Come imparano gli hacker?

Dalla comunità hacker un modello di apprendimento curioso, divertito, personalizzato e allo stesso tempo collettivo, in cui la conoscenza un bene comune.

Con il gruppo Ippolita abbiamo iniziato ad utilizzare il concetto di pedagogia hacker durante le formazioni di autodifesa digitale, per indicare l’attitudine di fondo che anima questi interventi (che ora stiamo portiamo avanti come C.I.R.C.E.).
In questo modo si intendeva evidenziare il valore pedagogico, in un’ottica di pedagogia critica, delle competenze e attitudini che caratterizzavano i primi computer club e gli hackerlab, terreno culturale in cui anche Ippolita ha mosso i propri primi passi.

Possiamo, generalizzando il concetto di hacker (che altrove nei testi di Ippolita è stato approfondito nella sua complessità), pensare che un tale approccio pedagogico si fondi su alcuni elementi di base:

illusttrazione Hackmeeting 2016 – Pisa

– Approccio curioso e problematizzante rispetto al mondo e nello specifico alla tecnologia

L’hacker è un individuo che si pone delle domande, problematizza la realtà intorno a sè. Quando ha individuato un problema che gli sembra interessante inizia a lavorare per cercare di risolverlo. E’ una persona profondamente curiosa, appassionata di tecnologia; il suo primo desiderio di fronte ad un oggetto tecnologico è quello di smontarlo, vedere come funziona, casa c’è dentro. Per lui nessun artefatto è obsoleto perché sa che ogni cosa può essere re-inventata, ri-combinata, ri-adattata ad usi anche molto lontani da quelli per cui è stata creata.

– Apprendimento come piacere

Ciò che muove l’hacker al continuo apprendimento è il piacere stesso di apprendere. Gli hacker programmano con entusiasmo, amano affinare le loro competenze e mettere a frutto la loro intelligenza. Ogni problema diventa una sfida, un’occasione appassionante per mettersi alla prova. Il motivo primario che lo spinge ad apprendere e faticare non è la possibilità presente o futura di cospicui guadagni, è il piacere di superarsi, di creare, il divertimento di scoprire soluzioni funzionali ai problemi percorrendo strade non ancora battute.

Logo del Chaos Computer Club, collettivo tedesco che dagli anni 80 porta avanti i principi dell’hacking

– Apprendimento come frutto di ricerca ed esperienza personale, non inquadrabile in percorsi di studio ufficiali

La formazione degli hacker segue principalmente canali non ufficiali, è un percorso di ricerca personale che parte anzitutto dall’ hands on, il “metterci le mani sopra”.

L’hacker sceglie autonomamente di volta in volta i propri obiettivi di apprendimento e auto-organizza proprio tempo di lavoro-studio non imbrigliato in un sistema di rigidi dispositivi di apprendimento e titoli riconosciuti.

– La dimensione sociale del sapere e la conoscenza come bene comune

Ogni hacker sente il dovere di far circolare ciò che ha imparato. Considera la conoscenza un bene collettivo quindi ritiene fondamentale metterla a disposizione di tutte le persone a cui potrebbe essere utile. La conoscenza è vista come un bene che si può costruire solo collettivamente e non può essere arginata da leggi che la imbriglino.

Questi elementi evidenziano un modello pedagogico ben preciso, per molti versi lontano da quello mainstream. I percorsi di apprendimento sono personalizzati e non basati su programmi standard imposti per tutti, i titoli di studio perdono di significato. Gli hacker non apprendono per aspirazioni di alti guadagni, o per arricchire un curriculum apprezzabile nel sempre più esigente mercato del lavoro. Ciò che muove l’apprendimento è la passione e il riconoscimento da parte della comunità dell’utilità del proprio lavoro e delle proprie scoperte, il desiderio di capire come funziona il mondo per poterlo migliorare. Grande valore ha la dimensione collaborativa e dialogica di apprendimento tra pari.

Un approccio pedagogico controculturale

Si tratta quindi di una prospettiva valoriale, formativa, pedagogica, fortemente in contro-tendenza con l’istituzione scolastica e accademica attuale dove utilitarsimo, trasmissione depositaria dei saperi, programmi rigidi, appiattimento della formazione alle richieste del mercato, copyright, limitazione della dimensione critica, sono gli ingredienti frequenti.

dal mio contributo per il testo di Ippolita “Tecnologie del dominio. Lessico minimo di autodifesa digitale”, Meltemi, 2017
Qui puoi scaricare il capitolo completo

Fra teatro e fumetto. Un’attività espressiva per adolescenti che non amano esporsi

Lavorare sull’attivazione del corpo, la relazione, l’espressione di sè con una proposta che possa coinvolgere adolescenti particolarmente introversi, non a loro agio in attività di tipo teatrale.

