La musica più indigesta degli adolescenti come spazio di incontro generativo

Quale presente? Quale futuro? La radicalità della trap apre a inaspettate riflessioni

Avevo raccontato ai ragazzi la storia dell’hip-hop attraverso video musicali, era stata una lezione seguita con attenzione. Sebbene si ragionasse principalmente sulla dimensione musicale e storica, avevo come sempre anche portato qualcosa di me, sottolineando quanto alcune canzoni mi avevano segnato, avevano contribuito a dare senso al mio percorso di adolescente, mi avevano dato conforto e voglia di fare.

Lorenzo, forse proprio ispirato da questo miei frammento autobiografico, ad un certo punto si alza ed esclama “ce l’ho io un video!” e propone di guardare ciò che, secondo lui, non si poteva perdere se si voleva parlare rap “che conta”: 6 A.M. del produttore hip-hop Night Skinny.

Sebbene sapessi bene chi fosse l’artista – avevo avuto modo anche di conoscerlo personalmente perchè aveva prodotto i beats per il mio amico Mastino – quel video me l’ero proprio perso.

La parte strumentale era opera dello stesso Night Skinny, mentre quella vocale era affidata a Izi e Gue Pequeno; due personaggi, in particolare l’ultimo, su cui ho sempre avuto molte resistenze dati i clichè di cui si compongono spesso le sue canzoni: sessismo e denaro su tutto.

Avevamo però un pò di tempo e dico ok a Lorenzo.
I venti minuti successivi sono stati un momento davvero stimolante di riflessione non solo sul rap e la trap, ma in generale sui vissuti degli adolescenti attuali, e sul mondo in cui viviamo.

Guardiamo allora il video insieme, è davvero fatto bene, è realizzato completamente in animazione (andrò poi a cercarmi chi l’ha prodotto: si tratta di Aloha Project); per 4 minuti rimaniamo in silenzio e lasciamo che le immagini animate evocative che ci scorrano davanti agli occhi.

Vi consiglio di guardarlo anche voi, poi andate avanti a leggere

Al termine chiedo ai ragazzi di provare a scegliere un’immagine, un fotogramma che gli risuona particolarmente, che sentono come significativo (in genere questa semplice consegna è un buon punto di partenza per lavorare in modo riflessivo ed esperienziale su uno stimolo video).

L’infanzia serena

La prima scena che evidenziano, e sui cui convergono in molti, sono le 7 sfere del drago. Io, che per motivi generazionali Dragon Ball andrò a guardarmelo solo dopo quel giorno (chiedo scusa al mondo…), non le avevo neanche riconosciute. Mi spiegano che nell’anime ci sono queste 7 sfere (da cui il nome della serie) sparse per il mondo. Chi riesce a trovarle tutte può esprimere un desiderio al drago (che compare anche nel video nel fotogramma successivo) che lo esaudirà. Una volta esaudito le sfere si ridistribuiscono immediatamente in diversi luoghi remoti del pianeta (non pensavo che un lavoro a tema hip-hop ci avrebbe anzitutto portato così in fretta sui lidi della pedagogia nerd).

I ragazzi spiegano che questa scena è importante per loro perché nella vita i desideri sono imprescindibili, ed è meraviglioso quando si realizzano.
Dopo questa prima dichiarazione parte un momento «reverie»: si accavallano i ricordi di quando erano bambini, il tempo dell’innocenza in cui erano ancora convinti che il mondo fosse bello e la vita pronta ad esaudire i propri desideri. Collegano questi pensieri ad altre immagini presenti nel video, quelle dello scooter e del nokia 3310, rievocando il periodo pre-smartphone, evocandolo come il tempo storico dell’autenticità, prima che, sostengono, l’avvento del digitale e dei social network rendesse tutto finto.

E’ interessante come i ragazzi abbiano sottolineato per l’esistenza per loro di due passati mitici: quello dell’infanzia e quello storico, datato quest’ultimo solo un decennio prima, un «epoca dell’oro» vista come molto diversa da quella attuale.
Al tempo presente, quello dell’adolescenza e dell’epoca storica che stiamo vivendo, i ragazzi associano invece la perdita dell’autenticità e dello sguardo positivo verso il futuro. La nostra consapevolezza di questa prospettiva è fondamentale per cogliere i vissuti degli adolescenti di oggi. Si sottolinea come “il mito del progresso” – ancora fortemente radicato nell’immaginario di molti adulti – nelle nuove generazioni sia sempre più labile, se non, come in questo caso, abbia cambiato di segno. La storia non viaggia più in modo lineare verso «il meglio», lo sviluppo tecnologico non è più garanzia di benessere presente e futuro per l’uomo. Un tema che come vedremo, sarà al centro delle riflessioni stimolate da questo video.

LASCIARSI ANDARE

Interrompo lo scambio di ricordi e nostalgie per i tempi passati e chiedo se qualcuno voleva portare un’altra immagine tratta dal video.
L’insetto morto con intorno le pastiglie! dice Laura. Anche qui in molti annuiscono. Laura dice che da un’idea “di schifo”, di trasandatezza, “come quando una persona lascia andare tutto, perché non ha motivi per vivere“. Racconta che ci sono stati e ci sono tutt’ora momenti vissuti così, e che succede a tanti, l’ha visto anche in amici e parenti. Gli altri annuiscono.
Emerge il tema delle sostanze, di come le utilizzino come un lenitivo, “una sorta di medicina che non ti fa pensare, ti anestetizza ma ti riduce ma poi ti fa diventare apatico“. Un’immagine molto lontana da quella “cool” associata alle droghe che la maggior parte delle volte presentano quando ne parlano. Mi colpisce, stiamo entrando in uno spazio di autenticità prezioso.
Anche qui torna un elemento sempre più osservabile nei comportamenti degli adolescenti: le sostanze, più che per trasgredire, farsi viaggi «oltre le porte della percezione», creare convivialità, oggi sono sempre più utilizzate come anestetico, spesso anche consumate da soli.

QUANDO MORIREMO? QUANTO TEMPO MANCA?

La terza immagine che emerge dal gruppo è il fantasma che balla in una piazza Duomo di Milano in rovina, in un efficace remix visivo di Betty Boop Snow White di Max Fleischer.
Ritorna ancora il parallelismo tra la decadenza individuale a quella storico-sociale. La civiltà sta finendo in fondo al mare dice Lorenzo!

Quando moriremo?” si chiede Luca? “E per cosa? Sarà per il surriscaldamento globale, per le guerre… Quanto tempo manca?
La domanda riverbera tra i ragazzi quando Lorenzo incalza: “La verità in questo video è quando si vede la pantera sulla Lamborghini distrutta: la natura è più importante della ricchezza, alla fine vincerà la natura, la ricchezza dura poco, vale poco

L’immagine è davvero forte, e in un attimo stravolge tutti gli stereotipi monodimensionali della trap e della lettura spesso superficiale che ne fanno gli adulti.
Un anno prima aveva riscosso grande successo la canzone “Lamborghini” di Guè Pequeno insieme a Sfera Ebbasta, lo stesso che canta una delle due strofe del pezzo su cui stiamo riflettendo.
In quella canzone, uno degli inni della trap tricolore, Guè dichiarava: “oggi mi sposo con i money, i soldi per me sono dio”. In 6.A.M. invece la stessa Lamborghini è andata a schiantarsi, e una pantera nera cammina sopra la carcassa.

Il doppio sogno

Proponendo qualche tempo dopo il video «Lamborghini» insieme a «6 a.m.», proprio per discutere di questi temi con un gruppo di educatori, è emersa una riflessione molto interessante. Un collega ha raccontato di come, di fronte a questi due stimoli, gli fosse parso di aver assistito ad un «doppio sogno».
Lamborghini, di Gue Pequeno e Sfera Ebbasta rappresenta la dimensione diurna, racconta la superficie, la narrazione che spesso (con nostro disappunto) ci restituiscono i ragazzi.
Il video di 6.a.m. è invece la sua controparte notturna, il sogno, o meglio l’incubo, che rappresenta l’indicibile, la voragine, ciò che si percpisce ma non è confidabile nemmeno a se stessi, pena la destabilizzazione (qualcosa che forse ha a che fare con il concetto lacaniano di reale…).

Il giorno è «la narrazione della trap»: ciò che conta nella vita è il denaro, il sesso predatorio, essere vincenti senza scrupoli, «farcela» in modo da essere ammirati e temuti. E’ il copione “diurno” che si dispiega nei discorsi in gruppo dei ragazzi: “è così la vita fra..” ci dicono, quando proviamo ad obiettare.

Il video 6 a.m. apre invece ci dice cosa c’è sotto a questo racconto: tutto ciò non ci porterà a essere felici, a stare bene, è solo il gioco che ci sentiamo obbligati a giocare. In realtà questo ci può portare all’annientamento, nostro e del pianeta.
Ci dice anche che i ragazzi (e molti tra gli artisti stessi), più o meno consapevolmente, lo avvertono, e lo soffrono.

