Organic FaD: Suggerimenti per una formazione a distanza critica, ecologica e libera

L’inglese organic si traduce con l’italiano bio, ma il termine mantiene la radice organica, che rinvia all’organismo. Nella formazione a distanza siamo immersi in ambienti complessi che vorremmo spingere in una direzione più bio-organica. Abitare quegli spazi in maniera critica, libera, ecologica è una sfida dei nostri tempi. Nel complesso riteniamo fondamentale limitare le interazioni automatiche e automatizzate con le macchine, per ampliare i margini di interazione non automatizzata. Non si tratta di contrapporre esseri umani e macchine ma di scegliere come costruire relazioni conviviali attraverso la messa a punto di tecnologie appropriate. È quello che cerchiamo di fare con le attività di pedagogia hacker.

Di seguito riportiamo alcuni dei suggerimenti che sono emersi nelle
pagine del libro Formare a Distanza. Li abbiamo suddivisi in quattro categorie principali: Alla macchina porta la tua umanitàprima di tutto le persone, creatività e senso critico, e, per finire, FAD non significa
videochat
.

1. Alla macchina porta la tua umanità

Diffidare della tecnica “risolvitutto”

Le tecnologie industriali di massa arrivano fra noi con un portato
ideologico forte, anche se quasi mai esplicito. Il presupposto dell’ideologia tecnologica è semplice: ogni situazione è un problema da risolvere mediante una soluzione tecnica. Le piattaforme per l’insegnamento a distanza, ma anche le semplici videochat, condividono questo postulato.

Secondo questo paradigma educatori, insegnanti, formatori nelle
condizioni di dover lavorare a distanza devono “semplicemente” imparare
a utilizzare le app giuste, e ovviamente a usarle bene.
Automaticamente, quasi per magia, questo «semplice» utilizzo degli strumenti «giusti» risolverà il problema… della distanza, della didattica, della formazione e così via. Automagicamente!

Invece di abbandonarci alla procedura corretta, noi pensiamo invece che cercare di abitare il disagio, anche il disagio della distanza, facendo appello alle nostre risorse creative per conciliare le istanze pedagogiche per noi imprescindibili con un utilizzo consapevole degli strumenti tecnologici.

Rimanere connessi con le istanze pedagogiche per noi irrinunciabili, poi scegliere l’applicazione più appropriata

Prima di lanciarci su un tutorial on-line, prima di correre dall’amico smanettone, è fondamentale fermarci, connetterci con la situazione di apprendimento che dobbiamo affrontare, i nostri valori, i bisogni dei nostri ragazzi, solo dopo aver fatto questo fondamentale passaggio potremmo andare a cercare l’applicazione più appropriata.
Che tipo di relazione vogliamo mantenere con i ragazzi? Che tipo di setting vogliamo creare?
Ci interessa un modello di didattica cooperativo o competitivo?
Quanto è importante per noi la dimensione riflessiva? Quella esperienziale?
Il nostro approccio si basa prevalentemente sulla dimensione cognitiva o anche su quella emotiva e immaginativa?

A seconda della risposta che daremo a queste domande orienteremo in modo diverso il nostro utilizzo di strumenti tecnologici.
Il rischio è che se invece partiamo dallo strumento: quello più «facile», quello che «usano tutti», quello che mi è stato consigliato perché «funziona» il rischio è che sia lui a dettare l’impostazione del mio lavoro.
All’inizio non sarà facile, dovremo imparare a stare con il problema come ci suggerisce Donna Haraway, vivremo un momento di «crisi» , ma una crisi che può essere generativa, che ci aiuterà a non snaturare ciò che è importante di noi e per noi.

Un approccio del genere può esserci utile anche come momento di riflessione sul nostro lavoro, perché, per re-inventarlo nella modalità on-line, o in generale nel digitale, siamo costretti a ritrovarne il cuore. Solo questo modo a nostro avviso potranno succedere cose interessanti; potrà nascere qualcosa di importante perché sarà qualcosa che solo noi, con la nostre specificità potremo contribuire a sviluppare. «Basta solo» provare e riprovare, sperimentare, sbagliare, “imparare a disimparare” .

qui racconto la mia crisi che ha aperto nuove sperimentazioni

I formatori creativi non rinnegano le loro competenze nel digitale, ma le riadattano con un approccio originale e “do it yourself”

Sei un formatore, un insegnante, un educatore creativo e appassionato? La tua storia, le tue competenze, ogni tua risorsa può essere utile nella didattica a distanza. Non perdiamo quello che siamo solo perché ci spostiamo nel digitale (ma se sei un formatore creativo e appassionato questo lo sai già). Purtroppo alla ricerca dell’ «app miracolosa» in molti rischiamo di perdere il bagaglio di esperienze che abbiamo coltivato, snaturando il nostro lavoro ma anche il nostro valore professionale che a fatica abbiamo costruito.