Le idee in pillole:
1 – Lavorare sull’attivazione del corpo, la relazione, l’espressione di sè con una proposta che possa coinvolgere adolescenti particolarmente introversi e non a loro agio in attività di tipo teatrale.
2 – Proporre ai ragazzi di utilizzare i loro smartphone, con applicazioni semplici e intuitive, per creare narrazioni attraverso le quali esplorare il proprio mondo interiore
3 – Creare occasioni di espressione di sè in cui si garantisce al ragazzo la possibilità di proteggersi dall’esposizione diretta allo sguardo dell’altro, proponendo un’alternativa all’imperativo “mostrati!” della società attuale.

Riferimenti metodologici e ambiti di ispirazione:
Metodologicamente i principali riferimenti si possono ritrovare

– Nello storytelling digitale in una prospettiva di apprendimento esperienziale
– Nello psicodramma moreniano e in particolare il lavoro con la maschera di Mario Buchbinder
L’ideazione della proposta è sicuramente influenzata da pratiche quali il cosplaying, il gioco di ruolo e il LARP (Live action role-playing)


Mettersi in gioco per piccoli step

In genere quando si propone un’attività di tipo teatrale i ragazzi meno a loro agio con la corporeità, più introversi o magari con sintomi di fobia sociale, la risposta è (intuitivamente) un rifiuto. In un’ottica di “pedagogia nerd” una possibilità in questi casi può essere accompagnare a lavorare sugli obiettivi formativi che ci si è proposti (attivazione del corpo nello spazio, espressione del mondo interiore attraverso la fisicità, creazione di relazioni..), ma per piccoli step, dando loro la possibilità di rimanere protetti e mantenersi in un ambiente conosciuto e a loro congeniale (il mondo fantastico).
Quello che segue è un esempio di questo tipo di attività.

Se qualche collega è incuriosito e vuole provare a proporre qualcosa di simile non si scoraggi dall’utilizzo delle maschere (materiale non facile da avere a disposizione). Un lavoro simile si può fare anche realizzandole in cartone (come si vedrà in fondo al post) oppure utilizzando altri espedienti.

La scoperta delle maschere

I tavoli dell’aula dell’Anno Unico erano coperti di tante maschere diverse. Alcune orrorifiche, altre misteriose, altre curiose, altre ancora simpatiche e rasserenanti.
Ogni ragazzo era invitato a prenderne una che gli risuonasse. La consegna era “prendi la maschera che ti chiama.. fatti scegliere da lei..”.
Una volta scelta la proposta era di indossarla ed eventualmente completare il travestimento utilizzando stoffe e mantelli, e aggiungendo altri gadget come bacchette magiche, campanellini, armi in legno.. A loro disposizione c’era uno specchio, o in alternativa per guardarsi potevano utilizzare i loro cellulari in modalità “selfie”.

A questo punto la richiesta era di provare a immaginare chi fosse quella maschera, quale storia avesse, quale missione nel mondo, annotando appunti su un foglio. Ho utilizzato come stimolo una scheda personaggio simile a quella di un gioco di ruolo, o di un videogioco, sottolineando che non era obbligatorio compilarla tutta.

Inventare le storie a gruppi e realizzare i frame fotografici

I ragazzi erano poi invitati a guardarsi intorno, osservare gli altri e unirsi in piccoli gruppi facendo incontrare le maschere che secondo loro avevano “qualcosa da dirsi”.
Compito di ogni gruppo era inventare una storia i cui protagonisti fossero i personaggi nati dall’attivazione precedente.

La storia quindi doveva essere divisa in alcuni frames fotografici: i ragazzi mascherati dovevano mettersi in posa per rappresentare le diverse fasi della narrazione e fotografarsi utilizzando i loro cellulari.