Noi adulti spesso ci poniamo nei confronti di questa iconografia, in modo scandalizzato e moralistico, con l’urgenza di allontanare i ragazzi da rappresentazioni cariche di dis-valori.
Forse però dimentichiamo qualcosa: il mito del successo personale, dell’individualismo, l’ambizione ad un lavoro che dia status, potere; il valore dell’immagine e della capacità seduttiva, l’essere umano come merce, l’importanza primaria dell’immagine è qualcosa da cui pare impossibile sottrarsi perché fa parte della narrazione prevalente della società che abitiamo, a cui talvolta anche la scuola e i servizi educativi strizzano l’occhio. La musica dei più giovani ha solo il pregio/difetto di estremizzare tutto ciò, di radicalizzarlo, di presentare esplicitamente il suo vero volto, che è rivoltante. Ce lo mostra come «il pasto nudo sulla forchetta», come direbbe William Borroughs.
E se fosse proprio lo smascherare questa realtà, non aver paura di reggerne lo sguardo, un modo per affrontarlo realmente? Educativamente e politicamente?

LA DONNA CHE PIANGE

Tornando al racconto del lavoro in aula, a questo punto sembrava che di riflessioni ne fossero emerse già tante e molto significative e che si poteva andare verso la conclusione, quando ancora Lorenzo, con il solito tono di chi la sa lunga, alza la mano: “si, va bene tutto questo, ma c’è un’immagine che è più importante di tutte le altre, e non è nel video: è la copertina della canzone”
La cosa mi incuriosisce molto, la cerco in rete, la trovo facilmente e la proietto.

Rappresenta una donna, ben truccata, con una sigaretta tra le dita; strani segni dagli occhi le attraversano le guance, lacrime stilizzate.

Decido allora di utilizzare la tecnica dell’ “esplosione della storia”: quando stiamo lavorando su un’immagine o un video in cui c’è qualche personaggio che colpisce in modo particolare, ma di cui si hanno poche informazioni, un buono strumento per facilitare l’approfondimento riflessivo è quello di provare a narrare la sua storia, inventandola a partire dalle proprie risonanze.
Chiedo allora a Lorenzo di raccontarmi, attraverso la sua immaginazione, chi è quella donna.

Lorenzo inizia senza esitazioni a «illuminarci»: “Si capisce che quella che sta fumando non è una sigaretta normale. Vedi quei puntini? È cocaina. È un’immagine perfetta per le sei di mattina: lei è andata a ballare, si è fatta di ogni cosa, ha appena scopato con uno sconosciuto. Ora piange perché ha paura di essere rimasta incinta”

IL PRESCELTO CI SALVERA’

Mi colpisce la sicurezza con cui Lorenzo racconta la storia. Un pò per stimolare la riflessione, un pò perchè io personalmente curioso, gli chiedo se è davvero incinta, e se in caso terrà il bambino:
“Si, è incinta e questo bambino nascerà”
“E ci sai dire qualcosa di questa creatura?”
“Il figlio che nascerà sarà un illuminato: non porterà le colpe della madre e salverà il mondo, dichiara il ragazzo con perfetto tono da profeta”

Finisce così la storia e finisce il tempo che avevamo a disposizione.

UNO SPAZIO DI AUTENTICITA’ DA ATTRAVERSARE CON SENSIBILITA’

Questo video ha aperto uno spazio di riflessione davvero ampio, per loro, per me.
E’ stato occasione di dialogo autentico tra noi, il video è stato l’oggetto mediatore che lo ha reso possibile, ogni volta che questo accade penso quanto sia importante prendersi del tempo per questo tipo di attività, e quanto sia importante sospendere il giudizio e lasciarsi attraversare e magari sorprendere.

I ragazzi attraverso le immagini hanno raccontato momenti sereni della loro infanzia, e hanno tematizzato il disincanto per il progresso e il timore per il futuro, il fatto che per loro, oltre il ricordo malinconico del passato (biografico e storico), restano solo due alternative: seguire le parole d’ordine imperanti nella società fino al baratro, facendo finta che questa menzogna sia vera, oppure riconoscerne la tragicità, ma ammettendo allo stesso tempo anche la propria impotenza.

E IL FUTURO?

In tutto ciò però il futuro non è completamente scomparso, c’è ancora spazio per essere citato dai ragazzi, ma è una luce in lontananza, una speranza ancora viva ma non ritenuta a portata di mano. Il futuro più vicino è invece un futuro-catastrofe, una catastrofe che però è in qualche modo catartica, è l’unica cosa che può rimettere le cose al loro posto: la pantera che cammina sulla Lamborghini distrutta, in un panorama in cui l’uomo non si vede più, forse si è estinto, o forse è rifugiato e ha voglia di ri-inventarsi in un modo realmente e radicalmente diverso.

Molti adolescenti di oggi (non tutti ovviamente) sentono che la loro generazione è già politicamente persa, già troppo invischiata in logiche mortifere, troppo deboli i legami e troppo in loop vittima di algoritmi efficacissimi.
La speranza allora è che sarà qualcun altro a portare il nuovo (interessante notare come il cambiamento non sia concepito come risultato di una lotta collettiva ma dell’intervento di un singolo salvatore, «il prescelto»).

I più giovani, soprattutto quelli più sensibili, portano il peso di un’impotenza che non va minimizzata, ridimensionata, “basta lottare tutti insieme, cosa ci vuole? vuoi nuove generazioni siete dei rammolliti!“. Per quanto controintuitivo forse è importante imparare a sostare anche noi in questo senso di impotenza,
che per molti versi è un pò anche nostro, ma non abbiamo il coraggio di ammetterlo. Forse abbiamo bisogno di tempo, per inventare nuovi racconti, tessere alleanze, ricreare nuove comunità con nuove parole d’ordine. E forse dobbiamo farlo con loro, incontrandoci davvero.

Gli adolescenti cercano spazi di vuoto e intensità (a ritmo di blues)

Dal soggetto di un video musicale scritto in modalità partecipativa emerge il desiderio di rallentare e di incontro autentico (ora più che mai)

Ecco fuori dal cassetto il racconto di un’attività fatta con i ragazzi in tempi “pre-covid”, ma che non perde oggi la sua attualità, anzi. In un’epoca di legami deboli e di iperstimolazione, che con la pandemia si sono trasformati in isolamento e sovraesposizione ai dispositivi digitali, i ragazzi cercano spazi dove il ritmo rallenta, e alla base c’è la qualità della relazione. 
E noi educatori/formatori/insegnanti come ci poniamo?

L’idea di Filippo Corbetta, regista e amico, era semplice e forte: raccontare nel videoclip a cui stava lavorando la fuga di due ragazze adolescenti dalle aziende in cui erano in stage. Una sorta di Thelma e Luise dei giorni nostri: la prima ruba il furgone dell’azienda in cui è ospitata, va a recuperare la seconda che – all’inizio un pò titubante – sale a bordo, e insieme fuggono via.

La questione centrale per la stesura del copione era a questo punto capire dove sarebbero potute andare. Filippo aveva qualche idea ma era convinto che chiedere direttamente ad adolescenti della stessa età delle protagoniste sarebbe stato molto interessante e più realistico.
Concordiamo allora una data in cui sarebbe venuto a trovarci all’Anno Unico per discuterne con i ragazzi.

OGNI INCONTRO E’ PREZIOSO

Il giovane regista si siede così tra di noi in classe un giovedì mattina.
Prima di entrare nel vivo dell’argomento decidiamo, come sempre accade quando abbiamo ospiti, di chiedergli di raccontarci la sua storia. In un mondo difficile da decodificare come il nostro ascoltare storie di vita, soprattutto di chi non ha molti anni più dei ragazzi, è sempre preziosissimo. In particolare era interessante ascoltare la storia di una persona che per passione ha scelto la professione di filmmaker, consapevole della difficoltà di portare avanti il proprio progetto. Gli stimoli di riflessione emersi in poco tempo sono stati moltissimi: cosa vuol dire vivere di “arte”, la precarietà, le soddisfazioni, i compromessi, i momenti di sconforto, i viaggi, la necessità di imparare a mediare tra le richieste del committente e la propria ricerca artistica e tanto altro.

ALLA RICERCA DI IDEE PER IL VIDEO

Chiusa questa parte abbiamo avviato il “focus group” per la raccolta di idee per la sceneggiatura del video. I ragazzi all’inizio erano un pò reticenti, come è giusto quando si incontra una persona nuova, in breve tempo però la discussione si è animata.

La domanda di partenza è quindi stata “dove andresti con una tua amica/o se aveste un furgone a vostra disposizione?”

Se qualcuno tra i lettori ha immaginato che i ragazzi avrebbero risposto “a fare shopping”, “a divertirsi, a spaccarsi!” non conosce bene i “nuovi” adolescenti. Certo, tra le tante idee all’inizio sono emerse anche questo tipo di proposte, ma quella che infine ha prevalso è stata ben diversa.

ALLA RICERCA DI SPAZI DI VUOTO E INCONTRO

Quello che maggiormente emerge dai suggerimenti dei ragazzi non è stata una meta ricca di stimoli, di rumore, di persone, ma uno spazio di tranquillità, di intimità, di vuoto:

In riva al mare la sera!
in una fabbrica abbandonata!
a parlare,
a fumare una sigaretta con calma… al tramonto…

 ci dicono

si è imposta la ricerca di uno spazio sereno, “notturno”, al riparo dalla frenesia del quotidiano.
Passa quindi l’idea della fabbrica abbandonata.