E’ importante ricordarci che molto della nostra esperienza e delle competenze che abbiamo sviluppato possono essere utili, interessanti, divertenti anche a distanza. Nel contesto digitale non è il caso di accantonare queste risorse, come se fossimo in un’altra dimensione, fuori da noi stessi.
Come formatori, vogliamo ripartire da quello che, per la nostra
esperienza, riteniamo essenziale nel rapporto educativo/formativo e
dalla nostra creatività. 

Dialogare e, perché no, scontrarsi e litigare con le macchine è un presupposto chiave per andare nella direzione che riteniamo importante tenendo “la barra dritta”.
È fondamentale provare ad adattare il proprio lavoro senza dire a priori
che “è impossibile”. Durante i mesi di emergenza del
primo lockdown abbiamo visto riportate on line situazioni didattiche impensabili prima: immaginazioni guidate, esercizi teatrali, coreografie di danza, laboratori di cucina. Queste sperimentazioni hanno generato un know how in continua crescita, sicuramente utile anche quando il lavoro a distanza non sarà più imposto ma potrà rientrare nel novero delle scelte.

2. Ri-connettersi con i ragazzi

E’ risaputo, e nei periodi di distanza forzata è emerso in modo ancora più forte, che la relazione, tra pari e con l’adulto, è fondamentale nel processo di crescita e di apprendimento. Curare la relazione anche nella dimensione a distanza, o in quella blanded è allora qualcosa da cui non si può prescindere, che va ri-inventato sfruttando tutti gli spazi percorribili. Anzitutto lo si può fare sfruttando i momenti in presenza, anche quando sono pochi, per rafforzare i legami, e dall’altra parte attivando specifiche tecniche formative nel lavoro a distanza.

Dedicare tempo ed energie nei momenti in presenza per costruire fiducia con i formatori e tra i componenti del gruppo

I gruppi che hanno funzionato meglio a distanza durante il lockdown potevano basarsi su solide relazioni costruite in presenza.
Quando allora un corso è progettato in modalità blended
(con momenti in presenza e altri a distanza), oppure quando rischia di subire lunghi periodi solo on line per cause di forza maggiore, è importante sfruttare i momenti di incontro fisico ad attività che creino fiducia,
affiatamento, relazione autentica e significativa. Ci sono tante modalità e specifiche attivazioni che ci possono aiutare a questo scopo. Non si tratta di perdita di tempo, anche rispetto all’apprendimento degli specifici contenuti di apprendimento, è un investimento che rivelerà tutta la sua forza generativa.

Questo suggerimento può rivelarsi utile per chi lavora con gruppi che
annoverano componenti soliti a lunghi periodi di assenza, come i ragazzi
a rischio di ritiro sociale
. Curare in modo particolare la costruzione
della relazione con loro nei momenti di presenza potrà andare a
sostenere la continuità della relazione e del lavoro formativo nei
momenti di “crisi” in cui l’adolescente non riuscirà a frequentare la
scuola o il servizio perché saremo costretti ad attivare un lavoro
formativo a distanza.

La cura del legame sociale è tipica delle comunità resilienti; è una
forma di mutuo appoggio, a ben vedere: nel momento in cui accade
l’inaspettato, la “catastrofe”… la collaborazione sperimentata e la
vicinanza esistente tra le persone diventa la prima leva per affrontare
la situazione di crisi.