Un editing digitale semplicissimo e dall’effetto immediato

A questo punto, utilizzando due app, Prisma e PicSay, i ragazzi avevano il compito di trasformare le foto in vignette. Prisma è un’applicazione per smarphone che permette di “fumettizzare” qualsiasi immagine. L’utilizzatore può scegliere tra opzioni di filtri diversi, alcune dalla resa grafica davvero efficace. PicSay invece permettere di aggiungere anche fumetti per dare voce ai personaggi (al momento in cui scrivo Prisma dovrebbe essere disponibile per Android e iOS mentre PicSay solo per Android, ma se ne trovano altre simili per iOS).
I ragazzi hanno così editato e realizzato il proprio fumetto, spesso stupendosi della bellezza delle immagini prodotte dall’intersezione tra la tecnologia e la loro sensibilità
I ragazzi che lo desideravano potevano utilizzare un’altra app, VideoShow, per creare uno slideshow di presentazione della storia, con la possibilità di aggiungere musica ed effetti sonori.

Momento riflessivo di condivisione

L’attività si è chiusa proiettando i lavori prodotti. In questa fase il mio compito di conduttore è stato quello di provare ad approfondire i contenuti, chiedendo ai ragazzi di dare un nome ai sentimenti dei personaggi, ai loro pensieri, ai motivi dei loro gesti. In un’ottica di mantenere la “copertura” non chiedo di uscire dalla metafora, di raccontare se gli autori ritrovano qualcosa di quanto raccontato nei loro vissuti personali, a meno che ciò non emerga spontaneamente. L’idea è quella di invitarli ad esplorare il proprio mondo interiore rimanendo ancora protetti dalla metafora.

Creare spazi protetti di convivialità ed espressività

Un’attività di questo genere comprende alcuni elementi tipici del teatro quali la narrazione, la relazione “incarnata” tra personaggi, il corpo come veicolo narrativo, può però essere utilizzata con adolescenti che non parteciperebbero mai ad una classica attività teatrale. In particolare ho scelto in diversi casi di proporla ragazzi che provenivano da una situazione di hikikomori (o ne erano a rischio), o che in generale vivevano disagio nell’esporsi all’altro. I 3 diversi livelli di protezione – la maschera, la mediazione della foto, la fumettizzazione – permettono loro di sentirsi sicuri e quindi facilitano il mettersi in gioco.
I ragazzi si muovono, esplorano gli spazi (le foto potevano essere fatte ovunque nell’edificio, e anche nel cortile), cooperano ad un obiettivo comune, interagiscono (e non è raro sentirli ridere insieme).

I ragazzi si espongono, comunicano rimanendo in uno stato di anonimato, ciò che importa non è il nome e il volto di chi manda il messaggio ma il messaggio stesso. Il prodotto artistico è un’opera collettiva che permette a chi l’ha creata di esprimere elementi importanti di sè, pur non svelando la propria identità.

Approcciare in modo attivo le tecnologie

Le applicazioni che sono state utilizzate contengono pubblicità, acquisti “in app” e le loro funzioni sono creativamente piuttosto limitanti: l’utilizzatore, può scegliere solo tra poche opzioni operative. Sono quindi agli antipodi rispetto al software libero, direzione imprescindibile in una prospettiva di Pedagogia Hacker.
Un’attività di questo permette però, a ragazzi che spesso vivono lo smartphone come oggetto di dipendenza, subendone passivamente la presenza, di cominciare ad invertire la rotta, scoprire che la tecnologia può essere utilizzata in modo attivo, creativo, può permettere loro di generare opere originali a partire dalla propria sensibilità e necessità comunicative.
Inoltre l’inversione di direzione è riscontrabile anche sul fronte dell’esposizione di sè. Mentre nei social network è fondamentale promuovere il proprio volto, la propria immagine, qui al contrario la regola è tenersi nascosti. Chi manda il messaggio è un’identità collettiva, un incontro tra persone che hanno lavorato ad un obiettivo comunicativo e artistico comune che trescende le singole individualità.

Le storie

Tra le storie realizzate da i ragazzi dell’Anno Unico c’è quella che racconta di Iris, un adolescente (con poteri magici) che per punizione è stato intrappolato in una foglia che non appassiva mai. Per questo rimase per anni attaccato ad un ramo, era “diventato un silenzioso osservatore del piccolo mondo che lo circondava e trascorreva le sue giornate pensando ad un modo per liberarsi”, era “centenario ma fisicamente appariva come al giorno in cui era stato intrappolato” (cit. dal testo dell’allievo). Iris cercava di chiedere aiuto ma, per colpa dell’incantesimo, era diventato afono, non emetteva alcun suono
Un giorno però Iris incontrò Peggy, un ragazzo molto solo, che aveva il dono di un udito finissimo. Peggy fu l’unico a riuscire a sentire le grida di aiuto di Iris, lo trovò, salì sull’albero e lo liberò. Dal quel momento naque una bellissima amicizia.