OGNI POSTO TRANQUILLO NON E’ MAI TRANQUILLO

Barbara prima si lascia cullare dall’idea che i protagonisti guadagnino la propria tanto ambita tranquillità, ma poi rimane pensierosa; rialza lo sguardo dicendo agli altri che nella realtà non si può mai stare tranquilli, c’è sempre qualcuno che mette i bastoni tra le ruote. Propone allora che ad un certo punto spuntino fuori dei bulli, maschioni seducenti, che si riveleranno poi personaggi senza scrupoli che cercavano solo di “divertirsi” con le due ragazze. Ribadisce che questo è un mondo dove le persone sono false e non ci si può fidare di nessuno, ognuno segue il suo interesse, che le ragazze vengono cercate solo se “la danno”. Gli altri, in particolare le ragazze, annuiscono, è un momento importante di solidarietà femminile, e un chiaro messaggio ai maschi.
Insieme propongono a Pippo che nel video le ragazze trovano la forza di dire “NO”, allontanare gli aggressori e ritrovare la loro pace. Una proposta scenica che, recitata nel video, avrà una certa forza simbolica.

… E NE E’ NATO UN VIDEO DAVVERO BELLO

I suggerimenti dei ragazzi, filtrati e ri-interpretati dalla sensibilità e dalla capacità tecnica del regista (nonchè dalla bravura delle attrici) hanno portato alla creazione di un video veramente bello, che ha anche vinto diversi premi. Lo potete vedere qui sotto.
Quando è uscito, diverso tempo dopo la mattinata appena raccontata, lo abbiamo visto insieme in classe, rievocando le nostre riflessioni, integrando con nuovi spunti dati dalla visione.
In un ottica freiriana si è trattato di interrogarsi, “problematizzare” a partire da un determinato tema che risuona nel gruppo e “codificarle” in un prodotto artistico che aiuti a portare ulteriori elementi inediti di riflessione.

Per noi formatori è stato sicuramente un tassello in più per conoscere meglio i nostri ragazzi, questi adolescenti della generazione sovrastimolata, dell’individualismo estremo (dell’isolamento…), che come desiderio hanno spazi di vuoto, di serenità, di incontro intimo e autentico.


Qui trovate tante altre cose interessanti sul suo lavoro di Filippo Corbetta

Imparare a tremare

Non voglio imparare a non aver paura, voglio imparare a tremare
Non voglio pacificare tutto,
voglio esplorare la realtà anche quando fa male

Questi sono gli stendardi realizzati nello Spazio Donna Zen gestito dall’associazione Handala, esposti al palazzo delle Aquile di Palermo, nel contesto delle azioni organizzate per la giornata del 25 novembre 2020 dal movimento “Non una di meno”.
Non riesco ad aggiungere parole. In questa poesia di Livia Chandra Candiani c’è tutto. Un manifesto esistenziale, pedagogico, radicalmente contro-culturale per la nostra epoca. In fondo, dopo le immagini, trovate il testo completo.

Imparare a tremare

Non voglio imparare a non aver paura,
voglio imparare a tremare
Non voglio imparare a tacere,
voglio assaporare il silenzio da cui ogni parola vera nasce.
Non voglio imparare a non arrabbiarmi,
voglio sentire il fuoco,
circondarlo di trasparenza che illumini quello che gli altri mi stanno facendo e quello che posso fare io.
Non voglio accettare, voglio accogliere e rispondere.
Non voglio essere buona, voglio essere sveglia.
Non voglio fare male, voglio dire:
mi stai facendo male, smettila.
Non voglio diventare migliore,
voglio sorridere al mio peggio.
Non voglio essere un’altra,
voglio adottarmi tutta intera
Non voglio pacificare tutto,
voglio esplorare la realtà anche quando fa male,
voglio la verità di me
Non voglio insegnare,
voglio accompagnare.
Non è che voglio così, è che non posso fare altro.

[Chandra Livia Candiani, Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione, Torino, Einaudi 2018]

Strutturarsi. Un villaggio digitale nella giungla tossica – Inventare formazione con adolescenti distanti. Parte 5

FASE TRE: LA “STRUTTURAZIONE APERTA”

Passata la fase del lutto e dell’impotenza, passata quella dell’aggancio nei territori del digitale e della prima sperimentazione di nuove pratiche, siamo infine entrati in un’ ipotetica fase tre, che potremmo definire della “strutturazione aperta”.

Dopo più di un mese di sperimentazione, dopo aver testato gli strumenti a cui i nostri ragazzi rispondevano meglio, il loro grado di tenuta, aver ascoltato i loro ritorni, si è potuto andare a definire un piccolo modello, un dispositivo che ha una sua forma specifica, seppur ancora “aperto” passibile di modifiche, anche importanti.

Abbiamo quindi ordinato in modo stabile gli interventi raccontati in queste pagine osando qualche aggiunta (una videolezione di matematica e una di grafica a settimana).

In questo momento quindi la nostra settimana si presenta così:

ogni mercoledì invio delle consegne per un’attività riflessiva, degli esercizi di matematica e inglese

– una chiamata individuale da parte del tutor in cui fare il punto su vissuti personali e questioni scolastiche.

– un appuntamento conviviale di condivisione di gruppo dei nostri vissuti, caratterizzato anche da leggerezza e risate insieme.

una videolezione “pillole di matematica”

– una videolezione “gocce di grafica”

una trasmissione radio settimanale principalmente inerente a temi delle attività riflessive.

Inoltre, a sancire questa “fase della strutturazione” abbiamo fornito ai ragazzi due spazi web di riferimento, uno integrativo di “appoggio” a tutta l’attività proposta, e uno personale, un diario di bordo condiviso solo tra l’allievo e noi.

Ritengo sia importante ad un certo punto sancire una nuova struttura, dare una forma e magari un nome al nuovo “villaggio”. Lo è per sottolineare che quello che abbiamo creato non è una brutta copia di quello che avevamo prima ma è qualcosa di nuovo, con pro e contro, ma con una sua dignità e forse bellezza.

Uno spazio virtuale (accogliente) che sia la casa della scuola on line

Un elemento importante che ha caratterizzato questa fase è la creazione di una sorta di rifugio dell’Anno Unico in quarantena nel cyberspazio. In questo luogo (utilizzando l’applicazione Padlet) i ragazzi possono trovare il calendario, le consegne e i testi dei compiti assegnati per quella settimana, i podcast delle trasmissioni radio, l’archivio dei compiti delle settimane precedenti. Inoltre è presente una sezione che abbiamo chiamato “compiti a buffet”, che contengono ulteriori attività esperienziali (principalmente) ed esercizi legati alle materie di base in modo che, nell’ottica che ognuno segua il proprio bio-ritmo, i ragazzi possano personalizzare il loro programma di lavoro individuale.

La pagina contiene inoltre materiale per ripassare alcuni argomenti delle materie di base (immagini, fogli di testo, videolezioni in un’ottica di flipped classroom) e uno spazio di condivisione di lavori riflessivi svolti dai ragazzi.

Questo spazio, fruibile anche attraverso app mobile, vuole essere anzitutto un punto di approdo per i ragazzi, un luogo ordinato che resiste alla frammentazione e al “rumore” che può generare il mondo digitale.

Una casa bella

Un’attenzione che abbiamo avuto è stata la resa estetica. Ci tenevamo che la casa virtuale dell’Anno Unico potesse essere bella, avesse una sua forza simbolica anche nella cura grafica sempre nell’ottica di coltivare spazi digitali il più possibile “caldi”. Abbiamo quindi scelto la grafica di fondo e soprattutto le immagini. In particolare sono state utilizzate diversi screenshot tratti all’anime “Nausicaa della valle del vento” del regista Hayao Miyazaki, come riferimento simbolico dell’approccio che vogliamo ci animi. In questo lungometraggio animato i personaggi devo stare molto attenti nelle loro azioni e portare sempre maschere antigas perché l’aria è divenuta irrespirabile e la natura ostile. La protagonista Nausicaa è un’adolescente che porta la propria vitalità e desiderio di rapportarsi in modo generativo anche nella “giungla tossica”, tessendo relazioni, inedite alleanze, apprendendo e ponendosi in maniera trasformativa.

Fornire ai ragazzi uno spazio personale un pò zaino, un pò diario, un pò specchio che li mostra crescere.

Oltre alla pagina web ogni allievo ha a disposizione una seconda pagina che, a differenza della prima, è accessibile solo a lui e a noi. Si tratta di uno spazio dove poter raccogliere tutte le attività svolte, ma anche le riflessioni, i pensieri, tutto ciò che può essere importante dal punto di vista della crescita personale e dell’apprendimento che sta avvenendo in questo periodo, elementi magari emersi nei dialoghi settimanali con i tutor.

Questo spazio ha un valore integrativo, aiuta a mettere in ordine quanto conquistato e vissuto durante il viaggio, come metaforico zaino o diario di bordo. Inoltre può divenire anche uno strumento valutativo e soprattutto autovalutativo, strumento riflessivo in cui emergono potenzialità, passi avanti, si registra lo sbocciare di “fiori nel caos”.

La scelta del software

Per realizzare la pagina integrativa e il diario personale abbiamo scelto di utilizzare, come accennato, l’applicazione Padlet; purtroppo abbiamo dovuto accontentarci di un software proprietario e non esattamente rispondente al nostro ideale (è bello pensare che un giorno si possa sviluppare un software open source immaginato appositamente per l’apprendimento esperienziale, pensato da formatori e coder insieme…). Ad ogni modo, tra altre opzioni che abbiamo vagliato era quella che meglio poteva avvicinarsi alle nostre esigenze di base: facilità nell’utilizzo condiviso dell’interfaccia, una certa elasticità nella personalizzazione del layout, la possibilità di incorporare file multimediali ed esporre in modo chiaro molti materiali in un contesto grafico gradevole. Si tratta di una piattaforma spesso usata nelle scuole elementari. Ritengo che per ragionare su un lavoro a distanza per adolescenti e adulti in una prospettiva di lavoro esperienziale può essere molto utile creare sinergia con il lavoro di ricerca dei colleghi che lavorano con i più piccoli,che, per sensibilità pedagogica e necessità dei propri piccoli utenti, sono forse più inclini a sperimentare soluzioni originali che tengano in considerazione anche gli aspetti relazionali ed emotivi.