Curare il rapporto individuale formatore-discente

Nelle situazioni di gruppo in presenza c’è sempre
la possibilità di comunicare individualmente tra le persone, e per permettere al formatore di relazionarsi individualmente all’allievo: ci sono i momenti destrutturati come gli intervalli in cui ci si può incontrare e scambiare qualche parola, ma c’è anche la possibilità di incrociare sguardi in aula, indirizzarsi messaggi più o meno verbali durante l’attività, anche in mezzo a tante persone. Nelle interazioni digitali tutto questo diviene molto più difficile se non impossibile. Ecco allora qualche accorgimento che può rivelarsi utile:

  • affiancare a momenti di videochat in gruppo colloqui individuali a cadenza regolare: un lavoro faticoso ma che, come viene raccontato qui si è rivelato di fondamentale importanza per chi lo ha sperimentato, in particolare nel lavoro con i ragazzi a maggiore rischio dispersione.
  • inviare messaggi individuali periodici con contenuti molto personalizzati. Possono essere restituzioni riguardo attività scolastiche oppure semplicemente messaggi con il solo fine di creare un contatto, il cui significato sotteso è «ci tengo a te come individuo». Spesso non è neanche necessario che abbiano una risposta, altre aprono degli scambi molto importanti, per costruire relazione, per far emergere problemi.

Avere inoltre in questo modo elementi sull’esperienza individuale dei ragazzi risulta molto utile nel lavoro nell’aula, per quanto anche virtuale: se il conduttore possiede alcuni elementi di conoscenza rispetto gli stati d’animo e i vissuti individuali dei ragazzi può trovare il modo migliore per relazionarsi a loro nel gruppo nel modo più appropriato, evitando magari di metterli a disagio, e potrà, se lo ritiene opportuno e con il permesso degli allievi, portare al gruppo con sensibilità e delicatezza alcuni temi individuali.

Trovare modalità inconsuete per far sentire che siamo vicini ai ragazzi

Inviare messaggi o fare colloqui individuali è un modo per far sentire
la nostra vicinanza ai discenti, per comunicare loro «per me sei
importante» al di là del mandato formale dell’apprendimento in una specifica disciplina.
Un ulteriore modo per rafforzare questo messaggio è elargire piccoli
«regali» non dovuti. Ad esempio all’Anno Unico (si veda la sezione
Inventare) gli adolescenti hanno molto apprezzato la cura con cui il
materiale che loro producevano a casa veniva valorizzato, impaginato,
trasformato, remixato dai formatori senza che rientrasse nei loro
“doveri formativi”. Questo ha contribuito a creare maggiore affiatamento
e connessione anche a distanza.

Sempre nello stesso contesto si è sperimentato come un “dialogo poetico”
fatto di ascolto di sé stessi e ascolto dell’altro, reciproco e
simmetrico tra discente e formatore ha creato inedite vicinanze e
alleanze.

ne parlo in questo articolo

La cura della conduzione in videochat

La videochat è un contesto in cui non è immediato creare un clima di vicinanza e convivialità, importante per l’apprendimento significativo. E’ fondamentale allora curare con specifici accorgimenti metodologici e tecnici la conduzione per rendere questa esperienza il più possibile generativa.
Tecniche come le catene chiuse e le sociometrie possono essere a questo scopo molto utili.

E’ stato inoltre sperimentato che permettere ai ragazzi di scegliere il canale di comunicazione tra i diversi offerti dalla videochat li porti a a sentirsi maggiormente a loro agio e disponibili all’apprendimento. L’idea è premettere a priori la possibilità di utilizzare la videochat nell’opzione audio-video oppure solo audio, oppure di comunicare solo la chat di testo.
Si tratta di un approccio che forse per molti può apparire controintuitivo, tanto che spesso nelle scuole si è ricorsi all’obbligo di mostrarsi in webcam, una soluzione che ha messo a disagio un alto numero di adolescenti, contribuendo in diversi casi a fenomeni di dispersione e ghosting. Il discorso va a toccare diversi temi di riflessione, primo fra tutti l’aspetto problematico e ansiogeno che gli adolescenti, e in particolare quelli cresciuti in tempi più recenti, hanno con la gestione con la propria immagine e la sua riproduzione mediata. Permettergli di «rifugiarsi» allo sguardo dell’altro diviene per loro un’opzione molto importante per abitare con serenità nel contesto di apprendimento.

Ho approfondito la questione qui.

Mettere al centro la persona che apprende. Quali necessità ha? Si apprende a distanza solo se si è fortemente motivati a farlo

Apprendere a distanza richiede grande motivazione; esserci nel digitale
è faticoso, i discenti ci sono se sentono che ne vale la pena.