E’ facile uscire di metafora e riconoscere nel vissuto di Iris quello di tanti adolescenti che abbiamo incontrato. Ritengo inoltre che abbia una grande carica poetica, esaltata dalla realizzazione per immagini che pubblico di seguito:

Nella seconda storia che vorrei presentare i contenuti sono invece meno rassicuranti, come accade spesso quando i ragazzi sono liberi di inventare senza l’intromissione dell’adulto. Ad una prima lettura potrà sembrare una storiella banale, ma anche qui possiamo trovare temi che caratterizzano il vissuto degli adolescenti: la fiducia, il tradimento di una persona cara, la rabbia.

La catarsi

Un lavoro di questo genere può attivare un processo di catarsi: il ragazzo, mettendo in scena l’assassinio di colui che lo ha tradito, “scarica” le tensioni negative, prendendo distanza dall’evento traumatico e provando una sensazione di liberazione; la vendetta viene agita nel mondo della rappresentazione scenica (senza conseguenze per la vittima!) ma permettendo al protagonista di esternare e dare forma alla propria sofferenza e rabbia.
L’opportunità, in una fase successiva, di riguardare e commentare il prodotto finito (assistendo alla proiezione della storia realizzata) favorisce ulteriormente la rielaborazione dei vissuti. Si tratta di un processo che ha affinità con l’effetto di “purificazione dalle passioni” che Aristotele attribuiva alla tragedia greca e, in tempi più recenti, che Moreno indica come elemento importante della terapia psicodrammatica.
Ragazzi che sono stati vittima di bullismo o di abbandono hanno potuto rientrare in contatto con il proprio vissuto negativo generando il bello, prendendosi cura di sè e avviando piccole (o grandi) trasformazioni.

La sfida di proporre la stessa attività ad un gruppo di ragazzi più “street”…

Ho provato a proporre questo tipo di lavoro anche alla Crew, il gruppo dell’Anno Unico più “street”, insofferenti ai setting maggiormente strutturati, spesso provenienti da contesti familiari e sociali difficili.
I ragazzi si sono divertiti molto, hanno giocato con le maschere, ne hanno provate diverse a testa ma si è creato un clima di confusione tale che i gruppi (un quartetto e due coppie) non sono riusciti a creare alcuna storia. Sono nate alcune belle immagini, che posto qui sotto, tutte molto violente ed evocative, ma anche quando le abbiamo riviste insieme non siamo riusciti a parlarne, i ragazzi erano distratti, le voci si accavallavano, quando qualcuno provava ad intervenire con argomenti pertinenti gli altri lo interrompevano con battute. In quel momento mi sono fatto molte domande: avrei dovuto dare un consegna differente? Non avrei dovuto proporre questo lavoro ad un gruppo di ragazzi con queste caratteristiche?

Lo spettro

Ad un certo punto però qualcosa succede… proiettata sul muro compare l’immagine qui sotto. Non mi ricordavo nemmeno di averla scattata io quella foto. Era un ritratto di gruppo che alcuni ragazzi mi avevano chiesto per ricordare quel momento:

Luca per primo notò la persona sulla destra, separata dagli altri. Aveva una maschera a specchio, un volto spettrale senza occhi, naso, bocca, solo il riflesso del mondo circostante
Luca si chiese ad alta voce chi fosse quello spettro, come fosse finito lì.
Da quella domanda semplice il clima (magicamente..) cambiò:
Hedi, acuto tirocinante, allargò al gruppo la domanda del compagno, invitando ognuno a proporre la propria teoria. I ragazzi si ascoltavano reciprocamente e rispettavano i turni di parola: “E’ uno spettro solitario”. “E’ triste, non ha amici, è venuto a ricordare che la felicità un giorno finirà”, “E’ una persona che è stata esclusa dal gruppo”… In poco tempo in quell’aula si sono materializzate e condivise alcune tra le paure più forti di questi ragazzi, paure “spettrali” in quanto indicibili, su cui si è potuto aprire un breve ma interessante e intenso spiraglio di riflessione.
Ritengo che questo quarto d’ora abbia dato senso all’intera attività, un piccolo fiore nel caos che in seguito, in sede di colloqui individuali, avrò modo di riprendere in modo più approfondito e generativo con alcuni dei ragazzi presenti.