Educare con la poesia ai tempi del coronavirus

Questa è una delle attività a distanza proposte ai nostri adolescenti durante il periodo di quarantena, in cui si sentiva forte l’urgenza di rielaborare i vissuti emotivi di una situazione così particolare (qui ma anche qui racconto il dispositivo che abbiamo creato per la formazione a distanza con ragazzi in dispersione scolastica)

Abbiamo inviato ai ragazzi il testo di due poesie: “Paura” di Raymon Carver e “Ciò in cui credo” di James Ballard (in una versione ridotta). Quest’ultima l’avevo scoperta da adolescente su Decoder e mi aveva subito catturato: credo che contenga tutti gli elementi che possono far innamorare un adolescente della poesia: trasgressiva, visionaria, con parole “armate” e fragili insieme.

Credo
nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro
di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli.
Credo nelle mie ossessioni,
nella bellezza degli scontri d’auto, nella pace delle foreste sommerse, negli orgasmi delle spiagge deserte, nell’eleganza dei cimiteri di
automobili, nel mistero dei parcheggi multipiano, nella poesia degli hotel abbandonati. 

(…)
Qui il testo completo

“Paura” di Carver l’ho scoperta invece più di recente, e mi ha colpito per la semplicità con cui affronta temi molto forti e molto vicini ai vissuti dei ragazzi; ogni volta che la si propone in aula apre a mille risonanze e riflessioni:

Paura di vedere la macchina della polizia fermarsi davanti casa.
Paura di addormentarsi la notte.
Paura di non addormentarsi.
Paura del ritorno del passato.
Paura del presente che fugge.
Paura del telefono che squilla nel cuore della notte.
Paura delle tempeste elettriche.
Paura della signora delle pulizie con un neo sul viso!
Paura dei cani che mi hanno detto che non mordono.
Paura dell’ansia!
(…)

Qui il testo completo

L’attività

Come riscaldamento abbiamo chiesto ai ragazzi di immergersi nelle poesie scegliendo due versi che risuonavano in modo particolare in loro raccontando il perchè.

In seguito la sfida lanciata è stata quella di scrivere anche loro due poesie di 10 versi ciascuna, strutturate esattamente come quelle che di Carver e Ballard. Nella prima ogni verso doveva cominciare con “paura di…”, nella seconda “credo in….”

— sulla poesia come strumento educativo leggi anche una notte in biblioteca

In periodi di destabilizzazione, dare nome alle proprie paure e ricordarsi i propri riferimenti saldi può avere un grande valore.

Ci ha stupito il fatto di aver ricevuto testi da quasi tutti i ragazzi, anche da quelli che si sono sempre dichiarati meno interessati o reticenti all’attività poetica (potrai averne degli assaggi nel testo al termine dell’articolo)

La forza dell’anafora e di proporre esempi evocativi

Un lavoro di questo genere ha due punti di forza importanti che ne facilitano la riuscita:
l’utilizzo della figura retorica dell’anafora (la ripetizione di una o più parole all’inizio di ogni verso), una modalità di scrittura immediata, che facilita l’attivazione e l’indagine non superficiale di sè (è importante richiedere la scrittura di un numero di versi non troppo basso, in modo da incoraggiare una ricerca introspettiva che superi il “copione stereotipato”).
La possibilità di partire da due testi fortemente evocativi come esempio. Attraverso la lettura delle poesie che gli avevamo inviato i ragazzi hanno colto immediatamente che avremmo accettato i loro contenuti senza censure, e che potevano far convivere nei propri componimenti contenuti più e leggeri e altri più profondi.

Una restituzione all’altezza del lavoro svolto

Era fondamentale una restituzione ai ragazzi, dato anche il valore delle loro produzioni; la condizione di formazione a distanza richiedeva però un’idea speciale.
Dopo un pò di riflessione ho deciso di estrarre un verso dalla poesia di ogni ragazzo e di “mixarli” insieme creando un nuovo testo da inviare loro (un lavoro di cut up poetico molto hip-hop, ispiratomi da Saul Williams, il mio artista di poetry slam preferito).
E’ stato particolare anche il modo in cui è stato recapitato il testo: l’ho letto su una base di Lil Peep, registrato e inviato come podcast, nella cornice di “Radio Anno Unico”, attivata come strumento di comunicazione “notturno” proprio per il tempo di quarantena.

Realizzare questo testo non è stato immediato, ci ho messo parecchio tempo ma ci tenevo che il risultato “suonasse” e che potesse restituire loro tutta la bellezza di cui i ragazzi erano stati capaci,  una bellezza che ha anche un potere di cura.

Il risultato

Si narra che nel gruppo di what’s app dei ragazzi sia girato un messaggio che diceva qualcosa tipo “oh! ascoltate l’audio che ci hanno mandato.. alla fine siamo dei cazzoni ma quando ci mettiamo siamo straprofondi…” . 
Non poteva esserci soddisfazione maggiore.

Qui potete ascoltare il podcast inviato ai ragazzi in cui leggo il testo:

La puntata di Radio Anno Unico in cui leggo ai ragazzi il cut-up dei loro versi

E qui il testo:

Paura che il tempo sia troppo veloce
paura che il tempo si blocchi
paura del futuro – paura della morte
paura delle ambulanze a sirene spiegate
paura di emozioni troppo forti
paura dell’amore – del coraggio – della mia ansia
di non essere all’altezza – di non essere abbastanza
paura che mi privino dei miei diritti
paura di essere usata
paura del caos – della libertà eccessiva
paura – anzi voglia – di anarchia
paura delle conseguenze
paura di dover sopravvivere sempre
paura di non addormentarmi
paura dei ragni
paura di vedere i miei nonni, i miei genitori, i miei fratelli e i miei parenti morire
paura di fingere – di fallire
paura di essere rinchiusi – paura di uscire
paura di volare per paura di cadere
paura di rimanere soli
paura che la polizia sta volta si fermi proprio da me
paura della paura
paura di una casa senza famiglia
paura di un nemico senza volto e spietato
paura per il mio pianeta ormai affaticato.

Credo nel divertimento tra amici
nei pensieri d’amore che ti cambiano l’umore
nelle lunghe riflessioni fatte per farti sentire in colpa,
credo negli interminabili sospiri con la testa sotto il cuscino.
Credo alla distanza di due anime – Credo nelle anime vaganti – nella mia anima vagante
credo a chi ne ha passate tante – a chi si è sempre rialzato
credo anche a chi non ce l’ha fatta
credo nelle seconde possibilità, anche se poi sbagli… e basta.
credo nel non farcela – che niente sia mai abbastanza – credo nell’ansia
credo nelle vittorie insanguinate di coraggio costante, nelle spiacevoli ricadute nonostante l’ esperienza, nella furbizia che ti sei creata perché altrimenti ti avrebbero schiacciata.
credo all’ amore di due corpi – che il destino non esista, che il futuro va creato
credo nel mio gatto, che ritorni! perchè mi manca tanto
credo nelle sconfitte – nell’essere fragili
credo che la vita abbia riservato qualcosa per ognuno noi
credo nella parole, quelle vere
credo che tutto andrà bene
credo che sia importante avere – qualcosa in cui credere
credo in cose che è meglio lasciar perdere
credo nelle promesse, anche se non ne hanno mai mantenuta una
credo in me stesso
credo che oggi nessuno sappia veramente stare solo
credo nei miei fratelli anche se a volte rompono
credo che sto impazzendo
credo nella natura che si sta riprendendo il suo spazio nel mondo.
credo nel rifugio della propria ombra
credo nella pace dopo la tempesta, nella segretezza della disperazione,
nel buio più cupo di un cielo senza stelle.
credo nelle lacrime che sussurrano rassegnazione, nei pianti che ammazzano la voce,
nella disperazione – più forte di un temporale.
credo nella complicatezza dell’amore
credo che bisogna lottare per avere quello che si vuole

Un ritmo per dare valore al presente – Inventare formazione con adolescenti distanti. Parte 4

Gilles Deleuze e Felix Guattari ci suggeriscono che le “forze del caos” possono essere fronteggiate “costruendo ritornelli”, creando ritmi che marcano dei confini nello spazio-tempo indeterminato. Un po’ come i bambini che disegnando un cerchio con il gesso sulla strada, ritagliano la propria casa, uno spazio abitabile entro cui giocare. I due filosofi francesi facevano riferimento all’arte come strumento privilegiato per generare questi ritornelli, marcare questi confini nel caos, rimanendone però in dialogo. Il lavoro sopra descritto nello scorso articolo di produzione poetica e diaristica proposto ai ragazzi può probabilmente attivare un processo simile.