Può essere allora utile selezionare le attività da proporre in line a partire da quelle che possano rispondere alle loro urgenze, desideri, che li aiutino a costruire un senso rispetto al vissuto personale, che non siano percepite solo come un tentativo di «riempirgli il tempo», oppure di reiterare in modo meccanico e asettico modalità e contenuti molto distanti da loro.

La questione può essere riassunta così: “Siamo lontani, ma se sentiamo che ci sono valide ragioni per esserci (al di là del voto), noi ragazzi ci siamo

Racconto qui la mia esperienza

3. Mantenere un approccio critico e creativo con applicazioni e piattaforme

Stiamo attenti al setting generato dalle applicazioni, alla “spinta gentile” (nudging)

Le apparecchiature tecniche (macchine, software, piattaforme ecc.) non
sono neutre, portatrici di un altrove fuori dal tempo e dallo spazio
valido per tutti, sempre e comunque. Tutto l’opposto: creano un
setting, sono portatrici di approcci epistemologici e pedagogici!

Nel momento in cui ci affidiamo in modo acritico all’applicazione, la piattaforma-macchina, in modo “gentile” e magari per noi inconsapevole, ci conduce nella sua direzione, crea un proprio setting, una situazione con regole e caratteristiche specifiche che potrebbe essere ben diversa da quella che riteniamo pedagogicamente valida.

Succede così che insegnanti in aula poco inclini alla valutazione rigida
siano guidati da Google Classroom a valutare attraverso verifiche a risposta chiusa, quiz in cui la componente riflessiva viene sacrificata a favore di quella cognitiva e mnemonica. Allo stesso modo educatori che hanno molta attenzione per la dimensione conviviale e cooperativa, spinti dall’urgenza di trovare «animazioni on line pronte all’uso» hanno privilegiato nella loro attività a contestchallenge, produzione di «simpatici meme» che potessero funzionare bene con il gioco dei like dei social network, privilegiando ambienti educativi digitali lontani dai propri intenti originari.

google classroom «spinge gentilmente» verso una valutazione fortemente quantificata

In questo senso accade spesso che più impariamo ad “usare bene i software” e più ci uniformiamo al sua “spinta gentile”. È una forma di conformismo, o meglio di mutuo condizionamento fra umani e macchine.

È allora fondamentale essere consapevoli della direzione in cui ci induce il
“piano inclinato” della piattaforma, il suo «demone» come in C.I.R.C.E. ci piace definirlo, che ha caratteristiche specifiche, interagisce con le nostre debolezze, inostri punti di forza e il nostro carattere. Più conosciamo noi stessi e la tecnologia saremo in grado di attivare le dovute contromisure.

Utilizzare il più possibile F/LOSS (Free/Libre Open Source Software)

Le piattaforme e gli strumenti digitali non sono tutti uguali. Quelli
che prediligiamo sono spesso leggeri, poco esosi in termini di
risorse; sono molteplici, perché tendono a far bene una cosa sola e
non a proporsi come soluzione unica per qualsiasi necessità; spesso non
ci chiedono nessun login e nessuna password
, e quando accade sappiamo
dove stiamo entrando, a casa di chi siamo quando accediamo a un
determinato servizio; non raccolgono dati e metadati dalle nostre
attività per profilarci e propinarci pubblicità e prodotti personalizzati.

Nel libro «Formare a distanza» ritornano spesso citati NextcloudJitsiEtherpad, ma ne esistono tanti altri. Sono F/LOSS, cioè programmi che si possono modificare per contribuire ad ampliare le libertà personali e collettivi attraverso il digitale. Di certo non sono gratis: costano tempo ed energia per imparare ad averci a che fare, talvolta denaro se non siamo capaci di gestirli da soli. Perché se il software è gratuito, la merce
siamo noi
, con le nostri gusti, le nostre abitudini, le nostre relazioni.

Questo è tanto più vero per le piattaforme di e-learning: come spiega
Graffio (nella sezione Didattica dello stesso testo, questo il link), il metodo di insegnamento viene piegato dalle piattaforme proprietarie, proprio perché non sono strumenti neutri al nostro servizio, ma portatrici di interessi economici in primo luogo.
Per non parlare del fatto che, se immagazzinano dati personali degli
utenti negli Stati Uniti, non rispettano la legislazione vigente in
tutta Europa in fatto di privacy (GDPR), come dichiarato dalla Corte di
giustizia europea.

