Come imparano gli hacker?

Dalla comunità hacker un modello di apprendimento curioso, divertito, personalizzato e allo stesso tempo collettivo, in cui la conoscenza un bene comune.

Con il gruppo Ippolita abbiamo iniziato ad utilizzare il concetto di pedagogia hacker durante le formazioni di autodifesa digitale, per indicare l’attitudine di fondo che anima questi interventi (che ora stiamo portiamo avanti come C.I.R.C.E.).
In questo modo si intendeva evidenziare il valore pedagogico, in un’ottica di pedagogia critica, delle competenze e attitudini che caratterizzavano i primi computer club e gli hackerlab, terreno culturale in cui anche Ippolita ha mosso i propri primi passi.

Possiamo, generalizzando il concetto di hacker (che altrove nei testi di Ippolita è stato approfondito nella sua complessità), pensare che un tale approccio pedagogico si fondi su alcuni elementi imprescindibili:

illusttrazione Hackmeeting 2016 – Pisa

– Approccio curioso e problematizzante rispetto al mondo e nello specifico alla tecnologia

L’hacker è un individuo che si pone delle domande, problematizza la realtà intorno a sè. Quando ha individuato un problema che gli sembra interessante inizia a lavorare per cercare di risolverlo. E’ una persona profondamente curiosa, appassionata di tecnologia; il suo primo desiderio di fronte ad un oggetto tecnologico è quello di smontarlo, vedere come funziona, casa c’è dentro. Per lui nessun artefatto è obsoleto perché sa che ogni cosa può essere re-inventata, ri-combinata, ri-adattata ad usi anche molto lontani da quelli per cui è stata creata.

– Apprendimento come piacere

Ciò che muove l’hacker al continuo apprendimento è il piacere stesso di apprendere. Gli hacker programmano con entusiasmo, amano affinare le loro competenze e mettere a frutto la loro intelligenza. Ogni problema diventa una sfida, un’occasione appassionante per mettersi alla prova. Il motivo primario che lo spinge ad apprendere e faticare non è la possibilità presente o futura di cospicui guadagni, è il piacere di superarsi, di creare, il divertimento di scoprire soluzioni funzionali ai problemi percorrendo strade non ancora battute.

Logo del Chaos Computer Club, collettivo tedesco che dagli anni 80 porta avanti i principi dell’hacking

– Apprendimento come frutto di ricerca ed esperienza personale, non inquadrabile in percorsi di studio ufficiali

La formazione degli hacker segue principalmente canali non ufficiali, è un percorso di ricerca personale che parte anzitutto dall’ hands on, dal metterci le mani sopra.

L’hacker sceglie autonomamente di volta in volta i propri obiettivi di apprendimento e auto-organizza proprio tempo di lavoro-studio non imbrigliato in un sistema di rigidi dispositivi di apprendimento e titoli riconosciuti.

– La dimensione sociale del sapere e la conoscenza come bene comune

Ogni hacker sente il dovere di far circolare ciò che ha imparato. Considera la conoscenza un bene collettivo quindi ritiene fondamentale metterla a disposizione di tutte le persone a cui potrebbe essere utile. La conoscenza è vista come un bene che si può costruire solo collettivamente e non può essere arginata da leggi che la imbriglino.

Questi elementi evidenziano un modello pedagogico ben preciso, per molti versi lontano da quello mainstream. I percorsi di apprendimento sono personalizzati e non basati su programmi standard imposti per tutti, i titoli di studio perdono di significato. Gli hacker non apprendono per aspirazioni di alti guadagni, o per arricchire un curriculum apprezzabile nel sempre più esigente mercato del lavoro. Ciò che muove l’apprendimento è la passione e il riconoscimento da parte della comunità dell’utilità del proprio lavoro e delle proprie scoperte, il desiderio di capire come funziona il mondo per poterlo migliorare. Grande valore ha la dimensione collaborativa e dialogica di apprendimento tra pari.

Si tratta quindi di una prospettiva valoriale, formativa, pedagogica, fortemente in contro-tendenza con l’istituzione scolastica e accademica attuale dove utilitarsimo, trasmissione depositaria dei saperi, programmi rigidi, appiattimento della formazione alle richieste del mercato, copyright, limitazione della dimensione critica, sono gli ingredienti frequenti.

dal mio contributo per il testo di Ippolita “Tecnologie del dominio. Lessico minimo di autodifesa digitale”, Meltemi, 2017
Qui puoi scaricare il capitolo completo

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