Si può parlare di ritmo come strumento per affrontare il caos anche in riferimento all’importanza – in una situazione come questa di assenza di impegni vincolanti imposti dall’esterno – di scandire momenti diversi nella propria giornata, mantenendo un controllo sul tempo. Un post che è molto girato sui social network nelle scorse settimane conteneva una citazione attribuita ad una scrittrice russa (di cui non sono riuscito a recuperare molte altre informazioni) che recita così: “Una volta la nonna mi aveva dato un consiglio: Nei periodi difficili, vai avanti a piccoli passi / Fai ciò che devi fare, ma poco alla volta / Non pensare al futuro, nemmeno a quello che potrebbe accadere domani / Lava i piatti. Togli la polvere / Scrivi una lettera. Fai una minestra / Vedi? / Stai andando avanti passo dopo passo. / Fai un passo e fermati. Riposati. / Fatti i complimenti. Fai un altro passo. Poi un altro. / Non te ne accorgerai, ma i tuoi passi diventeranno sempre più grandi. / E verrà il tempo in cui potrai pensare al futuro senza piangere.” Al di la della retorica un pò consolatoria, perfetta per l’ambiente dei social network, il brano contiene un messaggio che potremmo immaginare che sia consegnato simbolicamente da un anziano (la generazione più martoriata in questi giorni) che ha vissuto la povertà, magari la guerra, ai più giovani rimasti orfani della scuola.

togli la polvere…

Il suggerimento è di stabilire ritualità nella propria quotidianità, non lasciarsi andare ma coltivare impegni dando valore al tempo presente, un tempo “liscio” in cui possono avere gioco facile piattaforme come netflix, youtube, instagram, progettate per generare dipendenza, rapire nella “zona della macchina” (Dow Schull) in cui il presente scompare, lasciando poi però una sensazione di immobilità, impotenza, disistima.

Molti ragazzi con cui lavoriamo raccontano di situazioni in cui si sentono completamente in balia di queste piattaforme, invertendo talvolta il ritmo sonno-veglia. Imporre un ritmo proprio, lo sviluppo di un’autodisciplina che renda liberi di disporre di sé, si rivela obiettivo educativo ancora più importante.

Uno spazio di azione difficile

Ma cosa possiamo fare noi per sostenere i ragazzi su questo fronte? Sicuramente è uno dei campi in cui abbiamo meno possibilità di essere incisivi. La nostra azione si innesta nel territorio educativo totalizzante che è quello dei contesti famigliari dei ragazzi, uno spazio-tempo fuori dalla nostra influenza.

Proverò comunque, sulla scorta delle riflessioni e sperimentazioni attuali, ad evidenziare alcune piccole possibilità di movimento:

a- Sostenere a distanza

Con i ragazzi possiamo anzitutto tematizzare la questione, accogliere le loro storie, le difficoltà, le loro ritualità quotidiane o la difficoltà di costruirne. Si può ascoltare in modo non giudicante come è organizzata la loro giornata e suggerire individualmente impegni minimi alla loro portata, che possano davvero generare piccoli scarti. Quando è possibile è molto utile creare sinergia con la famiglia, sostenendo i ragazzi nel chiedere ai genitori (è importante che lo facciano loro stessi) un aiuto a mantenere delle ritualità che in prima persona si sono proposti.
Allo scopo di supervisionare anche questo aspetto abbiamo deciso di dedicare ad ognuno un contatto settimanale con il tutor.

b- Spostare lo sguardo dal futuro ad un presente che vale la pena venga vissuto

Il consiglio della nonna per affrontare tempi difficili è quello di non pensare al futuro, ma di concentrarsi sul presente. Si tratta di un approccio che all’Anno Unico abbiamo fatto nostro già prima di quest’emergenza: siamo chiamati a lavorare con ragazzi in dispersione scolastica (per cui simbolicamente si è interrotto il “viaggio verso il futuro”) in un momento storico in cui lo stesso futuro ha cambiato di segno, da speranza diventato una minaccia (era già così anche prima del virus…). In questo contesto è risultato prezioso rivalutare la dimensione del presente, il valore di ogni passo, concentrarsi su ciò che oggi, un giorno dopo l’altro, può far sentire “di più” (Freire) senza comunque rinunciare alla dimensione del desiderio.

Declinato in questa situazione il suggerimento è di sottolineare con i ragazzi come il momento attuale non sia una spiacevole parentesi in attesa che il mondo ricominci, ma un tempo-risorsa in cui al contrario tutto si fa più intenso, così anche le possibilità di crescita e di cambiamento, indipendentemente da quello che sarà poi. La quarantena diventa in questo modo una sorta di rito di passaggio, uno spazio dove la quotidianità si sospende ma il processo trasformativo accelera.

Un esempio di questo si è appena visto con Monica: nel suo diario scrive che è molto dispiaciuta che tutto questo stia accadendo proprio ora, nel momento in cui (dopo tre anni di assenza da scuola) stava cercando di cambiare sfruttando al massimo l’occasione dell’Anno Unico per riprendere il proprio percorso formativo. L’attuale destabilizzazione potrebbe compromettere la possibilità di raggiungere gli obiettivi minimi per l’inserimento nella nuova scuola. Noi formatori, che eravamo ignari di questa preoccupazione, avevamo semplicemente osservato che lei, dall’inizio del lockdown, stava mettendo un impegno ancora più forte di prima nel portare a termine le attività assegnate, mostrando particolare sensibilità nel lavoro più riflessivo, e ci commuoveva il fatto di vederla seguire le video-lezioni del primo pomeriggio mentre riordina la cucina, in una casa dove il suo contributo nelle faccende domestiche è fondamentale.

Dopo aver letto quelle parole sul suo diario le abbiamo restituito che noi non sapevamo cosa sarebbe successo dopo, se a settembre ci sarebbero state le condizioni per l’inserimento che tanto desiderava. Però quello che potevamo fare era testimoniare quello che stava accadendo nel presente, che per lei era davvero l’anno del cambiamento, che avevamo di fronte una ragazza che stava crescendo velocemente, un processo irreversibile al di là di come sarebbe andata scolasticamente nei mesi immediatamente successivi. Una restituzione del genere l’ha colpita e in qualche modo forse ridato senso al suo fare.

Sostenere un’ecologia del tempo attraverso il ritmo dei nostri stimoli

Un’altra possibilità tra quelle a nostra disposizione è relazionarci nei confronti dei ragazzi in modo “ritmico ed ecologico”. Se la scuola o il lavoro educativo in presenza ha orari rigidi (anche eccessivamente) il lavoro a distanza talvolta rischia di essere troppo destrutturato, basandosi sui contributi individuali di formatori e operatori, non sempre coordinati: ognuno invia le proprie comunicazioni in qualsiasi orario, il suo carico di compiti senza conoscere quanto affidato dai colleghi.

Un forte coordinamento nell’interfacciarsi con i ragazzi, rispettando un loro sano bio-ritmo può essere un punto di partenza importante.

Come equipe noi ci siamo ci siamo presi questi impegni:

Dare regolarità alle nostre comunicazioni: I messaggi dei compiti, i colloqui telefonici, le videochat, le trasmissioni radio sono appuntamenti che si devono ripetere ogni settimana il più possibile sempre negli stessi giorni e orari, evitando la frammentazione. (Questo richiede una forte autodisciplina anche da parte nostra, dato che non tutti, chi scrive prima di tutto, annoverano la puntualità e l’ordine tra le loro qualità migliori)

Far si che il carico di lavoro e coinvolgimento nelle attività sia tarato sulle possibilità ed esigenze dei ragazzi. Significa trovare quel delicato equilibrio tra attivarli in modo significativo, far sentire la nostra presenza ma senza superare il limite sottile al di là del quale si produce ansia, che per qualcuno si declina in iperattività per essere “all’altezza”, sacrificando tempi per altre attività o il riposo, mentre per altri in una resa a priori.

– Dare la possibilità di personalizzare il carico di lavoro.
Instaurare un’attenzione individuale e fornire le risorse affinchè i ragazzi possano costruirsi un proprio programma di lavoro, variando carico e tipologie di attività a seconda della propria situazione e dei propri obiettivi. A

Costruire senso quando il caos è dentro e fuori – Inventare formazione con adolescenti distanti. Parte 3

Quando qualcosa di improvviso fa saltare le certezze della quotidianità i vissuti emotivi possono destabilizzare, diviene difficile orientarsi e interpretare il mondo: si perde il senso. In questi giorni lo stiamo vivendo un po’ tutti. Il caos si moltiplica, le emozioni a volte sono difficili da reggere. Il compito della scuola (e di qualunque contesto di formazione…) oggi forse deve essere quello di sostenere i ragazzi nello sviluppare la capacità di vivere questo momento, di costruire nuovo senso, di trasformare il vissuto in esperienza, in apprendimenti inediti. Una necessità tanto più urgente per quei ragazzi in condizione di maggiore vulnerabilità e disagio, che ciò che sta accadendo ha amplificato.

Un periodo fecondo per imparare: evidenziare i temi di apprendimento

La situazione attuale, nella sua tragicità, è indubbiamente una grande risorsa di apprendimenti. In quanto formatori è importante provare a focalizzare quali sono i principali temi di apprendimento potenziali in modo da sostenere i ragazzi nel costruire il proprio percorso di ricerca.

I temi di apprendimento sono domande aperte, problemi che aprono scenari di ricerca autentici, di cui il formatore non è depositario della risposta. Eccone alcuni che in equipe abbiamo evidenziato:

  • Come ci si relaziona con la fragilità dell’uomo, la sua impermanenza, la morte?
  • Cos’è la scienza? Qual’è il suo metodo? Quali sono i suoi limiti?
  • Quale rapporto tra l’uomo e l’ecosistema?
  • Come si abita la solitudine? Cos’è la solitudine?
  • Come resistere in situazioni di limitazione della libertà?
  • Quale rapporto tra libertà e sicurezza?
  • Quale rapporto tra scienza e politica?
  • Come relazionarsi con la paura, l’ansia, e tutte le emozioni che a volte ci sovrastano?
  • Quale rapporto tra comunità e individualismo?