4. Abbassare gli stimoli: meno input, rumore, e tempo in videochat

Limitiamo la presenza in ambienti digitali. È anche una questione di ecologia: ambientale, mentale, relazionale

Un cosa certa è che il ritmo della macchina non è il ritmo dell’umano.
Perciò dobbiamo imparare a stare con cautela nello spazio della
macchina, in particolare se gestito da piattaforme di massa. I corpi
umani soffrono le velocità di sollecitazione del digitale di massa, la
quantità di stimoli compressa e incessante. In un’epoca in cui siamo
sempre connessi, in particolare gli adolescenti, è molto importante
riuscire a valorizzare nel lavoro educativo a distanza anche i momenti
di “disconnessione”, di allontanamento dagli schermi.

Ecco due piccoli hack possibili per contenere i tempi di video, rivolti
in particolare alla formazione con adolescenti ma applicabili in maniera più generale.

Innanzitutto, è sano fare videochat brevi. Un’idea può essere fare un
breve momento in diretta, dare una consegna, un compito, e poi
disconnettersi per riconnettersi più tardi per un momento di
restituzione. Questo aiuta anche a dare un “ritmo” al tempo dei ragazzi senza “stordirli” eccessivamente.

Ancora, è possibile, durante una sessione di videochat, proporre
momenti in cui ognuno si allontana dal monitor per ascoltare solo la
voce di chi sta parlando, oppure per fare brevi attività unplugged, di
fatto disconnessi anche se con la connessione attiva.

Rarefare i momenti on line è anche utile per ridurre il digital
divide
. Chi non ha dispositivi adeguati e connessioni veloci avvertirà
maggior fatica nel corso di attività online prolungate. Ancora una volta
il mondo connesso tende ad amplificare le diseguaglianze preesistenti
nel mondo disconnesso.

Attenzione! Passare meno tempo collegati on line non vuol dire che le
menti, corpi, “anime” siano meno connesse. Fondamentale è la qualità
della relazione, non la quantità dei minuti-monitor! Altrimenti passa ancora l’idea del setting che quantifica, che ci comunica automaticamente
quanto tempo siamo stati connessi come se il tanto fosse una garanzia di
riuscita.

Valorizzare l’interazione asincrona.

È utile ridurre i momenti in chat e invece valorizzare i momenti di
interazione asincrona. Nella formazione tradizionale si riducono a
essere “i compiti a casa” ma, ispirandoci all’approccio delle flipped
classroom
, possiamo valorizzare il momento di incontro individuale con
stimoli di apprendimento, che in seguito viene socializzato e
rielaborato in gruppo e con il formatore (il momento di interazione
sincrona). Privilegiare questa direzione significa sfruttare il vincolo
della distanza per sostenere l’autonomia degli studenti e invitarli allo
sforzo di confrontarsi direttamente con i temi di apprendimento,
evitando la postura passiva che spesso è generata dalla lezione
frontale.

L’importanza di abbassare il rumore

Limitiamo al massimo le notifiche. Ad ogni file, messaggio, contributo che inviamo nel digitale corrisponde una notifica: cerchiamo di essere responsabili del numero minore possibile. Le notifiche sono quasi
letteralmente “spilli”, che pungono la pelle, stimolano il cervello e
mantengono uno stato di tensione continua, una sorta di attenzione che
non genera profondità e intensità ma stress performativo. Nelle
situazioni di stress l’apprendimento significativo è inficiato in
maniera sostanziale.

Cerchiamo di utilizzare il un minor numero di canali nelle situazioni multimediale di apprendimento, allo scopo di ridurre il numero di stimoli e
quindi favorire la focalizzazione dell’attenzione. Ad esempio in videochat si può decidere tutti di non utilizzare la chat, o di chiudere
la telecamera e quindi togliere lo stimolo del monitor generando un’atmosfera «radiofonica».

Non esistono regole generali valide per tutti e sempre, ma di certo la
scrittura della chat non è meno emotivamente coinvolgente del video:
anzi, se l’obiettivo è creare intimità e confidenza, la chat può svolgere un ruolo fondamentale.