Autoprodurre le maschere. Il lavoro con un gruppo di ragazzi disabili

Quelle che seguono sono alcune immagini in cui le maschere sono state costruite con il cartone, a testimonianza che non è vincolante possedere un propria collezione. Il lavoro è stato fatto da una collega con un gruppo di ragazzi disabili, all’interno di una lezione di inglese.

Sperimentazione al corso di formazione formatori “Alieni”

Durante il percorso Alieni, strumenti e metodi per il lavoro con i nuovi adolescenti nel seminario dedicato alla cultura nerd e ai ragazzi più isolati, spesso è capitato di proporre questo tipo di attività ai partecipanti (educatori, psicologi, formatori), che si sono sempre prodigati creando immagini e storie molto interessanti.. Ecco qualche loro immagine per concludere.
Questo seminario si svolge all’UESM Casa dei Giochi di Milano, patria nerd di ogni età. Le ultime due foto sono scattate nel suggestivo dungeon per LARP ad imbientazione dracula che si trova sotto l’edificio..

Alieni – Autodifesa digitale

RIFLESSIONI E STRUMENTI EDUCATIVI
PER UN’ECOLOGIA DEL DIGITALE
venerdì 25 e sabato 26 gennaio

RIFLESSIONI E STRUMENTI EDUCATIVI
PER UN’ECOLOGIA DEL DIGITALE

venerdì 25 e sabato 26 gennaio
si terrà il secondo modulo del percorso ALIENI promosso da  METODI.
il tema riguarderà il rapporto tra gli adolescenti e le tecnologie digitali
La conduzione affidata al gruppo C.I.R.C.E. (Centro Internazionale di Ricerca per le Convivialità Elettriche), che negli ultimi anni ha sviluppato un approccio formativo originale – esperienziale e ludico – per il lavoro di coscientizzazione su questi temi.

presentazione:

Il massiccio utilizzo di strumenti digitali è un tratto caratterizzante gli adolescenti.
Ognuno possiede i propri dispositivi personali attraverso i quali può “evadere” in qualsiasi momento dal luogo dell’attività educativa e allo stesso tempo portarvi dentro il proprio mondo vitale; sono oggetti di relazione, costruzione di esperienze e realtà impensabili fino a pochi anni fa.
Si è venuto a creare pertanto un contesto in cui non mancano le situazioni problematiche: cyberbullismo, accesso a contenuti pornografici e/o violenti, violazione della privacy, dipendenza, alienazione.

Le parole oggi accattivanti come “profilazione”, “personalizzazione”, “fidelizzazione digitale”, “gamification” costituiscono un ambiente che conduce alla riduzione dell’autonomia personale e del senso critico.

Lo scopo del corso è quello di accompagnare insegnanti ed educatori ad approfondire e riflettere su queste tematiche e su come progettare e condurre attività finalizzate alla presa di coscienza. La prospettiva da cui ci si muove non è tecnofobica, ma volta a trovare una dimensione ecologica di relazione con le macchine, con attitudine creativa ed emancipante.

Attraverso momenti di lavoro di gruppo e attivazioni esperienziali si progetteranno e sperimenteranno strumenti didattici volti a sostenere lo sviluppo di un rapporto consapevole e critico con gli strumenti digitali.
Si proporranno attività ludiche per generare consapevolezza intorno ai propri bisogni e desideri tecnologici, per sviluppare comportamenti virtuosi che riducano il potere pervasivo degli strumenti digitali, per esplorare criticamente il mondo che si cela “dietro lo schermo”.

per contatti e iscrizioni

www.retemetodi.it

vi aspettiamo!

Manifesto della pedagogia hip-hop – spoken word version

Qualche tempo fa ho scritto un articolo per Animazione Sociale (lo trovate qui) in cui raccontavo come le discipline artistiche dell’hip-hop non solo possono essere uno strumento educativo (vedi qui) ma, allargando lo sguardo, posso indicare un’attitudine, pedagogica ed esistenziale, per r-esistere in questi tempi inquieti.
In quell’articolo avevo provato a spiegarlo in modo analitico, evidenziando 9 “lezioni” che potevano formare un ipotetico “Manifesto della pedagogia hip-hop”.
Quella che segue è invece la versione “poetry slam” di quel testo.