L’elenco potrebbe andare avanti a lungo, i temi di apprendimento sono potenzialmente infiniti, ognuno ha i propri, quelli che per sé sono prioritari, urgenti, o che semplicemente lo coinvolgono maggiormente. Fondamentale da parte del formatore è cercare di dare la possibilità ad ogni ragazzo di approfondire i propri, ponendosi in ascolto, ampliando e personalizzando il numero degli stimoli, e le proposte di attivazione.

Quali attivazioni per il lavoro a distanza

Una volta esplicitati i temi di apprendimento il nostro compito è individuare attivazioni, testi, pratiche che siano da stimolo per supportare il percorso di approfondimento. Le consegne possono focalizzarsi sulla produzione scritta, multimediale, sul disegno; il materiale testuale può essere narrazione scritta, pittorico, storico, poetico, musicale, filmico, giornalistico o altro.

Se nella necessità di esserci con i ragazzi, sottolineata nell’articolo precedente, era fondamentale che ci ponessimo con loro prima come esseri umani che come professionisti, in questo tipo di lavoro le nostre specifiche competenze professionali e disciplinari tornano fondamentali. Se siamo insegnanti di matematica, di scienze, educatori, poeti, attori, sociologi, il contributo che possiamo dare è diverso, e tutti sono preziosi.

La sfida particolare in questo momento è formulare proposte che possano funzionare a distanza, senza bisogno di lunghe spiegazioni, coinvolgenti a sufficienza per essere svolti a casa senza perdere l’attenzione, in famiglie in cui talvolta l’adulto non è nelle condizioni di essere da supporto. Non vuol dire avanzare proposte banali, ma invece va intesa come un’occasione anche su questo fonte per ricercare l’essenziale, sostenere generatività senza le complessità di cui talvolta sono cariche le nostre attività.

Strumenti per rielaborare e gestire vissuti emotivi destabilizzanti

Abbiamo scelto di focalizzare le prime consegne su attività di rielaborazione del vissuto emotivo e della nuova quotidianità, provando ad indagare le domande quali “Come relazionarsi con la paura, l’ansia e tutte le emozioni che a volte ci sovrastano?”, “Come si accoglie e ci si relaziona con la fragilità dell’uomo?”, “Come si abita la solitudine?”. Ci sembrava il fronte più urgente: i ragazzi sono stati forzati a casa da un giorno all’altro, con la propria famiglia, non sempre luogo sereno, e con le proprie inquietudini e timori: la paura di aver perso un altro anno, la fatica della co-abitazione forzata, la distanza dagli amici, la tensione per quello che sta succedendo fuori.

  • il diario

La prima proposta è stata di provare a cimentarsi in alcune pagine di diario. Ho inviato loro alcuni brani estratti dal diario di Anna Frank (con il rischio di risultare un po’ troppo “classico” e scontato), chiedendo loro di leggerli, di sottolineare i passaggi che risuonavano di più in loro e poi di provare a scrivere un proprio diario, raccontando almeno due giornate della loro settimana da “reclusi”. E’ stato inaspettato ricevere pagine e pagine di racconti, riflessioni mai banali sulla loro vita a casa, racconti-sfogo di sofferenze e fatiche ma anche testimonianze di piccole gioie fatti che li avevano stupiti positivamente. La cosa più importante che è successa è che, a giudicare dalla quantità del materiale prodotto, hanno provato benessere nello scrivere, scoperto il valore di questa pratica, soprattutto in momenti di emergenza.
Inoltre leggere i testi dei ragazzi è stato un primo modo anche per noi di avvicinarci ai loro vissuti, ricominciare a “risuonare” con loro.

  • la poesia

La seconda proposta è stata invece in ambito poetico. Abbiamo dato ai ragazzi una consegna molto semplice: scrivere 10 versi che iniziavano con “Paura di…” e altri 10 con “Credo in…”, alla maniera di due poesie che avevamo inviato loro (“Paura” di Carver e “Ciò in cui credo” di Ballard). In tempi di destabilizzazione, dare nome ai timori (e alle angosce) e rievocare i propri riferimenti saldi forse è importante.(conto di pubblicare a breve un articolo in cui approfondirò, per chi è interessato, i dettagli di questa attività).
Abbiamo ricevuto materiale da quasi tutti i ragazzi, e i contenuti erano molto intensi. Per valorizzarli – come restituzione “a distanza” – ho estratto un verso da ogni poesia ricevuta e li ho “mixati” insieme creando un nuovo testo che poi ho letto durante la registrazione di una puntata di Radio Anno Unico.

Costruire apprendimento critico sulla situazione attuale

Oltre ad aiutare i ragazzi nella rielaborazione dei vissuti personali, è importante dare un senso anche a quello che sta succedendo “fuori”, facilitare una riflessione critica rispetto alla situazione che la società sta affrontando in tutta la sua complessità, nei suoi aspetti: sociali, etici, economici, politici, scientifici.

Ogni giorno ognuno di noi è raggiunto da centinaia di stimoli informativi riguardanti la situazione della pandemia, ma che spesso si riducono a fatti di cronaca frammentati o peggio semplicemente a numeri, in una sorta di trasformazione della realtà in un gioco, un grande videogame in cui vinceremo quando arriveremo a “zero contagiati”. Tutto questo genera facilmente ansia e tensioni e poca consapevolezza nella lettura del presente.

Per questa ragione abbiamo deciso di selezionare e inviare ai ragazzi alcuni articoli riguardanti la situazione attuale, attenti che avessero queste due caratteristiche:

affrontino temi a cui i ragazzi in qualche modo siano già sensibili

– non si limitino alla mera cronaca ma propongano una riflessione più ampia, un tentativo di dare una lettura di senso.

Fino al momento in cui scrivo abbiamo trattato il tema della condizione delle categorie sociali più vulnerabili in un contesto di distanziamento sociale e il tema del controllo sociale. L’aumento di controlli e la limitazione della libertà personale è uno degli argomenti più sensibili per alcuni dei ragazzi, in particolare quelli che hanno già vissuto situazioni di tensione con le forze dell’ordine o procedimenti giudiziari.

Un approccio esperienziale e critico

In una prospettiva di apprendimento critico ed esperienziale (Freire 1971, Reggio, 2010) si è chiesto ai ragazzi di evidenziare quali problematiche i testi facevano emergere in loro, quali risonanze e quali punti di disaccordo. Si è proposto di cambiare il punto di vista rispetto a quello abituale mettendosi nei panni di persone altre da sé, di immaginarsi ipotesi di azione o cambiamenti per il futuro.

Il valore di mettersi in gioco noi per primi: quando anche il formatore si sperimenta nelle consegne date ai ragazzi.

Un impegno che mi sono preso durante questo periodo è di svolgere le consegne che diamo ai ragazzi. Se c’è da scrivere una poesia la scrivo anch’io, faccio mente locale per immaginare la mia pagina di diario, mi prendo del tempo per riflettere sugli argomenti che poniamo loro e formulo le mie domande rimaste ancora aperte. Questo materiale lo leggo o lo racconto nel podcast, o negli incontri in videochat.

Se da una parte una pratica di questo tipo ha realmente un’utilità anche per il formatore, per il proprio personale percorso di costruzione di senso, da un’altra è carico di messaggi importanti per i ragazzi: che la ricerca è un’esperienza che anche noi adulti stiamo portando avanti, con le nostre risorse, con le nostre vulnerabilità; che non proponiamo attività al fine di valutarli o occupargli il tempo ma riteniamo che abbiano davvero un valore.

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Per un setting nel digitale inclusivo e accogliente – Inventare formazione con adolescenti distanti. Parte 2

Quando i cambiamenti sono repentini, il paesaggio cambia in continuazione, il senso di comunità si sfalda, il mondo appare troppo complesso e frammentato per essere capito, sentire la vicinanza con persone di cui si ha fiducia, avere come riferimento qualcuno di significativo per la propria vita, può fare davvero la differenza.

Al di là del nostro mandato, di essere educatori, insegnanti di scienze o animatori teatrali, in questo momento per i ragazzi è probabile che possiamo essere annoverati tra quei riferimenti. Il nostro primo obiettivo è quindi semplicemente esserci, camminare al fianco in questo momento difficile.

Una riflessione ai limiti del banale ma che diventa una sfida complessa quando “esserci” si intende nel cyberspazio, in uno spazio digitale già sovraccarico di rumore, e i ragazzi sono quelli più sfuggenti, tendenti a sottrarsi allo sguardo dell’adulto o anche dei pari.

L’APPROCCIO MULTICANALE PER FAVORIRE INCLUSIVITA’

Il digitale non è tutto uguale: ogni piattaforma, ogni forma comunicativa che si può attivare nello spazio virtuale ha caratteristiche proprie, così come i ragazzi hanno differenti modalità e confidenza nell’utilizzo dei diversi canali. Anche dispositivi tra le loro mani sono differenti: c’è chi ha a disposizione un computer di ultima generazione e chi chi solo uno smartphone un po’ rotto e con un sistema operativo datato su cui non si possono installare le app più recenti.

E’ importante avere questa consapevolezza quando si scelgono canali di comunicazione, ed è consigliabile mettere in campo un ventaglio ampio di possibilità.
Noi per riuscire ad “esserci” con i nostri ragazzi, abbiamo deciso di partire mettendo in campo 6 diversi canali/modalità di comunicazione:

what’s app: Non potevamo prescindere dall’applicazione di messaggistica più utilizzata dai ragazzi, sebbene senza prevedere l’utilizzo di gruppi.