Il canale “caldo” più sottovalutato: la voce

È importante ricordarsi che la voce è un medium più caldo del video.
Non significa che emotivamente le immagini sono meno coinvolgenti, ma
che la voce è più efficace nel momento in cui vogliamo creare intimità,
confidenza (così come le immagini in bianco e nero sono più calde di
quelle a colori): quando dobbiamo confidare un segreto preferiamo farlo
in penombra, in un “setting notturno”. Nell’oscurità i
contorni delle immagini si sfumano, si smussano i confini e questo
ambiente ci protegge e ci fa sentire più vicini. Tradotto in un’ottica
di educazione a distanza, può essere importante valorizzare la radio (in
diretta), il podcast (una registrazione che si ascolta in differita),
ma anche semplicemente rivalutare la “vecchia” telefonata, a tu per tu,
“solo” voce.

A questo proposito un microfono discreto può essere importante. Più della risoluzione del video. Se vogliamo fare un salto di qualità tecnica, ecco un buon investimento: microfoni adeguati, direzionali se servono per portare una singola voce, ambientali e panoramici se devono restituire più voci e
suoni. Anche con un computer portatile un microfono usb esterno può fare
la differenza fra una sessione disturbata e disturbante e un’esperienza
più gradevole.

Relazionarsi con elasticità, e se serve trasgredire, le aspettative istituzionali

Marta Milani nel suo racconto sulla re-invenzione a distanza dei corsi
di italiano L2 (Clinamen: italiano senza confino) ricorda che il fatto
di essere all’esterno di un quadro istituzionale determini per loro “una
situazione fortemente privilegiata”. Non possono certo dire lo stesso
gli insegnanti della scuola: l’istituzione non transige al rispetto del
programma, e, anche ai tempi di diretta in videochat, rimane
aggrappata alle classiche modalità valutative.

I vincoli che attanagliano chi è costretto a fare formazione a distanza
però possono però essere anche auto-imposti: non pochi formatori ed
educatori si sentono responsabili della replicazione di modelli più o
meno calati dall’alto tanto che faticano a fare un passo indietro
rispetto a quelli, anche nelle situazioni di emergenza.

Per una formazione a distanza il più possibile funzionale, è invece
spesso imprescindibile la trasgressione a questi vincoli, esterni e/o
autoindotti, e prendere le distanze dal “dover fare” e re-impostare le
proprie coordinate. Sono diversi i tempi di lavoro in situazione
sincrona (condivisione delle stesso spazio-tempo e focus di
attenzione), la condizione emotiva, la possibilità di utilizzare
strumenti didattici; quindi anche gli obiettivi e le priorità devono
essere diversi.

Non vuol dire che si debba per forza «puntare in basso» rispetto i contenuti ma re-impostare sì, anche senza chiedere il permesso. Dobbiamo ripartire
dall’essenziale, da quello che maggiormente puoi dare alle persone verso
cui hai responsabilità educative, al di là di quanto scritto
precedentemente sulla carta. Se vogliamo creare dobbiamo agire veloci,
anche un po’ da clandestini svicolando tra le griglie dell’istituzione,
e delle nostre rigidità.

Una provocazione per chiudere: Formazione a distanza senza il digitale?

Chiudiamo questa “introduzione” con una provocazione: è possibile fare
formazione a distanza senza il digitale?

Alcuni docenti, quando le scuole sono state chiuse a fine febbraio ma
non era ancora scattato il lockdown, hanno fatto il giro delle
abitazioni dei loro studenti per portagli “pacchi” con il materiale per
il lavoro a distanza, o lettere per comunicare la propria vicinanza e
dare qualche consiglio su come vivere quel momento difficile.

Con questa suggestione non vogliamo sicuramente sminuire il ruolo
fondamentale che il digitale ha avuto e sta avendo in un periodo così
difficile. Vogliamo solo ricordare che il digitale non deve annullare la
nostra saggezza e creatività analogica, è una presenza (spesso utile) in
un mondo che è molto di più. Per noi essere hacker è proprio questo,
saperci porre con le macchine in modo creativo senza esserne usati,
senza che divenga il quadrato di gioco totalizzante che soffoca la
nostra generatività.

questo articolo, scritto con CARLO MILANI, è un estratto dal libro formare a distanza scritto con il gruppo di ricerca C.I.R.C.E. Qui (come in giro su questo blog) si trovano altri estratti.

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