Con la declamazione di questo pezzo abbiamo spesso chiuso la performance “Crescere hip-hop live” (eccola qui). Buona Lettura.

E’ ormai chiaramente smascherata la truffa
che un pezzo di carta
aprirà le porte del nostro futuro
che se studiamo
sudiamo
accumuliamo titoli
avremo assicurato il dopo
ci proteggeremo dal fuoco
dell’incertezza

è ormai chiaro che qualsiasi progetto lineare
consequenziale
non vale
il tempo impiegato per concepirlo

a noi
non è rimasto che imparare per imparare
per sentirci funzionare
maratoneti di sbattimenti enormi
solo per la vertigine di fare esperienza di noi e del mondo
per l’assenza
la noia
per gioco
per l’urgenza di mettere in ordine il troppo
per ricompensa intrinseca, pulsione libidica

non ci è rimasta che fatica gratuita
per il vezzo di essere di più
il capriccio di rimanere liberi
per l’arroganza di sentirci vivi
per perdita di tempo
per il conforto del senso

In questa tempesta di flussi
in questo continuo accelerare
richiesta di performare
ritaglieremo aree confinate
zone temporaneamente incantate
autoproclameremo eterotopie
spazi dove valgono magie
territori di potenzialità retti da regole altre
ergeremo bordi per non straripare e cornici d’incontro autentico

godendo dell’io ci scopriremo noi
saremo crew, posse, tribù
reti di fiducia, affinità, affettività
piccoli gruppi d’apprendimento tra pari
famiglie non convenzionali
banchetti conviviali

Si è scoperto
che le grandi narrazioni non avevano chiusure all’altezza
finali altrettanto belli
il filo del discorso delle logiche biografiche è in brandelli
ritesseremo trama
il suono del racconto di noi sarà il nostro filo di Arianna
principio d’ordine nel caos
saremo metrica
intrecceremo parole afferrando il ritmo trovando equilibrio per non cadere

saremo griot
cantastorie
la parola sarà viaggio, messaggio, massaggio
protezione, barriera, dimora, cura
giardinieri di miti in questa radura

Sciami di scorie mediatiche ci si sbriciolano addosso
labili incontrollabili flussi di stimoli
tutto
si è riusciti a spezzettare

dichiariamo allora che ognuno di questi frammenti
sia materia del nostro gioco
mattoncini colorati per architetti bambini
saremo dj
mixeremo
ri-mixeremo queste rovine creando nuova musica meticcia
per coreografie che superano le vostre categorie
artigiani della ricombinazione
apprenderemo facendo collage
cut-up,
mash-up
raffineremo l’arte dell’ibrido e del sincretico

saremo migranti che imparano a tenere insieme mondi campionando
tagliando
incollando
sfumando una nell’altra le esperienze
sbloccando il loop dell’eterno presente con un’entrata a strappo
in questo troppo saràsolo questione
di una buona selezione

Dichiariamo
che come abbiamo
trasformato un giradischi in uno strumento musicale
utilizzeremo qualsiasi oggetto tecnologico arrogandoci la libertà di violarne i protocolli d’uso esplorandone le potenzialità
piegandolo alle nostre necessità
al di là
dello scopo per cui è stato concepito
superando la passività indotta
con la fotta
radicale di un bambino

L’unica tecnologia che amiamo è quella dirottata e riappropriata
l’unica tecnologia che amiamo l’abbiamo già smontata
artisti del riciclo
sarti degli scampoli
reality samplers
sempre con disciplina
rovisteremo nelle discariche a estrarre florida materia prima
d.i.y.
in pratica artigiani,
bottegai
lavoro lento di riappropriazione con cura e criterio
micro-economie del desiderio

E torneremo corpo
che avete piegato con quei banchi di prigione frontale
dimenticato davanti ad uno schermo di coscienza sbragata
appiattito in un’immagine photoshoppata di perfezione

ritroveremo un senso ripartendo dai sensi
riconquisteremo lo spazio modellando il movimento virtuosi della bellezza del gesto
saremo danza tra le macerie di ferite e possibilità
tensione mente-corpo in forma-flusso

saremo l’aria che ci attraversa
voce-respiro
saremo vibrazione
meditazione accompagnata da ritmi nuovi
atti gratuiti di bellezza
silenzio e acrobazie
sciamani
d’inattese ecologie