Email: ogni messaggio via what’s app viene inviato anche via mail, per i ragazzi e genitori che hanno la possibilità e le competenze per gestire il lavoro scolastico a distanza con un computer. Ci siamo accorti subito che molti ragazzi, in particolare quelli più introversi, interagiscono in modo molto più sereno e aperto via mail piuttosto che attraverso what’s app.

La chat di instagram: i ragazzi hanno a disposizione il riferimento di un account instagram per inviare messaggi privati per chi si trovasse più a familiarizzare maggiormente con quello strumento (ci ha stupito che da parte di alcuni i primi compiti svolti sono arrivati proprio attraverso questa piattaforma)

La chiamata telefonica: con alcuni allievi la classica chiamata vocale si è rivelata il mezzo più efficace per ri-agganciarli. Un ragazzo, completamente scomparso nelle prime due settimane ha risposto ad una mia chiamata (sebbene al secondo tentativo) e ha passato una mezz’ora intensa a raccontarmi la sua vita in quarantena. Da li siamo andati avanti relazionandoci solo attraverso telefonate l’invio di compiti svolti. Con un altro allievo, vista l’impossibilità di utilizzare la videochat, proprio al telefono si sono fatte anche rocambolesche lezioni individuali.

Videochat: abbiamo istituito fin da subito una videochat di incontro settimanale, come conviviale di incontro e condivisione dei vissuti, non di lezione. Per la chat abbiamo stabilito delle “regole di sicurezza” che racconterò a breve.

– Un podcast: è nata “Radio Anno Unico”. La radio come spazio di comunicazione “caldo” in cui lo schermo lascia spazio alla voce e alla musica. Ci è parso tra i media digitali quello più simile alle caratteristiche del nostro setting.

Non ci aspettavamo che i ragazzi avrebbero seguito ogni proposta, si sarebbero palesati su ogni canale, era fondamentale però aprire corridoi comunicativi con il numero più ampio di loro. Il compito che ci eravamo dati era di valorizzare qualunque loro interazione cercando di svilupparla, con delicatezza, in un dialogo.
Fortunatamente questo cambiamento è avvenuto ad anno scolastico avanzato, da ottobre a febbraio c’è stato quindi sufficiente tempo per costruire legami con i ragazzi, fiducia, relazioni non superficiali.
Un conto è infatti, in ambito formativo, costruire relazioni da zero in ambiente digitale e un conto è portare avanti quelle già solide (di questo bisognerà tenere conto all’inizio del prossimo anno se, ci auguriamo di no, la situazione dovesse di nuovo presentarsi così)

CURARE IL SETTING NELLE PIATTAFORME DIGITALI

Una questione delicata è quella del setting, anche se in ambito scolastico sembra poco riflettuta. Le piattaforme digitali non sono neutre, creano degli ambienti con proprie specificità, incoraggiano determinate modalità di relazione e ne rendono difficili altre, hanno una propria dimensione pedagogica (che può essere anche un “pedagogia nera”…). Le classiche piattaforme scolastiche sono costruite principalmente per il lavoro di tipo cognitivo, i social network privilegiano il rumore e l’emotività immediata escludendo la profondità e la riflessione; le app di messaggistica istantanea richiedono un’attenzione h24, la nostra presenza continua. I “gruppi” sono spazi dove è fondamentale ribadire di esserci, meglio se mostrandosi brillanti,dove il silenzio non è ben visto. Muovendo da questa consapevolezza, da un approccio di “autodifesa digitale” (Ippolita, 2017) e valutando l’impossibilità, quantomeno in questa prima fase, di abbandonare alcuni di questi strumenti, abbiamo deciso di:

Utilizzare il meno possibile canali comunicativi che restituiscano un “rating”

Evitare il più possibile di costruire la nostra relazione in uno spazio gamificato, in cui i like e cuoricini viziano la comunicazione trasformandola in un gioco narcisistico di accumulo di punti (ci sono delle piattaforme che scuole e università hanno adottato come proprio standard che comprendono queste caratteristiche!).

Utilizzare social network solo per la messaggistica 1 a 1, non aprire un gruppo what’s app che comprenda noi e i ragazzi.

Il gruppo what’s app è per sua natura ansiogeno. In ogni istante (giorno e notte) può arrivare un messaggio, è necessario decidere se rispondere e quali parole usare per essere adeguato e magari brillante. In questo spazio chi è più introverso e in difficoltà nelle relazioni soffre la richiesta di dover partecipare, di essere sempre coinvolto attraverso le notifiche in un territorio che lo mette a disagio, chi tende al protagonismo è invece sempre di più spinto ad alzare il livello del “rumore”. Abbiamo quindi deciso di utilizzare What’s app in modalità 1 a 1, oppure “broadcast”, attraverso la quale è possibile inviare un messaggio che raggiunge contemporaneamente i ragazzi ma individualmente.

-Stabilire specifiche regole “di protezione” in videochat:

Abbiamo comunicato ai ragazzi le regole della videochat. Ognuno poteva scegliere se intervenire:

1- con immagine e voce,

2- solo a voce tenendo spenta la telecamera,

3- tenendo spenta telecamera e microfono utilizzando solo la chat,

4- non utilizzando nemmeno la chat ma solamente come ascoltatori passivi (per quanto un ascoltatore non sia mai passivo…).

E’ importante esplicitare loro il permesso di proteggersi, di entrare nello spazio digitale, in particolare in una declinazione che espone fortemente come la videoconferenza (spalancando agli altri le porte della propria casa) nel modo più conforme a sé. Ricordiamoci che fino a qualche settimana fa nelle scuole era vietato che i compagni si riprendessero tra di loro o filmassero gli adulti, oggi esporre e rendersi passibili dell’appropriazione della propria immagine è diventato al contrario in molti casi obbligatorio senza che il problema venga neanche tematizzato.

ognuno alla videolezione si presenta come vuole…

E’ stato interessante osservare come i diversi ragazzi, di fronte a queste opzioni, abbiano scelto la propria modalità di interazione, e come gruppi diversi hanno propeso per scelte diverse. Nella videochat della Gilda, il gruppo di ragazzi più introversi, pochissimi di loro appaiono in video, la maggior parte interagiscono solo attraverso la voce, un paio solo scrivendo in chat; nel gruppo della crew invece una sola persona ha deciso di non mostrarsi in video.

-Utilizzare quando possibile piattaforme non proprietarie:

L’idea è quella di utilizzare il più possibile applicazioni open source, non proprietarie, tematizzando la scelta con i ragazzi. Questa decisione non va ad influire sul tipo di esperienza relazionale in rete ma, caratterizzando fortemente lo spazio in cui ci si incontra, ha un valore educativo importante.

In questi giorni il nostro miglior alleato è ad esempio Jitsi, piattaforma open source per la videoconferenza, sviluppata con approccio comunitario e “aperto”. Non è necessario loggarsi per partecipare agli incontri, la piattaforma non raccoglie nessun tipo di dati dagli utenti. Quando l’incontro termina scompare anche ogni tracciatura.

L’attuale ricorso di massa alle piattaforme digitali ha incrementato nella scuola e nei contesti educativi il ruolo di grandi multinazionali che costruiscono i loro introiti sulla vendita dei dati, e che hanno interesse alla diffusione di sistemi “chiusi”. Ad emergenza finita sarà difficile tornare indietro, un discorso critico sulla scelta degli ambienti digitali da utilizzare, che non tenga conto solo di quanto “funzionano”, è un tema non rinviabile alla conclusione dell’emergenza.

-La webradio, una possibilità per ricreare un “setting notturno”

Il podcast, o meglio “Radio Anno Unico”, non è sicuramente l’intervento più impattante nell’economia di quelli che abbiamo messo in atto, ma ritengo che abbia un valore e meriti una piccola riflessione a parte. Probabilmente la webradio, il podcast, è uno tra gli strumenti comunicativi più “caldi” tra tutte le possibilità offerte dal mondo digitale, e può quindi riportare qualcosa dell’atmosfera dei setting educativi che coltiviamo in presenza. L’assenza del video e quindi della sovrastimolazione visiva, la centralità della voce, la musica di fondo generano un’atmosfera più “intima”, “notturna”. Ho riservato uno spazio delle brevi trasmissioni prodotte in queste settimane per spiegare le consegne delle attività più riflessive, portando anche frammenti di me, oppure rilanciare e valorizzare le stesse parole scritte dai ragazzi in un’ottica di condivisione, di “cerchio”. Qualche ragazzo ha detto che ascolta queste registrazione di notte “per farsi dei viaggi”.

Radio Anno Unico la concepisco anche come un piccolo regalo, un impegno non richiesto, un’ “eccedenza”; mi piace pensarla come un atto di bellezza che dedico ai ragazzi; forse in questo periodo ne abbiamo molto bisogno.

…e i ragazzi ci sono

Attraverso questo approccio multi-canale e multi-opzione siamo riusciti a coinvolgere quasi tutti i ragazzi; ognuno partecipa a modo suo ma la comunità si è ricreata, mantiene il suo legame. Rimane Emanuele che è comparso solo una volta in videochat senza però dire nulla, siamo però in contatto con la mamma che ci dice che dopo tre anni di reclusione volontaria a casa ora le dice che gli manca la scuola. Marino invece, che nelle prime settimane era completamente sparito, ora risponde con monosillabi ai messaggi. Ci spiega che ha grossi problemi a casa, che non riesce a fare i compiti ma vede e ascolta quello che mandiamo.

