ possibile in queste situazioni continuare a fare il nostro lavoro? Come? E’ possibile coltivare fiori in questo caos che non è solo dentro e fuori i ragazzi, ma anche dentro e attorno a noi?

Attraverso un lavoro di tipo esperienziale e psicodrammatico ci si concentrerà nell’analisi e nella condivisione di casi reali e nello sviluppo di strategie alternative di “guerriglia educativa”. Pratiche di emergenza non solo finalizzate a “sopravvivere” ai nostri ragazzi ma anche ad aprire spiragli di crescita e apprendimento, fiori nel caos del quotidiano.

Conducono:

Davide Fant

Formatore e ricercatore.
Responsabile di un servizio sperimentale per adolescenti in situazione di abbandono scolastico. Si occupa di consulenza e formazione in contesti socio-educativi e scolastici.
È autore di Pedagogia hip-hop – gioco, esperienza, resistenza (Carocci, 2015)

Cristina Bergo

Psicologa, psicoterapeuta e psicodrammatista.
Ha sviluppato percorsi di prevenzione delle dipendenze e programmi centrati sulle metodologie attive e le life-skills per il lavoro nelle scuole e con i giovani in situazioni di vulnerabilità.

clicca qui per il programma completo di ALIENI