Clicca qui se vuoi proseguire nella parte 3. Si parla di come aiutare i ragazzi a costruire senso quando le emozioni rischiano di sovrastare e si fa fatica a interpretare il mondo.

riferimenti:
il nostro gruppo di ricerca e formazione sulla pedagogia hacker, l’approccio conviviale e critico alle tecnologie digitali, si chiama
C.I.R.C.E. (Centro Internazionale di Ricerca per la Convivialità Elettrica)
qui maggiori info

Il lutto e l’essenziale – Inventare formazione con adolescenti distanti, parte 1

Al termine dell’ultima riunione d’equipe prima dell’irrigidirsi delle norme di distanziamento sociale, ero un po’ scoraggiato; pur essendoci venuta qualche bella idea, temevo che sarebbe stato davvero difficile rientrare in contatto con i ragazzi.

Le domande erano tante:

– Come si fa apprendimento esperienziale a distanza? E’ possibile?
– E’ possibile farlo con ragazzi che hanno lasciato la scuola, ognuno con situazioni di crisi personale, qualcuno a rischio ritiro sociale, molti poco motivati?
– Come coinvolgere adolescenti in molti casi provenienti da famiglie non in grado di supportarli, in difficoltà economica che spesso non possiedono altro strumento digitale oltre il proprio smartphone?
– E possibile conservare in qualche modo il setting, lo “spazio magico” dell’Anno Unico, che è così importante per il successo del nostro lavoro?
…perderemo tutti i ragazzi?

opera d’arte fotografica dal titolo: “perdere i ragazzi”

Era passata una settima da quando non li vedevamo e mi sembrava già di aver perso la sintonia con loro, che quel delicato filo che faticosamente si era costruito in questi mesi si sarebbe sfibrato nel lavoro a distanza. Li avevamo contattati via messaggio, chiedendogli come stavano e, come prima semplice consegna, gli avevamo chiesto di mandarci foto di quegli oggetti che li stavano aiutando a vivere meglio queste giornate, ma le risposte erano state davvero poche.

Ciò che temevo era che l’ ‘aura’ speciale dell’Anno Unico, la sua caratteristica di essere luogo “altro” di esperienze intense, si sarebbe irrimediabilmente persa. Mi chiedevo poi quali fossero le aspettative delle famiglie, e avevo grossi dubbi sulla tenuta economica del corso.

In parallelo, al di fuori del lavoro, iniziavo ad essere preoccupato per la situazione sanitaria nel paese e soprattutto qui in Lombardia. Se i primi giorni di sosta forzata mi erano parsi un momento perfetto per riprendere fiato da un’annata impegnativa su tutti i fronti, quasi una piccola vacanza, dopo pochi giorni ero meno già meno sereno. Quando ancora girava lo slogan #milanononsiferma, mia sorella, medico di base, mi raccontava la situazione negli ospedali, la sentivo molto tesa. Pensavo a lei, ai miei genitori anziani, a cosa sarebbe accaduto alla mia bimba piccola se io o la mia compagna fossimo stati ricoverati. Preoccupazioni professionali e familiari si intrecciavano in un mix destabilizzante.

stencil prodotto all’Anno Unico

Regola n 1: Diffidare delle soluzioni tecniche e stare con il problema

La fase del “lutto” per me è durata quasi due settimane. Mi sentivo impotente. In rete si moltiplicavano le lodi alle scuole di “eccellenza” che dichiaravano di aver riprodotto fedelmente in digitale il loro lavoro in presenza, che continuavano a correre, o quantomeno ci provavano. Tutto ciò un pò mi infastidiva: nel mondo (e nelle vite dei ragazzi) stava succedendo qualcosa di enorme, e la scuola sembrava vi si confrontasse solo da un punto di vista tecnico, nell’illusione che spostando online le lezioni la crescita e la formazione dei più giovani fosse salva (ovviamente non mancavano voci fuori dal coro di singoli insegnanti e di qualche pedagogista, ma sicuramente minoritarie).

All’Anno Unico per fortuna non abbiamo avuto molta scelta: il problema non era aggirabile in nessun modo, visto che noi non avevamo programmi da terminare, vista la fragilità dei nostri ragazzi; eravamo obbligati a stare nell’inquietudine, e accogliere le fragilità, nostre prima di tutto.

Ricordo una lunga telefonata con la collega Francesca che ha accolto la mia tensione. Rispetto lo stallo con i ragazzi mi ha detto “Aspettiamo, vediamo se ci rispondono, ascoltiamoli e facciamo quello che possiamo”.

Decidere consapevolmente di rimanere per un po’ in quel disagio, provare a sentirlo in tutta la sua forza senza l’urgenza di risolverlo è stato il primo passo importante.

Dovevo accettare che nostro lavoro non sarebbe stato più, per un lungo tempo, quello che era prima, avremmo perso tanti suoi componenti fondamentali che non potevano essere sostituiti.

Francesca mi aveva riportato al consiglio di Donna Haraway di “stare in contatto con il problema”, accettarlo, non attendere soluzioni tecniche miracolose, ma allo stesso tempo continuare ad avere fiducia, “prepararsi a sbagliare ma riuscendo di tanto in tanto a scovare qualcosa che funziona, qualcosa di congruo e magari bellissimo che prima non c’era”.
Per me era il punto di partenza di cui avevo bisogno.

Regola n. 2: se vuoi essere generativo smetti di tutelare te stesso

Un secondo passaggio importante è stato quello di concentrarsi sui ragazzi. Ciò che mi ha fatto uscire dallo stallo iniziale è stato proprio, anche con un po’ di azzardo, smettere di preoccuparmi per un attimo della tenuta del “sistema” e di ripartire cercando solo una sintonia con loro; passare dal chiedersi “noi di cosa abbiamo bisogno per creare un Anno Unico a distanza?” a – più semplicemente – “di cosa hanno bisogno i nostri allievi in questo momento? Quali urgenze?”.

Ero concentrato a garantire la continuità del sistema, a non abbandonare la metodologia fieramente sperimentata negli anni, un po’ per sana responsabilità da coordinatore, un po’ per orgoglio, piuttosto che cercare di ascoltarli, o meglio, di sentirli. Allentare la tutela di sé stessi (e delle realtà che abbiamo costruito) per volgersi verso l’altro (soprattutto quando ci si sente minacciati) non è mai facile, ma resta fondamentale per attivare movimenti generativi.

Regola n. 3: Nelle situazioni di emergenza porta con te solo l’essenziale

Noi formatori non avevamo idea di come rispondere alla domanda dei ragazzi “cosa dobbiamo fare per resistere a questa situazione, abitarla, viverla senza esserne sopraffatti e magari apprendere?”, in fondo era la stessa questione che ponevamo a noi stessi (una domanda di apprendimento autentica quindi…). Però qualche buona pratica in generale per abitare il caos e la destabilizzazione forse l’avevamo; in fondo l’Anno Unico è sempre stato uno spazio di ricerca sul tema della crisi: personale, sociale, storica; un luogo di sperimentazione di pratiche per “coltivare fiori nel caos”.

Ho sempre sostenuto provocatoriamente (ma neanche troppo) che il lavoro didattico ed educativo con le nuove generazioni oggi deve avere come obiettivo primario lo sviluppo di competenze per abitare il caos.
Quello che avevamo di fronte ora era ‘semplicemente’ un salto di qualità in questo caos.

Nelle situazioni di emergenza si porta con sè però solo l’essenziale. Abbiamo provato a prendere quanto di meglio avevamo imparato in questi anni ma spogliandolo di ogni orpello, tecnica, metodologia; cercato il nucleo, per poi ri-declinarlo calandolo nella nuova situazione. Serviva un esercizio di essenzialità: abbiamo ripreso pratiche, riflessioni, esperienze, letteratura che ci hanno nutrito in questi anni e ne abbiamo distillato una bussola semplice, ma che si è rivelata fondamentale per guidare la navigazione nelle settimane a venire.

Tre risorse per affrontare il caos

Il risultato lo si può sintetizzare così:

E’ possibile abitare il caos, affrontarlo in modo generativo, se:

1 – Non si è soli. Si hanno come riferimento persone di cui ci si fida, legami che si basano sulla stima, l’amicizia, la cura reciproca

2 – Si possiedono strumenti per dare forma e senso ai vissuti caotici, difficili da far rientrare in narrazioni precostituite, per accogliere le emozioni, rallentare la velocità degli eventi, costruire pensiero critico.

3 – Si instaura un ritmo nella propria quotidianità, si mantiene qualche ritualità, struttura a cui aggrapparsi. Si concepisce il presente non come tempo sospeso di attesa di qualcos’altro ma come spazio in cui vale la pena attivarsi, sentirsi ancora vivi e sperimentarsi.

Questi sono i tre punti che ci avrebbero orientati. La sfida ora stava nel capire come potevamo muoverci a distanza per sorreggere i ragazzi in questo senso.

Ci abbiamo messo più di un mese a costruire, partendo da quanto detto, un intervento strutturato che potesse funzionare. Un tempo di tentativi, riflessioni, errori, entusiasmi. Nei prossimi articoli provo a raccontarlo.

Clicca qui per passare al secondo capitolo, che parla di come provare ad “esserci” a non farli sentire soli e costruire un setting il più possibile accogliente nel mondo digitale